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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire Cinzia Della Ciana e Deborah Mega con propri testi  che oggi vi propongo. Chiude questo post una mia cronaca del 31 marzo dedicata al silenzio. Cinzia Della Ciana nel suo racconto sposa con levità la fantascienza, la citazione cinematografica e il surreale dei giorni nostri. Deborah Mega racconta l’esperienza attualissima e concreta  della  Didattica a distanza, che oggi si sperimenta, ma probabilmente, rivoluzionerà la scuola di domani.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

DELL’INQUIETITUDINE EXTRATERRESTRE DI CINZIA DELLA CIANA

Oggi ore 13, TG edizione speciale.
Dopo la sigla squillante la telecamera allarga sulla giornalista che sbatte ripetutamente le ciglia abbagliando gli spettatori con il suo sguardo ipnotizzato. Quindi implacabile annuncia:
“Oggi alle 8,30 tutti i video di computer, tablet e smartphone della nazione si sono accesi all’unisono. Sullo schermo di ognuno è apparso uno strano tipo che potete osservare sulla foto alle mie spalle: grande testa, collo periscopico e cuore luminescente pulsante di rosso. Il soggetto, non ben identificato ma dall’inequivocabile natura aliena, ha lanciato l’appello accorato che sentirete dal filmato che ci accingiamo a mandare in onda. Il tutto è al vaglio delle Autorità. Chiunque avesse avuto contatti con lui è invitato a rivolgersi al più vicino Presidio per consentire che si attivino i controlli del caso. Chiunque lo abbia avvistato ha l’obbligo di segnalarlo alla Pubblica Sicurezza, o anche semplicemente mandando un whatsapp al numero in sovraimpressione. Non c’è da allarmarsi, andrà tutto bene!”
Dopo di che un vocina  prendeva a fare eco  sgranata fra due occhi celesti.
“Salve sono E.T. , vi ricordate di me?  Sono E.T., l’ Extra Terrestre, quello che trentotto anni fa atterrò sul vostro pianeta con gli alieni botanici, che poi partirono scordandosi di me e abbandonandomi qui sulla Terra. Sono quello che a forza di dire  “Telefono Casa” ritornò a casa con l’astronave che venne a riprendermi.
Umani vi prego ascoltatemi, sono disperato!
Direte voi perché? Cerco di spiegarmi. Senza il permesso di soggiorno del Comandante alieno sono tornato sulla vostra pianeta, ma credo proprio che non dovevo farlo, non so perché, ma sono sicuro che ho sbagliato qualcosa, sono sicura che non è il momento.
E’ successo che qualche settimana fa mi sono affacciato alla Galassia P38 e ho visto il  Pianeta delle acque e dei boschi; così mi è venuta una grande nostalgia. Mi sono detto “quasi quasi prendo astronave di ricambio, faccio giretto, voglio vedere cosa combinano amici Umani. Questa volta voglio  però vedere cose nuove, basta America!”
Insomma volevo venire qui,  nel posto dove è nato l’umano che ha scoperto l’America, Colombo mi pare si chiami. E così sono atterrato in Italia.
Ma purtroppo ripeto qualcosa non va, è tutto molto strano e spero non sia colpa mia “non c’è nessuno in giro!”
Io era venuto per farmi nuovi amici, volevo mangiare la pizza, quella vera, mica quella della California, volevo vedere il Colosseo. Invece no, tutto è deserto, le strade sono vuote, tutto è chiuso, sbarrato.
Umani ho fame e non so dove mangiare, non so dove dormire, nessuno mi fa entrare né a casa propria né da altra parte, ma i bambini dove sono? E quel che è peggio è che l’astronave si è guastata!
Il primo che ho incontrato appena atterrato aveva una macchina bellissima con tante  luci colorate e scintillanti;  mi ha stoppato con la paletta e mi ha chiesto “Qual è il motivo del suo spostamento? Ha il modello? Se non ce l’ha  riempia questo!”
Io sono rimasto male, perché non pensavo che per un giretto mi ci volesse il permesso di soggiorno alieno. E mentre il mio cuore diventava rosso per tentare di comunicare telepaticamente con l’umano, questo è diventato all’improvviso bianco bianco, mi ha guardato come se avesse davanti la morte secca e, impaurito, è arretrato verso un altro umano che stava dentro la macchina. Gli ha sussurrato all’orecchio “Guarda qui come ci si riduce” e quindi ha ordinato “Ho capito non c’è dubbio, si tratta di spostamento per motivi di salute… ma non stia qui impalato, vada direttamente al Pronto Soccorso, subito circolare!!”
Ma perché dico non ha voluto fare amicizia con me?! Perché non ha voluto sapere come stavo dopo tanti anni che mancavo dalla Terra e senza chiedermi  nulla mi ha mandato dritto all’ospedale?!
Mi sono  incamminato sconsolato alla ricerca dell’ospedale. A un certo punto ho visto una fila di persone davanti a un negozio, uno di quelli che ha la croce verde in alto.  Ho pensato che forse lì avrei trovato riparo e mangiare. Ma la gente era strana, stava tutta in fila, tutta con la mascherina in faccia. Eppure quando sono sceso sulla Terra mi pareva che il carnevale fosse finito, altrimenti mi sarei portato la mia di mascherina. Tutti stavano distanti l’uno dall’altro, nessuno si parlava, tutti pensavano solo a fare alla svelta a entrare. Quando ho fatto per avvicinarmi ad uno, questi mi ha detto “Ehi fermati, deve rispettare la distanza, almeno a un metro da me, non mi venire addosso capito?!
Allora ho esclamato “Mangiare” e un altro umano con il volto schifito ha replicato “Finiremo come te: tutti morti di fame! Ma vai a casa!
Che scortesia a uno che è appena arrivato! Non ho voluto fare polemiche e me ne sono andato zitto zitto, molto triste.
In ogni strada in cui passavo leggevo solo cartelloni con la frase “Io resto a casa”.
Anche ai balconi e alle finestre strisce di carta ripetevano “Io sto a casa”.  Altri guardandomi dalle terrazze dicevano: “Casa, casa!
Certo mi sono detto, questi umani non mi vogliono proprio!
Dopo aver percorso un lungo viale e in fondo svoltato l’angolo, sono arrivato davanti a un posto molto verde. Che bello! Ero tanto stanco e volevo farmi un pisolino sotto le piante, ma il grande parco era sbarrato con il lucchetto. Mi sono seduto sulla panchina, ma una donna con un cane piccolino al guinzaglio  che mi annusava,  mi ha fermato “Lo sa che è vietato sedersi?”.
Io allora mi sono fatto coraggio e ho detto “Casa”.
Lei mi ha risposto “Io  resto a casa” e poi quasi arrabbiata “Certo che io resto a casa, che domande? Ora sono fuori a far fare pipì a Puppy, ma la mia casa è qui, nei pressi.” Poi guardandomi male ha proseguito ”Senti lo so che vuoi fare la spia, ma io sono in regola, sono in prossimità della mia abitazione, a meno di 400 metri!
Ma che vi è successo umani?! Dico, che vi è preso?
Camminando sono arrivato un po’ in periferia, anche lì niente macchine, grandi strade come autostrade senza nessun veicolo. Poi ho visto che c’era un capannone e fuori un serpente di persone lungo lungo. Mi sono detto “forse qui posso trovare qualcosa di buono”.
Mi sono fatto coraggio. La fila girava intorno al capannone quasi due volte come una coda arrotolata. Tutti sempre con le mascherine, ma questa volta avevano anche un carrello. Ho creduto che solo quelli col carrello dovessero fare la fila e quindi sono passato avanti a tutti. Stavo per entrare quando delle grida selvagge mi hanno insultato “Ma dove vai? Mettiti in fila extra comunitario del cavolo!”
Io ho detto “Sono extra terrestre senza carrello”.
Ma la gente si agitava fino a che è uscito dalla porta automatica un umano nero tutto vestito di nero che mi ha dato dei guanti e mi ha invitato a metterli alla svelta aggiungendo di entrare veloce perché si doveva  evitare la rivolta.  Ma io ho le dita lunghe e i guanti non mi entravano. L’umano spazientito ha sentenziatoNon può entrare, mancano le misure minime di sicurezza!”
Umani no, non si si può vivere così! Io non ce la faccio, proprio non posso!
Ho provato a prendere una bicicletta abbandonata per farmi una pedalata in cielo e vedere un po’ se dall’alto le cose cambiavano, ma mi sono scontrato con un drone impertinente che mi ha inseguiva e non riuscivo a staccarmelo da dietro.
Basta! Io Umani io “Telefono Casa”.
Casa” sì, voglio una casa, la mia però, che mi vengano a prendere.
In questa  Vostra Terra mai più, mai più!

CRONACHE INCORONATE

LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Insegno ormai da ventiquattro anni ed è una delle esperienze più belle che mi siano successe nella vita. Ogni giorno ripeto meccanicamente la stessa sequenza di azioni che mi conducono ad essere in classe, a salutare i miei alunni, a organizzare la giornata scolastica al meglio delle mie possibilità ed energie. Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che non esiste una giornata uguale alla precedente: ogni giorno si imparano nuove cose, ci si mette alla prova, si resta soddisfatti per qualche ragione oppure insoddisfatti, si calibra un intervento educativo mettendosi in discussione, ci si mette nei panni degli studenti per presentare e spiegare nella maniera più adeguata un argomento. Raramente, nel mio caso, si interviene per punire, più frequentemente si interviene per premiare un comportamento positivo. Considero i miei alunni come se fossero figli miei, li tratto senza distinzioni e sento che loro avvertono l’empatia di cui sono capace. Ora, di punto in bianco, il 5 marzo scorso ho scoperto, con inspiegabile sgomento, di non poter ritornare a scuola a compiere il mio dovere. Immaginate di essere persone estremamente abitudinarie, di compiere lo stesso tragitto anche stradale, con le stesse procedure per tantissimo tempo, di essere sempre presenti ad un dovere (piacevole) e scoprire ad un tratto che non è più possibile svolgerlo nello stesso modo. Inizialmente, e sfido chiunque ad affermare il contrario, tutti noi docenti abbiamo provato un senso di precarietà, di spaesamento, di abbandono. Occorreva però affrontare la nuova situazione e il nuovo scenario che si originava dalle macerie di un’istituzione che, a causa della promiscuità e dell’impossibilità di far rispettare le distanze di sicurezza previste, poteva essere eccellente luogo e veicolo di contagio. La nuova didattica, definita Didattica a Distanza (DAD), per un primo periodo non è stata resa obbligatoria anche se io, forte di una buona padronanza nell’uso dei mezzi tecnologici grazie ai blog che gestisco, a diversi corsi di formazione e ad una certa caparbietà caratteriale, ho ritenuto di attuarla immediatamente. Ho compreso che occorreva rimboccarsi le maniche e trovare il modo di arrivare ai miei alunni per stabilire nuovamente un contatto, una connessione. La prima emergenza è stata infatti quella comunicativa: farsi vedere, di qui la necessità di presentarsi sempre in ordine, vestita, truccata, farsi ascoltare, spiegare a viva voce, fornire istruzioni didattiche, sostenere e motivare a distanza i miei studenti. Ho tre classi, una prima, una seconda e una terza classe di scuola secondaria di primo grado, in cui insegno italiano. Immediatamente dunque, rispettando il mio orario di servizio e la successione giornaliera delle discipline che insegno (grammatica, antologia, epica, letteratura, latino), ho fissato il nuovo orario che avrei rispettato. Ho eliminato solo la prima ora e la sesta perché il buon senso mi suggeriva di fare in questo modo. La decisione in effetti era quella giusta perché in seguito è stata confermata dalla mia dirigente durante il primo Collegio dei Docenti che abbiamo tenuto in videoconferenza su Zoom. La scuola in cui insegno non aveva attivato la Google Suite, una piattaforma di applicativi Google con cui creare classi virtuali, effettuare videolezioni in sincrono con gli alunni e tanto altro. Così ciascun docente si è attivato a suo modo, secondo il proprio spirito di iniziativa, le proprie competenze tecnologiche, il proprio intuito. La classe docente come tutte le categorie è variegata, però ciascuno, a suo modo, ha cercato di stabilire un contatto con i suoi alunni, con Whatsapp, Skype, Telegram, Google Suite, diffondendo il proprio numero di telefono e rinunciando spesso alla propria privacy. Posso dire che è stato bellissimo rivedere i miei alunni e sono certa che anche loro abbiano apprezzato lo sforzo di noi insegnanti. Ho creato o fatto creare diverse chat di Whatsapp per ristabilire la connessione con i miei alunni, il problema da risolvere però era quello di organizzare delle videolezioni. Dapprima ho utilizzato Google Hangouts che sembrava uno strumento valido, bastava che i ragazzi lo installassero sui loro telefonini o computer e che accedessero tramite un codice che io avevo generato e che inviavo loro su Whatsapp. Dopo le prime due lezioni però, quando cominciavano ad affacciarsi tutti i miei alunni, ho scoperto che la linea supportava solo una decina di alunni. Successivamente dunque ho preferito usare Skype con cui mi sto trovando benissimo. I tempi della DAD sono più stretti rispetto alla lezione classica, per cui si selezionano ulteriormente i contenuti significativi e si propongono compiti di realtà mirati per permettere il raggiungimento di determinate competenze. È stato dunque ripensato tutto il nostro modo di fare didattica. Dalla classe tradizionale con cattedra sulla pedana, lavagna d’ardesia, carte geografiche appese, si è passati alla classe aumentata con l’introduzione di Lim, portatili, tablet, registri elettronici, ebook per giungere alla classe liquida, esplosa, provvisoria, di questa lunga quarantena, secondo la definizione di Bauman applicata alla società contemporanea. Certo è che il lavoro sommerso è aumentato ulteriormente, perché occorre ancora più tempo per preparare lezioni, caricare allegati, materiali, registrazioni audio, link da visionare, correggere i compiti che i ragazzi ci inviano a tutte le ore del giorno e della notte. Molte famiglie si sono trovate in difficoltà perchè non tutti possono usufruire di computer e di giga per le connessioni. A questo proposito, la scuola ha fornito computer in comodato d’uso e perfino giga nei casi di difficoltà, inoltre ha attivato la Google Suite di cui, a breve, scopriremo tutte le potenzialità. Un’ulteriore conferma però l’ho avuta: i ragazzi responsabili e propositivi lo sono anche in tempo di DAD e quelli più sfaticati e meno volenterosi lo sono ancor di più. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 31 marzo 2020

IL SILENZIO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Una cosa strana che non riesco a spiegarmi è il silenzio. In questo mondo urlante di sgomitatori da palcoscenico. Narcisi scalmanati, tuttologi, fidanzatine e virago, bulletti, trascinatori, ganzi, stronzi, casanova. C’è stato per molti giorni un grande silenzio. Io non parlo di adesso, ma di prima, di quei giorni immediatamente precedenti e immediatamente successivi a quando Giuseppe Conte la prima volta parla alla Nazione della necessità di provvedimenti restrittivi. Ve lo ricordate? Non dice praticamente niente. Non spiega. Non giustifica. Non anticipa. Convoca tutti istituisce le zone rosse, ha una faccia indefinibile tra “Cosa posso dire?” e “Devo farlo perché devo farlo” e niente. Solo ringraziamenti al personale medico, operatori sanitari, medici, ministro della salute. Lascia la parola al Ministro della salute, il quale a sua volta non fa che ringraziare. Il Governo è stato il primo portatore del grande silenzio. Dal silenzio comprendo la gravità del problema. E il silenzio dominava anche qui su facebook, sempre così pronto a farmi sapere di tutto, prima dei notiziari, prima che abbia il tempo di leggere i giornali. Silenzio. Sembrava che il coronavirus avesse tutta la sua gravità di problema nel silenzio. Una sospensione panica, un senso d’attesa prima della catastrofe. Il mondo che girava intorno costretto a fermarsi a forza di decreti. E poiché la morte non giungeva alle nostre porte, anche abbastanza incomprensibilmente. C’era chi urlava ch’era stupido tutto ciò che l’infezione da Coronavirus era solo una banale influenza e, siccome gridava, sembrava più vero del silenzio. O meglio sembrava silenzio anche l’urlo. Tutto intorno si chiudeva in isolamento, contenimento, distanziamento sociale. Come nei film prima di un attacco quando si blinda l’astronave. Scudi protonici. Barriere respingenti. Si fa buio, le paratie scorrevoli in un clangore metallico serrano i boccaporti. Perché tutto tace? Possibile che dentro gli ospedali nessuno senta il bisogno di raccontare, i parenti, gli amici? Dove sono gli ammalati? E dove sono tutti questi morti? Dovranno forse venire? Quanto si espanderà il male? Chi è contagioso il vicino, il parente, il passante? Da dove giunge l’attacco che può essere fatale? È veramente giunta la mia ora? Forse erano queste le domande che aleggiavano sospese. Un grumo di interrogativi. Il missile appena partito non si sa dove va a colpire, ma gli osservatori con gli strumenti giusti sanno in anticipo qual è l’obiettivo. E anche qui ben presto si capisce che il cuore ferito dell’Italia infetta è lombardo. Quel cuore s’incendia di fuoco e di dolore. E via via altrove altri focolai, ma almeno finora non con quella virulenza. Schegge infuocate dappertutto. Poi al silenzio è subentrato un gran parlare. Tutti parlano della pandemia, statistiche decessi, effetti sull’economia. Ancora adesso siamo dentro l’analisi, l’informazione, il racconto. È il modo con cui il mostro si affronta, si esorcizza. Si comunica e perciò si metabolizza. Non siamo più sull’orlo dell’abisso ma dentro l’occhio del ciclone e perciò consapevoli, che, se anche sconquassati, il vortice ci sputerà.
E nel gran parlare che si oppone al silenzio precedente c’è tutta l’ansia accumulata, il dolore introitato, l’impegno dei professionisti, la lotta strenua degli operatori, il nostro essere umani, ancora più umani, ancora più fragili, estremamente simili. Bambini arraffoni e inconsapevoli. Carenti di pace interiore.

Canto presente 44: Giovanni Ibello

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

GIOVANNI IBELLO

Da “Dialoghi con Amin” (plaquette fuori commercio stampata dalle edizioni del Premio Città Fiumicino, 2018)

*

Utero incendio

Amin, il volo a trapezio dei cormorani è un alfabeto senza luna. Avrai una stella di cenere sul fianco, uno stecco di mezzaluce. Una spilla conficcata nel cuore di neve, la tua parola sarà l’inganno, la Mesopotamia dell’invisibile: uno che batte furiosamente il viola dei polsi sulla rena. Fermati, fermati primavera.

 *

La parola era il nostro Yucatan.

*

 Sonno pulviscolare

Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia, mescoli il sangue e l’acquavite. Dicevi: “Verrà la fine, verràla chiromante delle ustioni.”

 

Da Turbative siderali (Terra d’Ulivi, 2017)

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

*

 

Anche tu la chiami morte

questa armata silenziosa senza lume?

Questa rete di spade

incrociate sopra i corpi,

l’antilope che si ritira tra i canneti.

La preghiera del giorno: siamo muti.

Tutto si separa per venire alla luce.

 

Giovanni Ibello (Napoli, 1989) vive e lavora tra Napoli e Lucca come avvocato. Si occupa di privacy e diritto informatico. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Turbative Siderali (Terra d’Ulivi edizioni, con una postfazione di Francesco Tomada). Nello stesso anno l’opera vince il “Premio internazionale di letteratura Città di Como” come Opera Prima, risulta finalista al “Premio Ponte di Legno Poesia”, al “Premio Poesia Città di Fiumicino” (come Opera Prima) e al “Premio Camaiore Proposta – Vittorio Grotti”. Il lavoro è stato recensito su diverse riviste letterarie e lit-blog italiani. È redattore della rivista «Atelier» (sezione online) e collabora con il blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue tra riviste, blog e volumi antologici di poeti italiani all’estero. Nel 2018 vince il “Premio Poesia Città di Fiumicino” per la sezione “opera inedita” con il poemetto “Dialoghi con Amin”. Il poemetto è stato tradotto e pubblicato in Russia nella collana “Contemporary italian poetry” diretta da Paolo Galvagni per l’editore Igor Ulangin.

La Pasqua di Angelo Maria Ripellino

 

La pigrizia di Cristo che si sveglia dal sepolcro,
la sua sghemba goffaggine di orso ferito,
il suo stiracchiarsi dal sonno, e la testa
pesante come quella di un infermo,
portato a un concerto dopo mesi di letto.
I suoi occhi intrisi di nera muffa,
le braccia sottili come lunghissimi ceri.
E un giornalaio che strilla: «Mala Pasqua»,
l’albagía dei badchónim e dei gavazzieri,
che cantano la storia della sua morte,
e venditori che spacciano i suoi santini,
i chiodi e il legno della croce, e la rossa garza
che coprí le sue fístole,
e il bàlsamo e i lini.
La nausea di perdonare, di fingersi forte,
la nausea di essere Cristo,
fratello di Lazzaro.

La poesia di Angelo Maria Ripellino è stata oggetto di commento su questo blog qui

Studio di Silvio Aman su “Il segreto di Marie-Belle”, Silvio Raffo, Elliot, 2019 (II parte)

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(Continua da I parte)

Il romanzo, ben costruito (l’Autore è uno specialista nel trattare le suspanses) è interamente imperniato su una forma di devozione possessiva – e in alcuni momenti fomite di angoscia – ma casta. Solo un romanzo? La sua forma diaristica, sia pure prodotta da una folle, dice qualcosa di più di un’anamnesi richiesta dallo psicanalista per scopi terapeutici, perché il «servizio d’amore» di Aurelia, benché riguardi la cura dei malati (il proprio padre, l’avvocato, la depressa Madame e Belle) tradisce una derivazione trobadorica, assimilandosi a quello dei cavalieri medioevali per la loro dama. Il riferimento ai castelli e le figure stilizzate del romanzo potrebbero, in fondo, suggerirlo. La differenza sta nel fatto che qui a servire sia una donna. Siccome Aurelia desidera avvincere Marie-Belle secondo la nota formula del “per sempre” e deve perciò aggirare le insidie, sia pure immaginarie, che gli altri le preparano, la sua posizione si trova agli antipodi di quella esposta nell’Axël di Auguste de Villier de L’Isle-Adam. Qua, il margravio Axël d’Auërsperg convince la principessa Ève Sara Emmanuèle de Maupers a vivere il loro amore una sola volta, per poi bere il veleno (non a caso nei sotterranei del castello colmi di tombe) quindi senza il rischio di corroderlo con la durata. Del resto, le vicende di Piramo e Tisbe, Romeo e Giulietta e tante altre, a ben vedere sembrano fatte apposta per escludere l’aspetto “amministrativo” della vita a due: certi innamorati, romanticamente assolutisti, muoiono prima di vivere “felici e contenti” forse perché, come Axël con Sara e tant’altri, non reggerebbero al futuro e inevitabile defalco della felicità o la ritengono troppo misurata per accettarla. Certe coppie di Flaubert, Fromentin, o anche i due amanti di Le diable au corps di Radiguet, spenta la fiamma d’amore, non sono neanche “felici e contenti”.

Malgrado il timore di perderla, Aurelia – come abbiamo visto – favorisce la sua pupilla, trovandole la possibilità di entrare nel mondo del cinema attraverso il produttore Max Cherubino che disperatamente se ne invaghirà, iniziandola all’uso della cocaina. Da questo punto in poi, cioè fra le prove sul set in Francia (fissandosi sulla Butte, in cui più tardi troveremo la villa dell’infelice Dalida) e nel Regno Unito, la governante torna a seguire a ogni passo la sua “bambina” come persevera a definirla (sarà la sua sarta e truccatrice) che da parte sua – dopo un drammatico scontro – finisce però col respingerla…

“Max è un povero infelice anche lui, come me, ma dice di amarmi, dice che l’amore potrebbe salvare lui e me… Patetico, vero?”

“Da cosa potresti essere salvata, Belle?”

“Dai fantasmi dei ricordi… Da me stessa… Da me stessa, e da te”.

“Quello che stai dicendo è assurdo”.

“Oh certo, assurdo e vergognoso. Non sono più irreprensibile, vero?… Ma nemmeno tu lo sei”.

Il motivo di un simile atteggiamento è possibile scoprirlo solo al termine del romanzo, e ad ogni modo noi possiamo essere eventualmente salvati da circostanze esterne, ma non da noi stessi. Tutto si svolge così (in un tragitto costellato di catastrofi: la morte di Cherubino, quella di Madame, del padre e del fratellastro di Marie-Belle) fino al giorno in cui le allucinazioni di Aurelia diventano insopportabili e subisce il ricovero in Villa Sorriso. Questi accadimenti psichici come figure del senso di colpa, iniziano da lontano tramite segni inquietanti e premonitori in rapporto al desiderio della donna di proteggere la sua pupilla dal male, per poi rafforzarsi dando luogo a sogni angosciosi. La ragione di simili angosce dipende dal fatto che Aurelia, col suo delirio, si vede costretta a compiere dei delitti, le cui scene tornano per via onirica, ad esempio quando a bordo della Morgan di Werner si sente precipitare nel lago, o vede nella persona che ha di fronte sul treno lo stesso chauffeur trasformato nell’orrenda figura del persecutore, cioè del sospettato amante di Belle, il quale, in un’altra visione allucinatoria, pronuncia la verità per lei inaccettabile, che la ragazza sa salvarsi da sola – e qui uno psicanalista avrebbe qualche motivo di cogliere in lei la gelosia dell’omosessuale. Ma le cose si complicano, perché allucinando in un’altra scena la sua pupilla morta nel disastro da lei causato all’autista, rivela il desiderio di desiderarne la fine. L’enunciato, se l’ipotesi regge, sarebbe dunque il seguente: “Tu non amerai nessuno al di fuori di me, noi moriremo assieme”… e questo accadrà alla fine del romanzo. Aurelia, assecondando il proprio delirio d’interpretazione, intende i segni che via via trova nella realtà come manifestazioni del fato, cioè in termini di annunci e corrispondenze secondo i meccanismi della magia studiati da Frazer e altri studiosi del fenomeno, anziché figure del proprio desiderio. Non per nulla Raffo introduce nel romanzo lo psicanalista (o di uno psichiatra?) dottor Boni. Ciò per dire che l’idea del fato su cui s’imperniano altri racconti dell’autore in base alla logica del romanzo di destino (tutto è già scritto, e la conoscenza ne rileva via via solo il processo) è qui in parte accolta e in parte relativamente modificata proprio per l’intervento del terapeuta… ma l’analisi deve farla il paziente, e se Aurelia riesce a ritessere il filo della sua truce avventura, le cose non vanno allo stesso modo per l’articolazione dei suoi fantasmi e il suo desiderio: a vincere è insomma il fato in cui crede. Possiamo asserire che la governante agisca in modo inconscio? Si e no. Probabilmente sì, laddove è vittima dei segni fatali, ma non di ciò che tenacemente persegue come parte del gioco, cioè la conquista del proprio idolo. Aurelia, ormai vecchia, reclusa e irriconoscibile, dopo aver eliminato quattro persone per creare il vuoto attorno a Marie-Belle, non rinuncia al progetto di legarla per sempre alla propria esistenza, e questo avviene tramite il mite Honoré, giardiniere vietnamita con il culto della medicina galenica. Prevedendo l’incontro con la “bambina” ormai invecchiata e che, pur a conoscenza del segreto, porta ancora il ciondolo del terzo occhio (a protezione di cosa, se non del malefico desiderio della “celeste” signorina, così definita dal regista del film?) la donna ha accantonato le cialde a base di Dathura Stramonium, una solanacea, e come tale tossica, che Honoré (vittima inconsapevole della catastrofe) le portava per fini curativi, e con queste prepara “la torta dell’immortalità” (così battezzata da Belle e Honoré) per consumarla con Marie-Belle. Il sigillo, la torta “al veleno” – ecco l’affascinante idea di Raffo! – era già fatalmente preordinato a unire per sempre le due vite. Come mai, dopo tanti anni, le due donne, incontrandosi, cadono l’una nelle braccia dell’altra come se nulla di grave fosse successo? Forse perché l’ex graziosa attrice, rassegnandosi al fato («non ero padrona del mio destino») riconosce di non essere poi così diversa dalla sua guida. In caso contrario, avrebbe reagito all’assassinio della madre, mentre così, nel tenerlo segreto, lascerebbe intendere di averlo anche lei desiderato. Se Belle tace, e lo farà per sempre (l’avverbio ombreggia tutto il romanzo) può suggerire che certi delitti hanno ricevuto la sua approvazione. Poiché, come accennavo, questo è il romanzo del destino, perciò colmo di corrispondenze secondo un criterio atavicamente animistico, mi pare che anche la Morgan di Werner (l’autista allucinato dalla gelosa Aurelia come il mostro di Fragonard) possa richiamare la morgue: ciò in base al fatto che la signorina lo farà incappato in un incidente mortale. In Il segreto, sono anche da rilevare certi aspetti ambientali, ad esempio la loro insularità, come il Castello dei Francesi, vagamente in stile gothic revival, sebbene dotato di una radiosa cupola vitrea, indice di un clima demodè aggiornato dall’epoca in cui si svolge la vicenda, e a questo proposito il lettore non mancherà di notare l’indiretto rifiuto dell’architettura funzionalista a favore dei manieri: Chenonceaux, Chateau d’Aubonne, Fontainbleu eccetera. Questo per specificare che il modus vivendi e le caratteristiche dei personaggi, assieme al «remoto» riserbo, all’«astrazione» all’«eleganza algida» di Marie-Belle, indicano, appunto, il rifiuto di trovarsi irreggimentati secondo ogni moderna e ingrigita funzione. Occorre però anche aggiungere questo: la «volontà ferrea» della fragile Marie-Belle, tale al punto da «sconfinare in un’ostinata quanto irragionevole pretesa di onnipotenza» anziché sostenere il talento rivela semmai una certa fissità del carattere… qualcosa di rigidamente mortifero, del resto fatalmente preannunciato dalla sua morte nel film Maison Dangereuse. È come se le personae di questo romanzo costruito come la sceneggiatura di un film, siano dominate da un impulso alla retraite (si tratti del castello, della villa lacustre o del manicomio) o, meglio ancora, dal fantasma di sparizione che si trova già nel mancato vitalismo della protagonista. La frase walseriana: «attorno a noi tutto era bellezza, calma e voluttà» parrebbe dunque suggerire l’idea di una trascorsa completezza da età dell’oro dopo la quale non resti che il declino. L’abbraccio, forse nostalgico, fra le ormai tarde Marie-Belle e l’istitutrice sigillerebbe bene quest’idea. Che da parte di Aurelia si tratti di vero amore, è naturalmente da escludere. Qua, richiamandoci al dipinto in copertina, si tratta di affinità elettive in termini letali (anche nel noto romanzo di Goethe hanno esito funesto) perché inventate dalla governante allo scopo di soddisfare la propria passione. Amare e voler bene sono due cose diverse, e Aurelia ama egoisticamente la sua pupilla senza giungere a un disinteressato sacrificio (i maestri del sospetto, fra i quali mettiamo Freud e Nietzsche, hanno fondati motivi per non credere, kantianamente, al disinteresse) anzi con una tenacia fuor del comune spinge la sua “protetta” – che per lei è in sostanza solo un idolo – alla completa rovina.

Silvio Aman

 

Bibliografia  di Silvio Aman

Cura del volume di saggi Memoria, mimetismo e informazione in teatro naturale di Giampiero Neri, Milano, Edizioni Otto/Novecento, 1999 (prima raccolta di saggi in Italia sull’opera di Neri)

Cura antologia di poeti svizzeri Brigjet/Sponde, Gjakovë, 2015.

Edizione di un’ampia antologia di poeti e scrittori svizzeri di lingua tedesca, francese, reto-romancia e italiana (con inediti di Giorgio Orelli) in “Hesperos” (annuario fondato da Silvio Aman), Milano, La Vita Felice, 2001.

Monografia Robert Walser, il culto dell’eterna giovinezza, Milano/Lugano, Giampiero Casagrande, 2009, inserita nei programmi di lettura del Dip. di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Statale di Milano e del Piemonte.

Partecipazione con un saggio al volume La poesia della Svizzera italiana (a cura di Martin Maeder, Università di Lovanio, e Gian Paolo Giudicetti, Università di St. Gallen), Poschiavo, CH, L’ora d’oro, 2015.

Cura di vari libri di autori svizzeri per la casa editrice LietoColle.

Libri editi di poesia: Sinfonia alpina (pref. di Gilberto Isella) Balerna, CH, Edizioni Ulivo, 2004;

Nel cuore del drago (pref. di Guido Oldani) Novara, Interlinea Edizioni, 2005;

Ariele (a cura di Giancarlo Pontiggia con postf. di Paola Loreto) Bergamo, Moretti & Vitali, 2010 – di cui dieci poesie sono apparse nel numero di novembre 2009 della rivista Poesia dell’Editore Crocetti.

L’orifiamma (pref. di Vincenzo Guarracino) Busto Arsizio, Nomos Edizioni, 2013. Ha tradotto Hermann Hesse, Robert Walser e alcune poesie di Christine Koschel nel volume Nel sogno in bilico, Milano, Mursia, 2011.

5 #cronacheincoronate

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Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire con proprie cronache Anna Maria Bonfiglio e Deborah Mega. Il loro racconto è pubblicato qui a seguire.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

CONSIDERAZIONI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Sembra di rivivere i tempi del diluvio in attesa di lanciare la colomba che non torni ad indicare che la Terra è divenuta nuovamente vivibile. Attraversiamo un momento di panico e di grande difficoltà a causa del dilagare di un virus di origine sconosciuta. Ha un nome regale, Coronavirus, che fa pensare a monarchi e regine dai vestiti sontuosi, ma che abbatte, in modo terribile e a volte irrimediabile, fisici e coscienze. Non ho mai vissuto un evento simile, i miei mi hanno sempre raccontato della Spagnola, un’altra pandemia influenzale responsabile di elevata mortalità che, dopo la grande guerra, tra il 1918 e il 1920, uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo. E ora, anche noi, per non farci mancare niente, stiamo conoscendo un’influenza fortemente infettiva ma democratica, talmente potente da uccidere e, nel migliore dei casi, da cambiare le nostre abitudini di vita. Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, una miriade di particelle virali potrebbero diffondersi nelle vicinanze. Ecco dunque la necessità di mantenere la distanza di sicurezza e di evitare il contagio restando in casa, fra le mura domestiche di cui tra poco assumeremo il colore. Non dovremmo neanche lamentarci perché non siamo in trincea, abbiamo tempo e cibo a volontà, libri che non abbiamo mai il tempo di leggere, abbiamo internet, piattaforme di didattica a distanza per dimostrare che, oltre a tutto il resto, siamo anche docenti tecnologici. Ma c’è uno strumento che è diventato più necessario di qualsiasi altro: la mascherina. Mi viene in mente la coppia Sordi/Vitti in Polvere di stelle quando si esibivano nella loro canzone d’avanspettacolo Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! Il nostro attuale oggetto di culto è diventata la famigerata mascherina, divenuta più necessaria del pane e del profilattico, uno dei dispositivi di protezione individuale su cui c’è anche chi specula, approfittando del momento di panico generalizzato. Mentre ci aggiriamo come zombie, da una camera all’altra, l’incertezza è divenuta una condanna mentre la noia, di questi tempi, è la cosa migliore che ci possa accadere. Attendiamo che si esauriscano i giorni della quarantena e potremo tornare ad abbracciarci con affetto sincero o con ipocrisia neanche troppo celata, passerà questo momento e torneremo ad inquinare ambiente e rapporti con la solita bastarda indifferenza. Andrà tutto bene. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

IL RACCONTO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Il giorno che presi coscienza del fatto che Covid19 aveva raggiunto l’Italia fui presa da uno di quegli stati di ansia che mi assalgono quando mi accade qualcosa che non posso controllare. Era un sabato e la televisione mandava le immagini di una gran folla di gente che lasciava la Lombardia per scendere verso il sud. Andai a letto agitata e nel mezzo della notte mi svegliai con il respiro che mi stringeva il petto: cosa ci aspettava, cosa “mi” aspettava, ero sola, se fossi stata male chi mi avrebbe aiutato dal momento che nessuno poteva raggiungermi? Provai a praticare per qualche momento una sorta di training autogeno e a poco a poco l’ansia si acquietò e potei riaddormentarmi. Al mattino mi svegliai con la preoccupazione di trovare un modo di organizzarmi per poter sopperire a tutte le necessità della vita di ogni giorno. Avvolsi una sciarpa attorno al collo e mi diressi in quella specie di bazar situato vicino casa per procurarmi il gel disinfettante per le mani, i prodotti igienizzanti per la casa, i guanti e le mascherine. Adesso si presentava il problema della mia collaboratrice domestica: avrebbe potuto e voluto continuare a venire? Ed io ero sicura di volerlo? Non ne ero sicura ma ne avevo bisogno, e il dubbio mi tormentava. Il giorno dopo Patrizia si presentò come ogni martedì ed io, confesso, mi sentii sollevata, igienizzò tutto e mi assicurò che lo stesso aveva fatto a casa sua e nella sua auto. Dieci anni di collaborazione mi davano fiducia nella sua correttezza e dunque il primo passo verso una pianificazione del nuovo corso di vita era fatto. Adesso bisognava pensare all’approvvigionamento delle derrate alimentari. Il mio supermercato di riferimento per due giorni fu telefonicamente irraggiungibile, dopo tentativi multipli riuscii a contattare la responsabile, con la quale avevo da tempo ottimi rapporti, e con lei stabilimmo le modalità per poterci mettere in comunicazione e farmi consegnare la spesa a domicilio. Sopraggiungeva ora il problema di accogliere adeguatamente il rider; mascherina io e mascherina lui, guanti io e guanti lui, pos per la carta bancomat, sacchetti sulla soglia di casa e amen, era andata. Non so in grazia di che cosa, ma dopo quel momento ebbi la sensazione che si fosse squarciato un velo e che finalmente potessi vedere la limpidezza del cielo. Quello che mi accadde però fu di cancellare dalle mie abitudini la cura del mio aspetto esteriore: abituata a vestirmi convenientemente e a truccarmi anche se restavo in casa, mi ritrovavo senza alcuna voglia di perpetuare le mie abitudini, anzi evitavo lo specchio e mi sentivo carica di tutti i miei anni come non mi era fino a quel momento successo. Non leggevo, non scrivevo, rifuggivo tutta la retorica mediatica e naturalmente non vedevo nessuno, essendo i miei familiari residenti in altre città e alcuni proprio in Lombardia, cosa che mi inquietava parecchio. Così passarono sei settimane e mezzo.
Il 5 aprile, Domenica delle Palme, seguii in tv la celebrazione della Messa a San Pietro, vidi la stanchezza e la tristezza nello sguardo spento del Papa, e la desolazione di una cerimonia che improvvisamente cancellava gli sfarzi e le folle. Eppure Francesco era lì e ci parlava, mestamente, dolorosamente, stava nella sua parte. Pensai che era quello che dovevamo fare tutti e decisi che dovevo sterzare, lasciare la trazzera che avevo infilato e rimettermi sulla carreggiata principale. La mattina dopo mi lavai e mi acconciai i capelli, mi truccai e indossai un maglione rosso granato, poi accesi il cellulare e registrai un video: “Oggi ho deciso di dare una svolta alle mie giornate”. In quel momento realizzai che avevo vissuto un “lutto”, la perdita di qualcosa di immateriale a cui non sapevo attribuire un nome e, per l’ennesima volta nel difficile cammino della mia vita, sperimentai le risorse inimmaginabili dell’essere umano, creatura camaleontesca che riesce a trovare la pelle giusta per adattarsi e sopravvivere.
Ce la faremo.

Siracusa 29 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE VIDEOCHIAMATE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Ieri mentre pulivo il viale che attraversa il giardino (più viale che giardino) arriva una chiamata. Al rientro mi avvisa mio figlio (nonricordoqualedeidue) “Mentre eri fuori ha squillato due volte il telefono” ed io “Ma perché non mi avete chiamato?”. Controllo la rubrica e vedo che il chiamante è un mio collega pensionato che conosco da una vita. Gli mando un messaggio WhatsApp “Come stai Gaetano? Noi qui tutti bene”. Avevo appena finito di scrivere il messaggio che arriva una sua videochiamata. Rispondo e lo vedo sullo schermo. “Ciao, Gaetano, come va?” E lui ” Ciao, ma perché prima non hai risposto?” Ora c’è da dire che io e il collega ci stimiamo a vicenda, io in particolare apprezzo di lui la franchezza, ma non c’è poi tutta questa gran frequenza e credo di essere libera di farmi la doccia, non sentire lo squillo, avere letteralmente le mani in pasta o stare in giardino a spazzare il viale, senza per questo dover dar conto a chi mi chiama al cellulare. Credo. Ma Gaetano è così, se ha da farti una domanda che per risposta meriterebbe “ma sono pure fatti miei!” te la fa. Ovviamente gli rispondo con la verità. Io sono mite e i miti rispondono sempre. Così, mi sembra, il grande Dostoievskij. Gaetano mi dice “Ma non ti vedo, è tutto buio” ed io “Sì, sono in camera mia a luce spenta. Aspetta va che l’accendo” Accendo la luce e mi vedo anch’io nello schermo in un quadratino più piccolo sovrapposto all’immagine di Gaetano. Lui sorride. Io ho i capelli inguardabili, ma la luce dell’abat jour camuffa bene la cosa. Segue normale conversazione di questi tempi assurdi di unità e calamità. La videochiamata mi fa pensare che è un secolo che non vedo sorelle e mamma. Appena chiudo con Gaetano, via WhatsApp, coinvolgo tutte in una chiamata via skype per le 15 di oggi. E la chiamata si svolge. Possiamo vederci un po’ in faccia, raccontarci questi giorni strani, come ci siamo organizzati, che stiamo facendo un po’ tutti in famiglia. Mia mamma girovaga nella stanza da pranzo da dove è collegata la mia sorella minore. Ogni tanto infila la testa dentro al pc, non credo veda granché, non credo abbia capito molto, ma almeno l’ho vista. E così pure le mie sorelle. Cioè loro hanno capito, ma così le ho viste. Oggi appena prima di accingermi a mettere giù questa cronaca, ho pensato che, passata questa epidemia, delle persone insopportabili diremo “Mih è peggio del coronavirus!”. Lo so non c’entra niente con tutto il resto, ma volevo dirlo per prima, come se fossimo già oltre…

Tutto andrà bene.

Giorno d’esame

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Il racconto Giorno d’esame, scritto da Henry Slesar nel 1958, è stato lo spunto per la fiction Ai confini della realtà, serie televisiva che ha avuto uno straordinario successo negli anni Sessanta e che è ancora considerata un cult movie per gli amanti del genere per la presenza di situazioni perturbanti, al limite tra il verosimile e l’inverosimile. Con grande capacità di sintesi ed efficacia, Slesar, che partecipò alla sceneggiatura del telefilm, presenta l’ambiente, i personaggi, la trama, improntata al meccanismo della suspense. La vicenda è ambientata in un futuro indefinito, in cui gli uomini devono rispettare le direttive di un governo autoritario e repressivo che condiziona e orienta la vita e le scelte dei cittadini. All’inizio del racconto entrano in scena i personaggi, una coppia di genitori e il figlio Dickie, che sta festeggiando il suo dodicesimo compleanno. Emerge subito un senso di attesa per l’esame che il figlio dovrà sostenere a breve: si tratta di un test di intelligenza a cui il governo sottopone tutti i ragazzi al compimento del dodicesimo anno d’età. Il test è considerato infallibile perché i ragazzi devono ingerire un siero che induce a dire la verità. L’evento centrale del racconto e cioè l’esame, giunge dopo un’ellissi temporale (il lunedì seguente); il ragazzo viene accompagnato dal padre al palazzo governativo in cui si aggirano personaggi impersonali e freddi in cui è scomparsa qualsiasi traccia di umanità. La sequenza in cui viene raccontata la fase preparatoria del test contribuisce ad aumentare il senso di attesa  nel lettore; la spannung raggiunge il culmine quando i genitori ricevono la telefonata che annuncia in tono formale l’esito dell’esame con il suo scioglimento luttuoso e catastrofico. Un alto quoziente intellettivo è considerato un reato; per questo motivo un elaboratore elettronico determina quali ragazzi annientare. Il governo di questa società supertecnologica in cui si vive senza nemmeno azzardarsi a pensare, infatti, stermina le potenziali menti pensanti, capaci di ragionare autonomamente, per controllare qualsiasi forma di ribellione contro il potere.

*

I Jordan non parlarono mai dell’esame, o almeno non ne parlarono fino al giorno in cui  Dickie compì dodici anni. Fu solo quella mattina che la signora Jordan accennò per la prima volta all’esame in presenza del figlio, e il suo tono angustiato provocò una  risposta secca del marito. ­

-Non ci pensare ora- ­disse bruscamente. -­Se la caverà benissimo-.

Stavano facendo colazione, e il ragazzo alzò la testa dal piatto, incuriosito. Era un ragazzetto dallo sguardo sveglio, con capelli ricci e modi vivaci. Non capì il motivo dell’improvvisa tensione che si era creata nella stanza, ma sapeva che era il giorno del suo compleanno e desiderava che tutto andasse bene. Da qualche parte nel piccolo appartamento erano nascosti dei pacchetti infiocchettati che aspettavano di essere aperti, e nella minuscola cucina retrattile qualcosa di molto appetitoso stava cuocendo nel forno automatico. Lui voleva che quel giorno fosse felice, e il velo umido che aveva appannato gli occhi di sua madre, l’espressione torva sul volto di suo padre, minacciavano ora di guastargli la festa. ­

-­ Quale esame?- ­­ chiese. La madre guardò l’orologio sul tavolo.

-E’ solo una specie di test d’intelligenza che il governo fa fare a tutti i bambini all’età di  dodici anni. Tu dovrai sostenerlo la prossima settimana. Non c’è nulla di cui preoccuparsi.­­-

­­ -Vuoi dire un test come quelli di scuola?- ­­ ­­

-Qualcosa del genere -, ­­ disse il padre alzandosi di scatto.

­­-Vai a leggerti un giornalino, Dickie-.

Il ragazzo si alzò e si diresse svogliatamente verso l’angolo del soggiorno che era sempre stato il suo angolo, fin da piccolo.  Sfogliò per qualche istante un giornalino a fumetti, ma le sue strisce a colori vivaci non sembrarono divertirlo. Andò alla finestra  e restò a guardare malinconicamente il velo di vapore che appannava i vetri. « Perché deve piovere proprio oggi? si disse. Perché non può piovere domani?» Il padre, ora sprofondato in poltrona con il giornale governativo tra le mani, spiegazzò rumorosamente i fogli, irritato. ­­ -Perché piove, ecco perché. La pioggia fa crescere l’erba.- ­­ ­­

– Perché, papà?-

­­-­­ Perché sì, che domande-. ­­

Dickie corrugò la fronte. ­­ -Ma che cosa la rende verde, poi? L’erba, voglio dire.- ­­ ­­

-Nessuno lo sa-, tagliò corto il padre, pentendosi immediatamente per la sua asprezza. Poi, a poco a poco, quel giorno tornò il giorno del suo compleanno. La madre sorrideva con tenerezza quando entrò con i  pacchetti gaiamente colorati, e persino il padre rimediò un sorriso e gli scompigliò i capelli. Dickie baciò la mamma e strinse  gravemente la mano al padre. Venne servita la torta di compleanno, e la festa finì. Un’ora dopo, seduto accanto alla finestra, guardava il sole che si faceva strada tra le nuvole. ­­-Papà,- chiese,-­­ quant’è lontano il sole?- ­­

-Diecimila chilometri-, rispose il padre.

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Studio di Silvio Aman su “Il segreto di Marie-Belle”, Silvio Raffo, Elliot, 2019 (I parte)

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Il segreto di Marie-Belle 2

     L’isola malinconica e remota in cui quella strana creatura

     dava l’impressione di essere arroccata

     non sembrava all’inizio concedere approdi.

 

Il breve ma intenso romanzo di Raffo, l’ultimo in ordine di tempo di una fortunata serie, fra gotico e noir, quando i due aspetti non s’intrecciano, è il diario del rapporto, poi trasformato in casto amore, dell’istitutrice Aurelia nella Villa La Protégée, per la piccola e anemica Marie-Belle, bisognosa di cure. Esso porta il seguente esergo tratto dalla Lettera di San Paolo agli Ebrei:

Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola,

senza saperlo hanno accolto degli angeli.

È vero ma può anche darsi che gli angeli rivelino gli aspetti inquietanti del loro camuffato antagonista, ciò in base alla differenza fra l’indefettibile e pura volontà del Signore di cui è veicolo e le umane debolezze. La signorina Aurelia, istitutrice di Marie-Belle, è sicuramente un angelo, ma solo finché il suo attaccamento protettivo alla ragazza non trova ostacoli, e a questo riguardo romanzi e fatti di cronaca nera con tanto di delitti lo testimoniano, prima con la lotta al fine di guadagnare l’oggetto causa del desiderio, poi per conservarlo contro ogni genere di opposizioni e rivalità. Nel primo capitolo che funge da prefazione al suo diario, Aurelia – la splendente, come significa il nome – scrive:

Le nostre vite mi paiono così strettamente intrecciate da costituire un’unica vita. Tutto ciò che è accaduto a Marie-Belle ha toccato di riflesso anche me. O sarebbe più corretto dire che è stato determinato da me, come in un gioco di ineluttabili corrispondenze? […] Ma c’è un’ombra dietro Marie-Belle, che la segue a ogni passo, eppure sembra avere una consistenza propria, un suo spessore autonomo benché inscindibile da lei. Sono io quell’ombra. Forse la storia che sto scrivendo è proprio questo: il diario di un’ombra.

Quest’ombra, incarnata dall’istitutrice, e dalla quale Marie-Belle Daumier tenterà a più riprese di sottrarsi, è la scia del fato che si annuncia appunto attraverso “ineluttabili corrispondenze” cioè con i segni interpretati da Aurelia come precognizioni degli ostacoli volti a intralciare la vita della ragazza. Uno di questi è rappresentato da Le Nain Bombard nel mazzo di carte divinatorie Bonne Aventure fornite di un Tableau résumé che definiremmo “roulette russa” cioè di un cerchio rotante, il quale si arresta su una determinata immagine, poi echeggiata, per analogia, nel mostro sogghignante in un dipinto di Fragonard e nello chauffeur. Il nano porta un sacco colmo di bastoni, simbolo numerico degli ostacoli nei quali potrebbe incappare Belle. Per cogliere meglio il tessuto delle perfide corrispondenze, occorre precisare che il mazzo, su cui Aurelia – prima di rubarlo – consulta il destino della sua protetta, si trova, assieme alla Bibbia, sul tavolino da notte della ragazza, cui appartiene, e questo indica già la fatale connessione fra le due. Siccome Il segreto è un romanzo del destino di cui non ci devono sfuggire segni, ricordiamo che Marie-Belle Daumier, nel film in cui ha la parte di una suora suicida, cantilena: «Non ero padrona del mio destino. Così doveva essere» e anche le sue recite allo specchio, lusinghiero paredro, quando sogna di fare l’attrice… E lì nel gelido riflusso, congelata, le mani al seno, i capelli lungosciolti, giace la mia bellezza, la bellezza di me. E intorno fiori… Oh Ofelia, Ofelia.

Ofelia, non per caso, è la folle suicida immersa nel ruscello tra i fiori, così ben rappresentata nel celebre dipinto di John Everett Millais. Questo mi lascia supporre che Marie-Belle, incontrata da Aurelia a Sanremo con la madre Madame Geneviève, abbia subito un magico innesto come accade in botanica, nel senso di innestare il ramo di una specie su un’altra al fine produrre certi frutti che con la prima non si potrebbe, in special modo se sterile. Di questa ragazza anemica, soggetta a narcolessia, sintomo di esigua vitalità, e in cura nella clinica di Ospedaletti, perciò bisognosa di una tutrice, dotata «di una discrezione, una riservatezza che aveva qualcosa di remoto, d’innaturale» (oggi la definiremmo tendenzialmente autistica) è evidente il disinteresse per gli altri: infatti, dalla panchina sulla Passeggiata Imperatrice, assorta nella lettura, non alza nemmeno la testa, fosse solo per dare un’occhiata alla donna che avrà tanto peso nella sua vita. L’aggettivo “remoto” che Raffo, poeta sensibilissimo ai suoni, penso abbia scelto per l’ombra lontanante delle due o, indica molto bene la riservatezza aristocratica e “innaturale” di Belle… ma quanto ordinarie sono alle volte le persone naturali! Narcolessia e astrazione dal mondo esterno, saranno poi favorite in segreto dall’uso degli alcolici, poi delle droghe nel periodo in cui, ormai trentenne, Belle farà l’attrice nel film Maison dangereuse (chiaramente opposto a La ville Protégée) per la Cherubino Film: nome angelico ma non per gli interessi di Aurelia, cui il bell’uomo appare minaccioso, come si vedrà. Assieme alla citazione della Bibbia (la ragazza ne ha una sul comodino) al benaugurante Protégée, a Paradiso, come suona il lusinghiero nome del battello, e alle radiose scritte sopra i due camini, tornano anche gli angeli, perché quando il padre di Marie-Belle, avvocato tedesco intento compilare la settimana enigmistica, chiede il significato in italiano di una parola, Aurelia risponde «angelo» o «arcangelo» secondo il numero delle lettere, e lui: Sie waren der Engel meines Leben “Voi siete stata l’angelo della mia vita” senza immaginarne anche quello della morte, perché pur devota al «servizio d’amore» costei non lo aiuterà di certo a vivere. Pur assecondando i propri esclusivi desideri, l’amorevole tutrice solleciterà la sua pupilla «ad aprirsi sui suoi rapporti coi compagni» ma tramite la doppia manovra di chi da una parte protegge e dall’altra isola. Protégée potrebbe appunto alludere alla cura fatale esercitata da Aurelia sulla ragazza, perché vittima lei stessa di una fantasticheria d’isolamento, le riesce spontaneo appoggiarsi all’altro per via narcisistica e prolungarvisi tramite una forma di empatia dominata dal sortilegio (produttore del senso di colpa ben indicato da Raffo) cioè dal timore preventivo di cosa il suo amore produrrà. Il dualismo – che nel romanzo è ora occultato, ora palese – si gioca fra i segni nefasti e gli oggetti dai caratteri apotropaici e morfinici donati alla ragazza: il ciondolo protettivo del terzo occhio e un pigiama col ricamo del fior di loto, portatore dell’oblio (se pensiamo ai lotofagi dell’Odissea anziché all’India) purché non si perda di vista l’ambivalenza che anche i simboli benevoli possono assumere laddove, improntati, a uno scopo, diventano strumentali.

Di questi affascinanti isolamenti, la letteratura è ricchissima: basti pensare ai racconti di Poe con Ligheia, Morella, Il ritratto ovale, Il tramonto della casa Usher e al celebre À rebours di Huysmans, tutti sottolineati da sfinitezza e idee di morte. Ciò perché certi esseri dotati di un’eccessiva sensibilità estetica (di cui Aurelia vive solo l’eco) e disgusto per la gente comune, non riescono a commerciare col mondo e avere compagni se non nella rarità dei propri oggetti, siano essi fiori, libri o persone. Qui, il cum panem, è solo quello vissuto con i propri simili impreziositi dal declino: tutto è già stato “nello splendore dell’antica luce” e il seguito è solo decadenza. Del resto l’«antica luce» si offre come tale – generalmente parlando – per effetto retroattivo, una volta distillata dalla memoria col solvente del principio di piacere… ma era proprio così radiosa? Nella clinica Villa Sorriso, dove è ricoverata, l’unica soddisfazione dell’ormai anziana Aurelia consiste nel puntare il cannocchiale, dono del giardiniere-animista Honoré, verso il maniero abbattuto e gli alberi di Villa Protégée, ora visibili (un tempo non li poteva scorgere dal promontorio della propria casa) perché è come se la forbice del lago si sia chiusa unendo le due parti dei rami, cioè la sua vita con quella della ragazza) e attendere che il destino si completi. Come? Con l’arrivo della sempre attesa Marie-Belle. Lo strumento ottico aiuta l’immemore (oggi, per certe dimenticanze in seguito a delitti, si userebbe l’inelegante termine di scotomizzazione) a ricostruite un vissuto di cui Marie-Belle detiene il segreto, cioè il romanzo come la sua stessa biografia. Proprio per questo il percorso di Raffo segue in parte la tecnica indiziaria dei romanzi gialli di cui è maestro: in parte perché Aurelia, criminale e detective nella stessa persona, deve ricostruire l’accaduto tramite l’anamnesi emersa con le sedute analitiche del dottor Boni. La nascita dell’amore a senso unico dell’istitutrice per la ragazza (lei, sfinge diafana dotata di un fascinoso riserbo, rimane costantemente enigmatica, e chissà se suo padre non si dedichi simbolicamente all’enigmistica per questo motivo?) è anche fondato sul suo desiderio di ragazza senza madre di poterlo essere per la “bambina” (vale però anche il rovescio, se si identifica con lei) che pur la possiede in Madame, come qui è generalmente chiamata, ma non per sentirsene figlia. Un tempo ebbe infatti modo di confessare alla signorina: «Maman non ama niente di ciò che io amo. Solo alla sua morte potrò essere felice». Del resto, l’automa di Madame (lei si diletta a costruire bambole anche parlanti) canticchiava:

Je te plumerai la tête

et les yeux et le bec

et le dos et les ailes,

Alouette, alouette!

Canzonetta rivolta alla figlia o alla tutrice? Dal diario si sa che in una poupée di Madame Aurelia allucina Marie-Belle stesa su una barella, poi di nuovo libera, mentre si sentono le note:

Now we are one

I’m not afraid

Di cosa si tratta in quest’opera (in cui, come già in La voce della pietra, non mancano i richiami a castelli, mobili, pianoforti, stoffe, abiti, fiori e profumi che rievocano una trascorsa eleganza) si arguisce dalla poetica dell’autore incentrata sul rilkiano e walseriano amore intransitivo o amour de lohn, come nell’occitano Joffré Rudel, principe di Blaia, perché Marie-Belle, pur presente, resta di fatto remota e inafferrabile. Da Il segreto, il lettore non deve quindi attendersi scene erotiche, non per la mancanza di eros (il quale, nel bene e nel mare circola ovunque) ma perché qui Raffo mette in luce il disinteresse di Aurelia e Marie-Belle nei riguardi degli uomini, senza precisare se siano delle gomorrite refoulée: ne allude solo il canzonatorio aiutante di Cherubino, avvinto ai pregiudizi, perché si può respingere la natura senza per forza abitare l’isola, come si diceva ai tempi di Liane de Pougy. La pallida e misteriosa Belle, teutonicamente ordinata, sterile come le eroine di Poe e cultrice della propria bellezza boreale, emana il fascino di una diversità difficilmente interpretabile: giunge da un serto di nubi o nasconde qualcosa di orrendo? I due aspetti sono probabilmente intrecciati. D’altra parte, se Marie-Belle fosse una suora tutta preci, non interesserebbe a Silvio Raffo.

Silvio Aman (continua)

 

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Proseguo il racconto dei giorni al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  il link agli altri post contenenti le cronache dei giorni precedenti.

Siracusa 21 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA POESIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La poesia al tempo del coronavirus non c’è. Leggo quella degli altri. La mia s’è fermata. Per me è come se tra la superficie e il profondo si fosse interposta una lamina. Non so se sia ansia, bisogno di fare, disordine in giro, disinfettare. La poesia sgorga, quando c’è. Ha un che di naturale. Nel silenzio, ma non solo, nel bisogno di espandersi, come pasta lievitata, viene fuori da una zona misteriosa, irraggiungibile da una coscienza lucida. Quella zona potrei chiamarla forno, ispirazione o forse camera oscura. Ecco. C’è un disturbo della camera oscura. Non è luce che abbaglia. Non è ombra. E’ che le profondità si sono appartate. Non immergo il mio pensiero nel fiume carsico che le percorre. La mia coscienza ora vuole essere presente a se stessa. La comunicazione allora risale in superficie. La prosa è la forma più adatta per dire il passo del tempo. Sto parlando ai bambini. In fondo. Ora come allora sono un essere di questo mondo, non poeta o veggente, non etereo o santo. Nemmeno tanto eremita. Ora devo essere vigile. Captare i segnali di pericolo. Tenere a mente le scorte. Fare la spesa alimentare. Rapportarmi in un modo nuovo col lavoro. Leggere il mondo nelle sue notizie e percepire l’andamento dello sconvolgimento. Tenere d’occhio i monitoraggi della protezione civile. Il dato più forte è il numero dei morti. Numeri che dietro hanno anime e respiri. Attendo un segnale. Un segno meno tra le differenze di oggi e di ieri. Nemmeno uno zero nei grandi numeri. Nemmeno una volta. Figuriamoci il segno meno quando arriverà. Tutto dipende dal tempo e dalla resistenza consapevole e forte dei miei connazionali. Irrigidirsi come a una chiamata militare. Siamo tutti soldati della propria e altrui salute. Niente caccia alle streghe solo fermezza, far lavorare il cervello. La poesia può aspettare…

Siracusa 24 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA NOIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La noia non è mai – o quasi mai stata – nel ventaglio dei miei sentimenti. Non me ne voglia Moravia, se la noia mi è aliena, forse vi sono talmente immersa che neanche me ne rendo conto, in virtù di spinte interiori mai sopite ormai insisto pervicace per abbrivio, inseguendo sogni che tento di inverare. Certo però che non capisco, di più, compatisco quei giovani che sono pervasi dalla noia. Seduti ai tavolini del bar a consumare l’esistenza. Non intendo sindacare il desiderio di aggregazione tra giovani che è normale, bensì lo sguardo vacuo e senza vitalità di certe figure annoiate che vivacchiano senza slanci. La noia non esiste. Non esiste al tempo del coronavirus e neanche in altri momenti. Parlatemi di stanchezza, depressione, avvilimento, tristezza, malinconia. Parlatemi di entusiasmo, energia, volontà, progettualità, organizzazione, curiosità. Parlatemi di sconfitte, di vittorie, di lotte. La noia non esiste. E anche se dico mi annoio è solo una scusa per sfuggire a qualche obbligo poco gradito. Mi annoio perché devo fare altro, altro che, ovviamente, non mi annoia. Riesco a volte a provare noia vicino a persone che non mi piacciono. Allora evito accuratamente le persone che non mi piacciono. Un altro caso in cui mi annoio è quando le persone che amo, quelle di cui mi circondo, mi invitano a un’attività non gradita. Ed io per amor loro mi lascio convincere. Monopoli ad esempio o Risiko. Sono coerente, giocare non fa per me. Vabbè qualche gioco con le carte da gioco un po’ mi avvince, sia con le carte francesi che con le siciliane, ma senza esagerare, massimo due tre ore, poi soccombo. Insomma al tempo del coronavirus niente noia, nonostante l’obbligo di stare a casa, il giorno vola, la notte sorprendentemente dormo. Probabilmente stare a casa, risponde al mio bisogno più segreto, accantonato a lungo, ora assecondato. Tra le cose che ho avviato c’è questa rubrica di Cronache incoronate. Ho fotografato i miei quadri, elaborato le foto. Ho aperto un negozio virtuale delle mie opere e ne ho curato le presentazioni. In mente altri tre pannelli decorativi da realizzare. Ho pronte le foto per tre nuove ricette illustrate per la mia pagina IN NUCE, devo caricarle e scrivere i testi. Per l’ambito professionale sto sperimentando lo smart working, chiedendomi se avro’ la possibilità di optare per questa modalità anche dopo la fine dell’emergenza… In sintesi ho continui progetti che metto in cantiere e porto avanti, avendo sempre la sensazione che il migliore (progetto, periodo, soddisfazione) debba ancora venire. Sul fronte epidemia le cose vanno non tanto bene. Qui qualcuno comincia a morire, sempre più vicino, temo che il cerchio possa stringersi, prima che in Sicilia si spenga il contagio. E’ impressionante il modo in cui questa malattia piomba addosso e in pochi giorni rubi una vita. Aspettiamo la liberazione. Non possiamo arrenderci. Mai smettere di credere.

Tutto andrà bene.

Siracusa 27 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE MANCANZE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Cos’è la prima cosa che farai finita l’emergenza? Leggo qua e là amici che lo chiedono. Ecco la domanda è intrigante. Permette di sognare. Ne abbiamo bisogno, specie adesso che cominciamo a dubitare. Stimola il desiderio. Sesso rispondono alcuni. Altri prendere l’auto e via on the road, una corsa folle, un viaggio tanto desiderato, riunirsi con gli amici, una festa, una sbornia, andare a cena fuori…a me manca di poter abbracciare i miei figli. Sono già a casa da dieci giorni consecutivi è difficile che io possa contagiarli, ma sono loro a temere di poter trasmettere il contagio. Magari essendo asintomatici. Sanno che i giovani se la cavano meglio e non vogliono mettere a rischio noi genitori un po’ datati. Per cui in linea di massima manteniamo la distanza di circa un metro gli uni dagli altri anche in casa. Ognuno poi ha scelto la sua zona di stazionamento e conviviamo. Serenamente. Il mio piccolo sostiene che dieci secondi di abbraccio trasmettono energia positiva. Sarà quell’energia che mi manca, l’energia della tenerezza, l’affetto che vivifica. Vorrei una tregua almeno. Per due minuti il virus sospende l’attività, trattiene il respiro, si astiene dal contagio. Il tempo di un abbraccio e poi di nuovo sul fronte. Per armi pazienza, speranza, resistenza. Mascherina ed amuchina.

Tutto andrà bene (forse)

Di Pirandello poeta

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Di Luigi Pirandello romanziere e drammaturgo non si finisce mai di scrivere, poco invece si ricorda della sua modesta (per numero) produzione poetica della quale in definitiva non si è mai detto troppo bene. Personalmente ho avuto modo di parlarne in un convegno a lui dedicato in quel di Porto Empedocle, suo e mio paese d’origine, e nell’occasione portare alla superficie quella parte della sua opera considerata minore. Luigi Pirandello pubblica la sua prima raccolta di poesie, Mal giocondo, nel 1889 a Palermo e l’ultima, Fuori di chiave, nel 1912 a Genova. La sua produzione poetica copre quindi un arco di tempo a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, periodo di transizione fra due secoli, momento storico caratterizzato dal tramonto della civiltà del positivismo e dal sorgere di un’epoca protesa alla ricerca di nuovi valori e altre certezze. Ciò genera nel poeta quello smarrimento morale che egli indaga nel saggio giovanile Arte e coscienza d’oggi, nel quale fra l’altro si pone questa domanda:”Quali saranno le norme della condotta, quali azioni saranno reputate giuste o ingiuste?” Interrogativo ancora attuale, per motivi certo diversi ma non per questo meno importanti. Il disorientamento di cui parla Pirandello in questo saggio investe soprattutto i giovani dei quali egli dice:”(I giovani) danno di sé uno spettacolo ancor più triste. Nei(loro) cervelli e nelle (loro) coscienze regna una straordinaria confusione“. Il passaggio da un secolo all’altro è quello che abbiamo vissuto e viviamo anche noi, poeti contemporanei che hanno varcato la soglia del duemila direi quasi con la stessa confusione, con gli stessi problemi di coscienza, sebbene di natura diversa e di altra provenienza. La crisi a cui si riferisce Pirandello è quella dell’Italia post-unitaria, della repressione dei Fasci siciliani, dello scandalo della Banca Romana che metteva il dito nella piaga della corruzione della classe dirigente ed è la crisi storica e la delusione giovanile che irrompono in Mal giocondo,  libro che già nell’ossimoro del titolo riconduce alla visione di tutta la tematica pirandelliana. In questa prima prova poetica dello scrittore agrigentino si rileva la sfiducia nelle classi dirigenti, negli uomini politici responsabili di mal governo, in uno stato rimasto sostanzialmente burocratico e poliziesco. L’amarezza che ne viene fuori per il fallimento delle speranze risorgimentali sarà poi espressa più compiutamente nel romanzo I vecchi e i giovani dove assume contorni più decisi e densi di significati simbolici. A questa tematica fa da contrappunto la polemica contro la repressione dell’eros, il desiderio di vita e la ribellione alla convenzionalità delle leggi moralistiche. La cifra stilistica è sostenuta da una lingua viva, lontana dal logorato uso letterario e rinnovata da un’espressione semanticamente essenziale.

A monte della seconda raccolta, Fuori di chiave, si intravede in filigrana la poetica del saggio L’umorismo, quel “sentimento del contrario” che nella poesia Preludio orchestrale riporta alla condizione dell’uomo che avverte la pena di non essere in armonia con se stesso e con il mondo, che si sente creatura alienata, appunto “fuori di chiave”. Il tema della dissociazione della personalità, delle molteplici espressioni dell’io, delle “forme” in cui vive l’individuo, gabbie che lo imprigionano e lo separano dall’altro se stesso, è ancora attuale e vissuto in certa poesia contemporanea che avverte il disagio di un’esistenza priva di certezze e d’ogni consolatoria illusione, vittima della cosiddetta società dell’immagine che ha costruito modelli fisici sempre più diretti alla perfezione fisica e sempre meno tesi alla vera ed autentica essenza dell’uomo. Nella poesia Ritorno, scritta a Porto Empedocle nel 1910, Pirandello affronta il legame che unisce l’uomo alle sue radici geografiche. Egli parla all’altro se stesso, al giovane che dal terrazzo della sua casa, “cassero d’una nave a cui volgea/prospera allora e lieta la fortuna“, sentiva la smania dell’attesa che lo allontanava da tutto ciò che lo circondava. La fisionomia del borgo marinaro, la realtà fisica e sociale del luogo (il porto, il mare, le banchine dalle quali gli zolfatari trasportavano lo zolfo sulle navi da carico) ritornano accompagnate dall’amarezza per l’avversa sorte che “cangiò la fortuna” della sua famiglia. Non sembri allora peregrino accostare questa tensione poetica all’attuale filone di tanta letteratura dell’emigrazione, spesso espressa nell’ambigua valenza di desiderio di appartenenza alla nuova terra e nostalgia dell’habitat originario.

Pirandello poeta avverte l’esigenza del rinnovamento del linguaggio, cerca una sua originale lingua che non percorra strade già sperimentate e sebbene molti dei temi affrontati siano fisiologicamente inattuali possiamo riconoscervi l’estetica baudelairiana della condizione poeta: un sovversivo che crede nella forza della poesia come atto d’accusa verso un sistema governato da leggi se vogliamo utopiche ma necessarie alla sopravvivenza dell’artista.

Anna Maria Bonfiglio

 

Nota critica su “Fiori estinti” di Mattia Tarantino, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

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Fin dalla lettura dei primi versi, incisivi e visionari, ci si rende conto della qualità della scrittura, della veemenza tutta giovanile e della intertestualità delle liriche di Fiori estinti, seconda silloge di Mattia Tarantino per i tipi di Terra d’ulivi edizioni. Già il primo verso di Renè Char, riportato come epigrafe, assimila i fiori alle parole, che sbocciano, fioriscono, sfregiano, si estinguono. Il titolo della raccolta riporta alla mente un’altra celebre opera, Les Fleurs du mal di Baudelaire, anche qui, come in quella, affiora frequentemente un’atmosfera surreale, visionaria e vagamente sinistra.

La critica, a volte in modo frettoloso e banale, non manca di indicare percorsi e riferimenti della formazione: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Thomas citato dallo stesso autore come suo maestro di riferimento. Al di là del rischio, in questo caso calcolato e sapientemente aggirato, di incorrere nell’epigonismo, la visione del mondo appare sofferta e dolorosa, la poesia è per l’autore un modo per cogliere l’essenza profonda delle cose. L’approccio appare quasi mistico con il ricorrente richiamo di termini come terra santa, genesi, croce, benedire, comunione, ostia, vino, salvezza, grazia, stella, epifania, preghiera, cilicio, perfino azzimo, riferito non al pane ma al fiore.

Poesia aulica, ricca di figure criptiche e di commistioni, immaginifica, ai bordi dell’onirismo, poesia caratterizzata da una tecnica compositiva ammirevole per un giovanissimo autore per la fusione di registri, stili, sottocodici diversi. Eppure appare inquieta, insoddisfatta, ossessiva, a tratti dissacrante e irriverente. Ci sono delle parole chiave che ricorrono molto frequentemente nella raccolta, angelo (ricorrente per un’ottantina di volte con il suo plurale), fiore/fiori (67), cielo (58), luce (53), nome (40), lingua (33), verbo (17). C’è anche un altro aspetto da approfondire. Procedendo nella lettura di ogni poesia è come se da ciascuna emergessero in controluce immagini, dipinti antichi e moderni, secondo una vocazione, neanche troppo celata, a concepire pittoricamente la scrittura. Viene spontaneo il confronto con Campana e il suo rapporto con le arti visive, quando annotava nel Taccuinetto faentino  “Ad ogni poesia fare il quadro”. Nella poesia di Tarantino il colore ha valore onirico, emblematico, allusivo, come è possibile notare nei versi “tutta la distanza è capovolta / nell’origine del bianco”, “c’è sempre / una fune fra luce e precipizio”, non v’è trama / che scomponga tutto il bianco della sfera o ancora Venga un volo bianco / in quest’acqua che collassa”, “troppa luce / squarcia il nero e lo redime”, “tacerò per sempre la sillaba / che ci lega al colore e ci strappa / alla terra promessa: qui è altrove”, “Questo verso è patire tutto il cielo, / discordia rosa che fa luce nel mio Sud.” L’aggettivo nerissimo, ad es., di volta in volta, è accostato a talento, oracolo, Cristo, amico, fiocco, astro. Allo stesso modo il silenzio e il suo ascolto iniziatico permette di cogliere e riscoprire religioni dell’antichità, miti pagani, tutto ciò che è sospeso fra il mondo degli uomini e quello soprannaturale, quest’erba ci accoglie, rimette / al silenzio il verbo / obliquo, la traccia / che resiste alla voce.

Fra i temi più ricorrenti occorre ricordare il potere salvifico della parola, “la parola è una percossa / al vento, la parola / ci salva e ci deride, ci trattiene”, “risorga / da Ponente la vocale e sia salvezza”, la sua ricerca fino al parossismo, “Cerco un distico che chiuda / i miei versi o li sbaragli.” Poi il presagio, il viaggio iniziatico e di purificazione, “Sarò il verbo custode / di ogni avvenire, la fiamma / che purifica il fiore /, il dolore “indago la violenza / del verbo, il dolore / delle sillabe compiute.” La figura della madre, non proprio esaltata, ricorre molto frequentemente assumendo connotazioni negative:

“vorrei / morire nel cuore di una madre / orfana, sapere / come ridere dei versi e scompigliarli”, “Ero sbronzo del sangue / di mia madre”, “credevo all’inganno / che ha nome di madre”,” C’è una luce per scavare il grembo / di ogni madre / che divora sangue e ossa del fanciullo: ricorda alla madre / quel canto lontano, perché / il fanciullo è orfanello, e mai / che abbia una voce”.Ma mia madre è un temporale: lei conosce / il mistero che si scorge / in bocca al cielo, scaraventa / una bufera sulla casa e tutto trema”, “mia madre inghiotte cento fiori, / poi rimette dalle vene”.

Il poeta, nonostante le difficoltà e il desiderio di autodistruzione, “ora inverto questi versi e mi impicco alle vocali”, resta il depositario di verità assolute, un’anima alla Rimbaud, che vorrebbe inebriarsi d’assoluto, è il poète maudit, il veggente custode di arcane verità e, come tale, il solo in grado di rivelare realtà sconosciute. È come se le parole scaturissero dal ritmo incessante della mente, dal suo percorso fatto di lacerazioni, gioie improvvise, cadute rovinose, tentazioni, trasfigurazioni. In definitiva è una poesia criptica, misteriosa, esoterica, divinatoria, nel suo esplorare la natura più antica e pura delle cose.

© Deborah Mega

 

Fiorire 

Dolore di fiorire questo cardo

che collassa nella luce.

 

Nella torre 

Nella torre la lingua mi respinge

al precipizio della sillaba e fa polvere

del nome, sbriciolando

l’inverno che abitò la terra santa.

 

Ora le vie del canto sono aperte:

vengano i fiori e tutte le creature

a sputare sui miei versi; accorrano

alla soglia innominabile che al buio

 

dal buio accede e sta sventrando.

 

La terra del verme

Allora donatemi

il cerchio e la croce. Non temete

questa parola che nasce

in altri mondi, dove nerissimi

gigli affliggono e azzannano.

 

Amate anche il canto

finale del passero; le astuzie

che nutrono i morti. Altrove

è la terra del verme, ma solo

al di qua può regnare col cuore.

 

Prima che carne nient’altro

che carne nutrì il fiore ossuto.

Prima che acqua nient’altro

che acqua devastò la mancanza

di forma: tutta loro è la colpa.

 

Ecco, amate

ostinati la grazia, le impervie

vie della sorte e mai, mai

la sciagura dello stare.

 

Testi di Mattia Tarantino, Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

3 #cronacheincoronate

Questa quarta, quinta e sesta cronaca, precedute da prima seconda e terza cronaca, già pubblicate qui lo scorso giovedì, danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog con questo post. 

Siracusa 16 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA CENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Crescono poco i casi in Sicilia. È un sollievo. La sanità siciliana non reggerebbe un impatto analogo a quello lombardo. È forse già un segno dell’efficacia del contenimento. Questo mi permette di dedicarmi alla cena più serenamente. I miei ragazzi sono a casa. In altri tempi spesso, per non dire sempre, sono fuori tra studio e amici. Stasera per cena avevo in mente di sfruttare cinque morbidoni che occhieggiano dalla busta del pane. Soffici, fragranti, cosparsi di sesamo, mi hanno ispirato il mio panino top. Pomodoro, uova sode a fette, maionese e cipolletta fresca a pezzetti. Semplice e godurioso. Poi ho ricordato che in frigo c’era qualche fetta di pollo ed ho diversificato. Pollo arrosto a pezzetti, provola e provolone fusi, ketchup, maionese. La ricetta è copiata dai paninari. Il formaggio dovrebbe essere lo svizzero, ma i supermercati chiudono alle 18, non c’è modo di comprarlo. I panini a cena hanno successo. Mio figlio maggiore “però però mamma, niente male” ed io ” sono meglio dei paninari?” risponde il minore ” insomma, mamma, adesso non esageriamo” . Cari paninari, sono a buon punto per il sorpasso. Intanto mi godo i miei figli a tavola. Si parla. Si sta bene insieme. Al tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene

Siracusa, 18 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

CUCITO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi ho avuto poco tempo per qualunque cosa. Sono stata impegnata a cucire dieci mascherine protettive. Le mascherine ormai sono una merce rara e costosa. Qualche paese ce le sequestra, qualche paese ce le regala, ma quelle che arrivano sono destinate ai sanitari. Intanto le scorte di casa nostra si stanno esaurendo. Mio figlio ha provato ad acquistarle in internet. Provenivano dalla Cina e i tempi di consegna erano lunghissimi. Ho deciso di cucirle io. Per modello ho usato una mascherina chirurgica usa e getta, per tessuto una tela riciclata. La tela di cotone doppio e fitto era stata confezionata in una federa di cuscino che per anni e anni ha contenuto piume. Qualche mese fa in una gigantesca opera di riordino degli armadi le piume sono state trasferite in altri cuscini e la federa, lavata a temperatura di 90°, era stata messa tra i tessuti disponibili per migliori usi. Questo è il tempo in cui serve. Ho ricavato dalla federa otto quadrati di circa ventidue centimetri per lato. A destra e sinistra, dopo una passata di punto zig zag, ho rimboccato l’orlo e l’ho fissato col punto dritto. In alto e in basso ho rimboccato il lembo per mezzo millimetro e poi, in basso l’ho rimboccato nuovamente per un altro mezzo millimetro, fissando l’orlino così creato col punto dritto, in alto invece, ho rimboccato il lembo ancora per circa un centimetro creando così un orlo più alto, fissato sempre a punto dritto. A questo punto ho formato tre pieghe nella parte centrale della mascherina, e fissato le tre pieghe a destra e a sinistra con un tratto di punto dritto. Le pieghe sono cucite solo agli estremi perché al momento che si indossa la mascherina devono potersi aprire per accogliere la sporgenza del naso e della bocca. Dentro l’orlo alto con l’aiuto di una spilla da balia, ho passato un elastico, circa 55 centimetri di lunghezza, lasciandolo pendere a destra e sinistra. Questi estremi vanno fissati con punti forti a mano agli estremi dell’orlo in basso. Si formano degli anelli che indossando la mascherina vanno posizionati dietro le orecchie, trattenendo la mascherina aderente al viso. L’orlo in alto sta sul naso, l’orlo più sottile in basso sta sotto il mento. Finite le mascherine ho bollito l’acqua e le ho messe a bagno nell’acqua bollente con un po’ di detersivo. Adesso devo andare a sciacquarle e stendere perché si asciughino. Domani le stiro. Domani devono essere pronte. Domani è ancora il tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene.

ps. le altre 2 mascherine delle 10 cucite oggi le ho confezionate in altro modo

Siracusa, 20 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LO SMART WORKING AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La mia azienda in tutta fretta ha messo su un bell’apparato per lo smart working. Con lo smart working o lavoro agile un po’ si lavora a casa, un po’ in azienda. Di questi tempi a casa e basta. Io sono stata resa operativa ieri sera. Ovviamente ho rinviato a stamani ogni connessione. Quando ho provato stamattina tutto ha funzionato perfettamente. Oh meraviglia! In remoto sul mio affollatissimo desktop. Come sempre, nelle cose che mi piacciono e mi sorprendono, mi ci sono buttata a capofitto. Dopo 5 ore di lavoro avevo un freddo cane e la schiena a pezzi. Non mi ha salvata neppure il the caldo che avevo sorseggiato mentre lavoravo. Ho dovuto far ricorso alla mitica vestaglia turchese supercalda. Preparando il pranzo la situazione è migliorata. Dopo pranzo ho realizzato che non era un fatto di immobilità, mancanza di riscaldamento o primi segni del contagio, bensì un cattivo rapporto sedia piano di lavoro. Come un bravo datore di lavoro di me stessa ho migliorato l’ergonomia della postazione. Ho preso una sedia più alta e con i braccioli, l’ho rialzata fino a che seduta il gomito fosse in linea con la tastiera. Sotto i piedi una bella pedana di fortuna: una solida scatola di legno grezzo. In verità, anche se dico di aver fatto tutto io, si è premurato mio figlio minore, ma mi piaceva spacciarmi per autocrate autosufficiente. Insomma una bella esperienza, entusiasmante, non ho ancora deciso se preferibile al lavoro sul posto. Intanto sono potuta andare in bagno ben tre volte. Nel mio bagno. Anche questo è un vantaggio dello smart working.

Tutto andrà bene

Loredana Semantica

Nota critica di Carlo Di Legge su “La venatura della viola” di Rita Pacilio, Ladolfi, 2019

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Cara Rita, riesco, in questi giorni di calma un po’ irreale, a rileggere il tuo ultimo libro La venatura della viola – Ladolfi, 2019: un bel titolo, tanto per cominciare, inventato nel contesto di quell’infinito immaginario che tutti ci muove, facendo sì che troviamo senso alla vita. Comincio a leggere, e vengo diretto in modo assai favorevole e anche a me congeniale dalla tua Lettera introduttiva. Vi si avverte un tono pacato, rasserenato e rasserenante, che forse non c’era in molti tuoi lavori visti.

Le prime poesie, per la verità, sembrano contraddire ciò che ho appena scritto. E avviene che, nonostante la presenza, sovente, del senso compiuto – ricordo bene la tua scrittura precedente, che certamente corrispondeva a una visione del mondo – , s’incontri il tu : tu, “che mi vuoi archiviare” e lo fai “interrompendo il nostro discorso”, “nella nebbia rancorosa e scura” (p. 10). Non sto a domandarmi il chi; ma subito, a p. 11, prosegui con menzione dell’ “ultimo litigio/uscito dalla bile” e accenni alla “fossa” e “al timore di saperci morti”; eppoi  (per un esempio), “Mani agitate sconvolgono ricordi/il nome; la data di nascita schiamazza/per terra” (p. 14) – efficace, certo – in un mondo in cui “tutte le persone … muoiono senza compassione,/come se il peccato fosse l’amore” (p. 16): allora non resta che “l’alloggio della rassegnazione” ma, a un mondo del genere, scomposto, non certo allegro, non felice, si adegua solo il linguaggio spezzato, lacerato, il mutamento non proprio gradevole al/del soggetto. Messo in dubbio anche il soggetto? Non so. Ma “Il mondo è un corpo devastato” (p. 17) e questo incipit è davvero un simbolo per i tuoi libri, quelli che avevo già letto, e pare che anche la tua poesia non possa risultare diversa, se la visione del mondo sarà questa: così “Qualcuno dice che non puoi farci niente”. Ma qui, proprio qui nel cuore dell’immagine della tua Waste Land, cominci a tener fede alla Lettera introduttiva, perché quel “qualcuno dice …” sottintende anche “ma …”: l’eccezione dell’ottimismo, la presenza di un alcunché di positivo, che arriva, con le linee dell’ “allora coglierò tutte le viole/le terrò insieme …/abbandonata alla saggezza del necessario” (p. 17). Ed è la saggezza che parla, con la viola. Da questo momento, il mondo e il libro, è vero, non sono affatto pacificati – già a fine p. 18 s’affaccia l’assurdo (da sotto terra guardare la luna e fare una piroetta “per vederti sorridere”?); tuttavia, nei momenti che ritieni di sutura, affacci questa immagine gentile, che giova al libro e alle cose, fin dal titolo: l’essenza (di violetta?) nel fazzoletto e di nuovo, con il ricordo della nonna, la narrazione dell’infanzia; certo che anche un’essenza – si direbbe, figura metonimica –  oppure consuetudine per “spirito” – si apparenta strettamente con la trasparenza della venatura e, volendo, di lì alle “albe e l’universo” intero, se in ogni monade si raccoglie il caos ordinato; ed è vero, questa gentile venatura-per-violetta-per-kosmos dice, o è come dicesse, “manca sempre una parola se mi nascondi” (p. 19); violetta è figura associata al perdono e all’ancora una volta (p. 20); le immagini di pacificazione (p. 21) sono collegate, suppongo, a quelle della natura; e così alla natura “del poco” (p. 22) che può essere tutto ciò che serve, alle “venature della viola” (p. 26) che occorrerà ringraziare di tutto ciò che si trova, e d’essersi lasciate trovare; al “vorrei essere un albero” ai piedi del quale “le violette” (p. 28).

Un altro cuore del libro, credo, a p. 23: “Ci si ammala. Per eccesso di fiducia”. Ma poi, meglio, “Ci si ammala per avidità”. Ancora saggezza.

Credo si tratti qui di un libro importante, dove, alla visione-diagnosi del male del mondo e dell’anima, si presenta spessissimo un simbolo d’infanzia, o più simboli della natura ritrovata (ancora bella, nitida, “Ho tre alberi in cima agli occhi” p. 40); uno o più promettenti ritorni.

Ed ecco un incontro in cui diventa estraneo una persona che ben si conosce, e sarà meglio così, forse? O no? (p. 26); ancora i pensieri tristi “Se dovessi scriverti da morta” aggiustarsi come pacate “parole dette/risposte giuste, cortesi” (p. 33):; “viola” sarà ultima parola del libro (p. 44), e, nel silenzio, da cui infine sappiamo “di essere sorretti” (p. 36), campeggia il “batticuore che guarda in alto/guizzo estremo e gentile/senza disperazione”, ancora “Quella venatura della viola/… già compiuta nella sua totalità”. In fondo, nulla. Ma, volendo, si trova che sia tutto.

Grazie per il regalo, hai trovato un bel simbolo grazioso e potente.

Carlo Di Legge

 

***

Vorrei essere un albero

raspato nelle croste dai fulmini

contare le formiche sul ceppo

al vento sbattere la mia testa matta.

Se hai paura non tornare indietro:

vedi la confidenza dell’inverno?

Lungo il tronco si appuntisce il bosco

si piega a terra con le violette in mano.

***

Come noi, i pomeriggi di marzo assottigliano

continuiamo a non saperci dire che ci amiamo.

Nessuno, te compreso, ha visto in controluce

la combinazione per consolare le cellule perse

tra un atto e l’aria blu. Le parole, una dopo l’altra

mentre spaiamo calzini e prudenti teorie.

Se unissimo i punti

troveremmo l’infinito lasciato incompiuto

il bacio a tradurre il reale e l’altra faccia.

***

Qualcosa di troppo accresce

l’orgoglio e la colpa di essere nati qui

in questo garbuglio di allarmi profondi

dove porti in rovina e chiusi come porte

rendono l’acqua inutile e il tramonto povero

se esistesse l’origine di una parola

dovremmo baciare la sabbia e le conchiglie

farlo in segreto, silenziosamente

tracciare una virgola dopo l’apparenza

allargarci sul gambo come fa la viola.

 

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di saggistica, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarraQuel grido raggrumatoIl suono per obbedienzaPrima di andare, Al polso porto catene, La venatura della viola.

Per la narrativa: Non camminare scalzo, L’amore casomai.

Pubblicazioni di letteratura per l’infanzia: La principessa con i baffi,Cantami una filastrocca, La favola dell’Abete, La vecchina brutta e cattiva.

È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in georgiano, in napoletano.

2 #cronacheincoronate

Questa prima, seconda e terza cronaca danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog qui.

Siracusa 14 marzo 2020

LA SPESA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata a fare la spesa. Da sola. All’ingresso breve fila di pochi minuti. Un uomo con la mascherina dava l’ok per entrare. Decido d’essere veloce. Prendo ciò che so che ci piace, un’occhiata rapida alla data di scadenza, nessuna al risparmio.
Nei corridoi tutti ci teniamo lontani gli uni dagli altri, se il corridoio è occupato, giriamo al largo, se qualcuno perde tempo a scegliere andiamo altrove.
Due vecchiacci che facevano la spesa, un uomo e una donna, senza mascherina e senza paura, mi tampinavano. Sorvolavano a meno di un metro dal mio passo, incrociavano la mia traiettoria, spingevano i carrelli ad intralciarmi. C’è mancato poco che li falcidiassi. Alla salumeria una linea teneva distanti gli acquirenti dal bancone, la fila era coi numeri e sparpagliata. I salumieri raccomandavano “distanziatevi, siete troppo vicini”. Ho rinunciato all’affettato fresco, tutto preconfezionato. Alla cassa la cassiera aveva la mascherina. Mi sono sentita sollevata. Starnutisce. Ho insaccato tutto sono uscita con due buste. Le più pesanti che abbia mai portato. Arrivo a casa. La maglia è zuppa. Stamani spalla sfilata.

Tutto andrà bene.

Siracusa sempre 14 marzo 2020

GLI SMARRIMENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata al lavoro. Al rientro cerco in borsa le chiavi per aprire la porta di casa. Non trovo le chiavi. Suono al citofono e mi faccio aprire. A casa nei posti dove le lascio di consueto nessuna traccia di chiavi. Non sul tavolo, non sul “buzzolo” di marmo vicino alla finestra, nemmeno negli svuotatasche dell’ingresso soggiorno. Vuote le tasche di giacca e giubbotto usati in questi giorni. Chiamo il collega, mi controlli se nella stanza ho lasciato le chiavi. Non ci sono sulla sedia, non nell’armadio nemmeno sulla scrivania. Verifica telefonica fallita. Quale ghiotta occasione per i miei di infierire col gusto di sparare sulla perfezione. Il miglior commento quello di mio marito “ti dovrò togliere le chiavi di casa”. Come un flash mi torna alla memoria che in centro parcheggio ho fermato la macchina, aperto lo sportello e mi sono tolta la giacca per il caldo, la primavera sta arrivando. Vuoi vedere che in quel momento dalla tasca della giacca sono cadute le chiavi ? Afferro borsa giubbotto e chiavi della macchina, ritorno al lavoro. Il pensiero ondeggia tra “dove ho perduto ‘ste chiavi?” e “che caspita racconto a un controllo della polizia?” Il dubbio che perdere le chiavi sia uno stato di necessità. Per me lo è: quando perdo le chiavi, sto perdendo la testa. Mi fermo al parcheggio. Passo in rassegna ogni metro quadrato. Ripercorro la strada che ho percorso uscendo dal lavoro, con gli occhi fissi all’asfalto. Nessuno sbrilluccichio di conforto. Chiavi smarrite. Mi arrendo. Torno a casa. Entro in camera da letto. La maglia zuppa. Prendo la vestaglia turchese di ciniglia supercalda . Nella tasca c’è un peso. Forse…vuoi vedere. Le chiavi, nella tasca destra, ce le avevo messe ieri.

Tutto andrà bene.

Siracusa 15 marzo 2020

LE PULIZIE DI CASA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Domenica a casa. Di mattina sono piena di energia. Dopo colazione decido di fare pulizie. La veranda chiusa a vetri è inguardabile. Tutta appannata. Mi armo di un bastone telescopico che avevo comprato in tempi migliori proprio allo scopo. È dotato di un terminale largo e piatto, molto snodabile. Nel secchio circa cinque litri di acqua . Scarto l’alcool denaturato come prodotto per la pulizia. L’alcool è prezioso. Sebbene lo usi abitualmente, preferisco riservarlo a migliori impieghi. La disinfezione delle superfici o delle mani ad esempio. Scelgo un prodotto fortemente sgrassante a base di ammoniaca. Chissa l’ammoniaca che effetto fa ai virus. Dovrebbe essere dirompente. Ciò che sgrassa li distrugge. Uso un panno in microfibra blu. Lo bagno nell’acqua saponata, lo strizzo, lo appoggio al terminale piatto del bastone telescopico e pulisco le vetrate. Il panno tende a cadere. Lo fisso alla base piatta del bastone con due elastici. Il sistema risulta ingegnoso. Funziona. Cambio l’acqua quando si intorbidisce. Sono molto soddisfatta di come procedono i lavori. Ad un tratto spingendo più in alto lo sguardo mi accorgo che sul lato esterno della vetrata c’è una chiocciola. Lo sapevo già ch’era lì. C’è da tempo. Ha scelto quel luogo per svernare. Il suo letargo si compie tre metri sopra il disimpegno che da sempre fa da cuccia al cane. Due esseri viventi in un parallelepipedo con pareti in vetro e muratura e un lato aperto sul giardino. Si fanno compagnia. Probabilmente la notte hanno un respiro armonico. Decido che quando arriverò a quel punto, circumnavighero’ col panno blu la chiocciola. La lascerò al suo posto. A dormire finché vuole. La primavera è vicina. La pulizia può aspettare. Penso che il premier inglese non sarebbe d’accordo. Dobbiamo abituarci a dire addio ai nostri cari. Ad una chiocciolina il minimo che dovremmo fare è fracassarle il guscio e pestarla sotto i piedi. Non sarei una buona inglese. Viva l’Italia.

Tutto andrà bene.

Loredana Semantica

la chiocciolina in letargo. F.to Loredana Semantica

“la chiocciola in letargo” foto di Loredana Semantica

Il mito del tango nella poesia di Borges

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Colin Staples 1959 – Argentine Figurative and Portrait painter

 

Nell’universo letterario borghesiano il tango è lo specchio della popolazione argentina, un simbolo che la identifica. “Identità” è infatti la parola chiave nei testi che il poeta argentino compone per il tango. Egli ha vissuto nel periodo in cui la popolazione del suo Paese era costituita da un coacervo di etnie e di culture e dunque alla ricerca di un’unità costituita; il tango, in quanto espressione di una tradizione secolare che univa molti popoli, era il mito che poteva identificarli. Il tango e il sainete, un componimento teatrale di origine spagnola che in un solo atto rappresentava in modo giocoso aspetti e costumi della vita popolare, sono le due voci a cui Borges assegnerà la valenza archetipa degli abitanti di Buenos Aires. La figura dell’eroe che iniziò il mito del tango è secondo Borges il Gaucho. Così egli lo descrive in una sua poesia:

“Figlio di qualche confine della pianura

Aperta, elementare, quasi segreta,

gettava il saldo laccio che trattiene

il saldo toro dalla cervice scura.

Si battè con l’indiano e lo spagnolo,

morì in alterchi di taverna e di gioco;

diede alla patria, che ignorava, la vita,

finché a forza di perdere, perse tutto.

Nomi non restano, ma il nome è rimasto.”

Da questa poesia, di cui ho citato solo l’incipit, comprendiamo che il gaucho era un elemento marginale della società, viveva nelle pampas, era allevatore o mandriano e, avendo combattuto su vari fronti, il coraggio e l’onore erano la sua fede. Gli elementi distintivi del carattere gauchesco che vengono citate nelle poesie del tango sono l’orgoglio dell’uomo che vive libero e fiero in mezzo alla natura e la sua abilità magistrale di maneggiare i coltelli. Il gaucho non riesce a riconoscersi con e nella città che cambia e si industrializza e perciò vive isolato, anche a costo di rimanere emarginato o di essere sfruttato.

La seconda figura-mito di questa tranche di poesie borghesiane è il compadre e più ancora il compadrito. Il compadre, che abita nei sobborghi della capitale, è il capo del quartiere, simbolo di autorità e coraggio, ricco d’orgoglio e pronto alla vendetta,  vive una gerarchia dove lui è il massimo esponente, sotto di lui vi sono i compadritos. Evoluzione del gaucho che va mutando veste per inserirsi nella nuova società urbana, egli è un soggetto ribelle, alla ricerca di libertà e di una terra senza leggi, l’unico valore a cui si attiene è l’amicizia e per essa è disposto a combattere fino ad uccidere o ad essere ucciso. Il compadrito è colui che trasforma in passi di danza il gioco di coltelli di cui è maestro e con cui esprime la propria virilità. L’immagine del coltello assieme al tema della morte si trova in tutte le milonghe scritte da Borges e pubblicate nella raccolta “Poesie per le sei corde”, ciascuna di esse è un documento di fatti di cronaca nera, di eventi storici o di vicende realmente accadute, “Dietro le pareti sospettose il Sud custodisce un pugnale e una chitarra”, scrive nel poemetto Il tango.

Nella poesia “Milonga de dos hermanos” è raccontata la tragica storia dei fratelli Iberra: entrambi maestri nel gioco del duello si sfidano coi coltelli ma uno dei due tradisce l’etica della competizione uccidendo l’altro con la pistola. Metafora delle lotte fratricide iniziate con la vicenda biblica di Caino e Abele, nel testo è sottesa l’accusa di tradimento e di vigliaccheria, perché nel codice morale del barrìo è il coltello l’unica arma prescritta per i duelli. Nella “Milonga di Don Nicanor Parades” viene tracciato il ritratto di un compadrito del rione Palermo, suo feudo, dove egli brilla per il suo aspetto elegante e per l’uso dei modi duri con cui risolve i contrasti, ucciso nell’anno ‘90 dell’Ottocento per mano di un altro capo. Così lo descrive Borges:

“Lisci e duri i capelli

E quell’aspetto da toro;

mantellina sulla spalla

e sfarzoso anello d’oro”.

Tutti i personaggi cantati nelle milonghe di Borges hanno in comune la lotta e la morte, la chitarra e il coltello. I testi sono racconti di storie individuali che si tramandano nel tempo, leggende a cui l’autore assegna un codice epico per caratterizzare la natura dell’uomo argentino. Il teatro in cui prendono vita i fatti narrati sono i luoghi più nascosti di Buenos Aires, l’arrabal, i suburbi, i luoghi della memoria, unici e straordinari, scaturigine dell’opera borghesiana.

Raccontando in poesia i miti e le leggende di una terra il cui popolo si è costituito dall’amalgama di civiltà e culture diverse fra loro, Borges ha creato un epos, una teoria sulla quale appoggiarsi per identificare nell’eroe del tango la figura che porta la matrice genetica degli argentini. Alcuni studiosi negano che Borges abbia creduto veramente a questa idea di identificazione, mentre altre voci sostengono che egli stesso, sentendo dentro di sé la necessità di trovare una radice comune con il suo popolo, si sia autoconvinto che all’origine della nuova popolazione argentina ci fosse questo eroe del tango, ruvido, smargiasso e sentimentale, pronto ad amare e a uccidere ma sempre fedele ai valori dell’onore e della solidarietà. La Buenos Aires dell’arrabal e del quartiere Palermo sarà sempre per lo scrittore il fulcro creatore dei miti leggendari del suo Paese e del suo popolo.

Anna Maria Bonfiglio

 

 

 

 

 

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

MICHELA ZANARELLA

 

Dal cuore faccio uscire

il colore di una terra

che mi manca come l’aria

e tutto il silenzio di un amore

che cresce come le spighe del grano.

Sono viva in quell’odore di luce

che raduna il mio tempo

intorno a te

e nella memoria che mai allontana

i nostri sguardi.

*

Siamo liberi di sentire

con le vene e con gli occhi

come si muove in silenzio l’amore.

Ci capiterà di non fermarci

tra uno sguardo ed un respiro.

Proveremo a scavalcarci le labbra

nell’armonia perfetta di un bacio.

Ci capiterà forse di non vergognarci

se ci esplode la vita.

Non rinunceremo mai

a ripetere il senso

del nostro avvicinarci all’infinito.

*

Ti verrei ad abbracciare

come fa il sole quando sorge

sulla terra

e ti darei le mie parole

per unirle al tuo silenzio.

L’amore che ho per te

fatto di luce e di pazienza

si moltiplica come fa la vita

quando arriva come pioggia improvvisa

a risvegliare l’erba o a riempire i pozzi.

 

Testi tratti da L’istinto altrove, Giuliano Ladolfi Editore, 2019

 

1 #cronacheincoronate #andràtuttobene

by Kamil Vojnar

Cari amici, è tempo di Coronavirus. “Una cosa seria” come dice il governo, che non solo oggi rischia di ucciderci o mandarci in terapia intensiva, ma che è probabile, dico io, domani inciderà sugli equilibri politici e l’economia mondiali. Questi momenti, in cui un intero Paese, vivo e produttivo come l’Italia, si ferma, resteranno nella storia, i nostri scritti di oggi potrebbero testimoniarli domani. Che ne dite di inviare alla redazione del blog i vostri racconti, pagine di diario, lettere, immagini, cronache su ciò che stiamo vivendo? Raccontate un episodio di questi giorni vissuti tra: “io resto a casa”, strade deserte e famiglie riunite. Con un po’ di humor se vi riesce, quel tanto che basta ad alleggerire lo spirito. Le potremmo chiamare Cronache incoronate. Mandate i vostri contributi alla casella liminamundi@gmail.com oppure postateli nei commenti al post, sotto gli hashtag   #cronacheincoronate #andràtuttobene.

L’intervista a Viviana Viviani: Se mi ami sopravvalutami

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Viviana Viviani, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Se mi ami sopravvalutami, Controluna, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho imparato a leggere e scrivere a tre anni, grazie a una madre maestra, e a scuola ero tra i pochi ad essere felice quando c’era il tema in classe. Poi, quando ho scelto di studiare ingegneria, ho smesso di scrivere (ma non di leggere) per un lungo periodo. Credo fosse il mio modo per non sentire troppo il peso di quella rinuncia: renderla definitiva. Ma la passione è rimasta, mi ha seguita come un fiume sotterraneo, e alla fine è riemersa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Per quanto riguarda la poesia, due autrici in particolare: Wislawa Szymborska e Viviane Lamarque. Credo che dalla sintesi tra la grande intelligenza, la razionalità chirurgica ma densa di emozione della prima, e l’apparente ingenuità infantile, in realtà ricca di consapevolezza, della seconda, potrebbe nascere la poesia perfetta. Ma le tre più belle poesie d’amore in assoluto per me sono state scritte da uomini: “Il minacciato” di Borges, l’amore feroce e ossessivo, “Ho sceso dandoti il braccio” di Montale, l’amore quotidiano e compiuto, e “Scrivo a te donna” di Salvatore Fiume, l’amore segreto, forse solo immaginato.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica è di certo importante, ma cerco di nasconderla: si rischia sempre di essere noiosi quando si parla troppo di sé. Mi reputo invece una buona osservatrice, soprattutto delle contraddizioni umane. Lavorare in un ambito esterno alla letteratura, quello aziendale, in un certo senso mi aiuta a stare vicino alla realtà quotidiana.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

“Se mi ami sopravvalutami” è una silloge poetica, prosastica ma non troppo. Alcuni componimenti usano un linguaggio anche crudo, altri sono più leggeri e non disdegnano rime e assonanze. Parlo spesso di amore, ma anche amicizia, lavoro, tecnologia, vecchiaia, con un occhio particolare alle nuove forme di comunicazione, le chat, i social. Il testo più noto, “Non mandarmi il tuo cazzo in chat”, ne è esempio. Nella prefazione, Franz Krauspenhaar dice che colpisco “i vizi del cuore con un po’ di perfidia tutta femminile”, e trovo sia un grande complimento.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo sia utile, se non necessaria – ma cosa è necessario? La poesia in generale è quanto di più deliziosamente inutile – in quanto a detta di molti offre uno sguardo nuovo sulla realtà. Nuovo in cosa, non saprei dirlo. Non si inventa mai nulla. Semplicemente è la mia voce, che prima taceva. Molti poeti contemporanei tendono, a mio parere, a far prevalere il suono sul senso, accostando le parole a prescindere dal significato, alla ricerca di una musicalità un po’ fine a se stessa. Io cerco invece di fare una poesia che racconti, se non una storia, almeno una situazione, un’idea. Al tempo stesso rifuggo ogni istinto morale o pedagogico. Mi piace che la poesia abbia qualcosa da dire, senza però la pretesa di insegnare nulla.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho iniziato a pubblicare su Facebook qualche poesia, alcune le avevo lì da tempo, ma la maggior parte sono recenti. Ho visto reazioni positive e ho continuato. Credo che i social siano un grande laboratorio culturale, e un’immensa risorsa di confronto e libertà. Insomma credo che su questo Umberto Eco, pur essendo un grande, avesse torto. Avranno pur dato voce a legioni di imbecilli, ma anche a falangi e testuggini di creativi, spesso di valore, a volte anche geniali.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Giorno per giorno, ispirandomi alla vita quotidiana, fuori e dentro i social. Di solito le idee mi vengono di notte, poi butto giù la prima bozza in pausa pranzo e la rielaboro alla sera. Ma perché mi viene spontaneo così. In realtà sono abbastanza pigra e indisciplinata, purtroppo.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è lo stesso di una delle poesie, l’ho proposto io all’editore ed è piaciuto. La copertina è invece completamente dell’editore.

9. Come hai trovato un editore?
Naturalmente su Facebook! Mi hanno contattato loro, non ho dovuto nemmeno propormi. Credevo fossero leggende, invece succede davvero.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Molto eterogeneo, con un picco forse per le donne tra i 30 e i 50, ma ricevo apprezzamenti da entrambi i sessi e da tutte le età.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Principalmente sul web. Stavo organizzando una serie di presentazioni, quando è arrivato il Coronavirus che ha congelato tutto. Spero torneremo presto alla normalità, nel frattempo credo sia il momento ideale per leggere tutti di più. Non solo il mio libro, eh!

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono molto affezionata a tutte le poesie della silloge, faccio fatica a scegliere. Ripropongo quella più nota, Non mandarmi il tuo cazzo in chat, e un’altra che amo molto, Il mendicante ha un dobermann

NON MANDARMI IL TUO C@ZZO IN CHAT
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.
Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.
Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.
Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.
Non conosco le risse
dietro le tue cicatrici
e non so se odori più di bosco
di biblioteca o di autogrill.
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
o finirà tra i tanti c@zzi senza storia
che vivono nelle chat
spade di pixel sguainate nel nulla
non voglio sapere la sua solitudine
prima di conoscere la tua.

Il mendicante ha un dobermann

Il mendicante ha un dobermann,
mi guarda mentre dorme
cammino più veloce
sulla strada dell’ufficio.

La collega lavora bene
tra le gambe del direttore,
avrà un contratto migliore
io più lavoro arretrato.

Lui dice che non mi ama
ne ha una più felice
ma cedo alle sue urgenze
quando è stanco di allegria.

La mia amica è buona
mi odia se non piango
per chi annega e brucia
nel TG del pomeriggio.

Il mendicante è un dobermann,
se solo mi avvicino
mi sbrana di pietà.

Un euro a un lavavetri
colpo di straccio al cuore
pulisce anche le colpe
di cui sono innocente.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Più che un’aspettativa una speranza, forse persino eccessiva: che scrivere diventi il mio mestiere.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ne ho ben due!

“A che lettore vorresti arrivare?”

A quello che non ha mai amato la poesia, che dice di non capirla, che la ricorda dai tempi della scuola come qualcosa di pesante. Quello che lavora troppo, che non ha tempo, che non ha voglia, che ha fretta, che però viene catturato casualmente da una parola, un verso, un’idea. Quello che non sa chi sia la Szymborska, ma magari dopo aver letto questa intervista si va a cercare le sue poesie su Google. Vorrei essere un seme.

“E qual è il tuo grande timore?”

Fermarmi qui, come quei cantanti di una sola canzone. E passare alla “storia” come la “poetessa del cazzo”. Il che comunque non sarebbe poco.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in lavorazione una seconda silloge e anche un romanzo. Vi regalo volentieri un inedito. C’è chi dice io sia ossessionata dalla vecchiaia, in realtà trovo sia un tema affascinante e poco trattato, nella poesia e nella letterature in generale.

DA VECCHIA

Da vecchia non ballerò il liscio,
non l’ho saputo fare mai,
non giocherò a carte, non cucirò,
da vecchia mi farò
di botox come eroina,
truccata da vecchia gallina,
da giovane ero bella, dirò.
Da vecchia, mentirò.

Viviana Viviani è nata a Ferrara nel 1974 e vive a Bologna. È ingegnere. Ha pubblicato racconti su varie antologie. Giornalista pubblicista, ha scritto sulla rivista on line LucidaMente e oggi scrive su Pangea News e Hic Rhodus. Nel 2012 è stata finalista del premio Giallo Mensa di Mondadori e nel 2013 ha pubblicato il romanzo “Il canto dell’anatroccolo”, con Corbo Editore, nella collana di Roberto Pazzi. Nel 2018 il suo progetto di scrittura multimediale “Penitenziagite – Un cadavere nella rete”, scritto a quattro mani con l’amico Stefano Machera, è arrivato in finale al Macchianera Awards tra i siti letterari. Ha appena pubblicato la silloge poetica “Se mi ami sopravvalutami” con Controluna – Il seme bianco.

L’intervista a Sergio Sichenze: Tutto è uno

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Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.

La redazione ringrazia Sergio Sichenze per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: “Tutto è uno”, Terra d’ulivi edizioni, 2020.

  1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Una casa dove i libri costituiscono le pareti portanti è un buon inizio: così è accaduto. Non erano organizzati per autore o per genere: erano lì, a disposizione. Quello è stato il primissimo amore per la scrittura. La fascinazione derivante dal profumo della carta, toccare le copertine che percepivo fossero custodi di mondi e paesaggi sconfinati, e poi le parole. Il transfert emotivo sono state e sono le parole: forma e suono. Cardini sui quali scivola la porta che spalanca a epifanie. Leggere e quindi leggere, poi leggere e rileggere: la più concreta forma di scrittura, un flusso ininterrotto che ancora mi percorre.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

I primi vagiti di passione letteraria: Salgari e Verne. Sono autori che ti conducono magicamente nelle storie…e Kipling. Ricordo che quando vidi al cinema il mio primo film della Disney rimasi deluso, lo trovai sottotono rispetto alla magnificenza dei libri che in quel periodo maneggiavo. Fino al liceo sono stato bulimico, vorace, caotico: afferravo ciò che trovavo. Un libro, tra i tanti, mi scosse: “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, soprattutto l’incipit: la caccia alla spigola nel mare di una Napoli che non avevo conosciuto. Poi i grandi classici latini e greci, l’epica omerica: irripetibile caleidoscopio di miti, dei, uomini e sentimenti verticali. Gli autori italiani che hanno avuto e continuano ad avere una notevole influenza sono tanti: Pavese, Fenoglio, Piovene, Pasolini, Arpino, Bernari, Carlo Levi, Primo Levi, Ortese, Nigro, Tobino, Silone, Tabucchi e altri. Un posto del cuore lo riservo a tre scrittrici: Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza ed Elsa Morante. Ma sono gli scrittori siciliani che mi hanno conquistato e decisamente orientato: Pirandello, Verga, Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Vittorini, Brancati, Sciascia, Consolo e, con un sentimento di amore incondizionato, Gesualdo Bufalino: un uso della lingua incomparabile. Altri due autori rappresentano una luce costante: Gadda e Calvino. Quest’ultimo supera qualsiasi genere letterario, per affermarsi in uno spazio del pensiero e della riflessione attualissimo: non ha eguali. Da Calvino il passaggio a Borges è immediato, la magnificenza dei labirinti della mente, la rete inestricabile di storie: unico. Quindi Pessoa con i suoi eteronimi, nonché gli scrittori della letteratura ispanoamericana: Reyes, Paz, Cortázar, Vargas Llosa, Márques, Allende, Sèpulveda, Galeano, Mutis e altri. Degli autori transalpini contemporanei mi affascina Annie Ernaux. Ho richiamato solo alcuni scrittori che hanno incrociato la mia vita; alcuni di essi hanno intrattenuto un rapporto anche con la poesia (si veda Borges). È la poesia, però, l’amore di sempre, d’altro canto è il genere che sperimento. Qui si apre un discorso vastissimo, che circoscriverei così: la poesia classica greca e latina (Esiodo, Saffo, Virgilio, Catullo, Orazio); quella mistica araba e quella europea (includendo anche l’area russofona). La poesia italiana costituisce un ecosistema a sé, soprattutto perché non richiede traduzioni, ed è, a mio avviso, la vera palestra sull’uso della lingua: gli amatissimi Leopardi e Montale, due autori di formazione imprescindibili. Poetesse cruciali: Pozzi e Rosselli. Quasimodo, Sereni, Rebora, Campana, Cavacchioli, Luzi, Penna, Caproni, Gatto: in ordine sparso. Ungaretti: una sorta di trasfusione materna. Un salto all’estero richiederebbe un viaggio. Mi limito a Neruda e Hikmet, Zagajewski e Brodskij, Carver, Celan ed Éluard. Un posto speciale nella mia libreria l’ho riservato a Ritsos, Kavafis, Seferis ed Elitis. Le meravigliose Mistral e Plath. Fortemente Rilke. Desidero qui rammentare tre scrittori poco noti ai più: Dolci, Piccolo, Buttitta. Il primo libro di poesie che comprai con la mia “paghetta” fu “I fiori del male” di Baudelaire. Mi fermo!

  1. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La scrittura nasce dall’urgenza irrefrenabile di mettere su carta il sé profondo, che nel mio caso si manifesta con la poesia: so cose di lui solo scrivendo! È sempre un ospite inatteso: arriva e si piazza in soggiorno, o in qualsiasi altro luogo che frequento, soprattutto durante i viaggi, negli spostamenti in treno: mezzo che frequento assiduamente. Pertanto, ciò che scrivo non può che non essere autobiografico. Parlo di una autobiografia emotiva, del mistero che in modo permanente mi abita. I luoghi hanno una grandissima influenza, sono segnatamente evocativi: scatenano un sistema complesso e intrecciato di stati d’animo e richiami mentali. Nonostante sono quasi quarant’anni che vivo in Italia del Nord, sono un uomo forgiato nel Sud del Mediterraneo: direi nelle sue acque. Vuol dire che la mia matrice, non solo biologica, ma soprattutto culturale, proviene da quell’ecosistema. Porto in me l’impronta della Storia che l’ha generato. La Sicilia, anche se nato a Napoli, è, senza alcuna incertezza, la mia terra d’origine. Più ciò che è, che è stata, il lunghissimo processo naturale e culturale che l’ha prodotta, è il suo inestricabile arcano che catalizza la mia passione. La terra che mi ospita da così lungo tempo è meravigliosamente boreale. Vi ho costruito un legame fortissimo, anche se non mi ha generato; intendendo con generare molto più e molto altro dell’esito biologico che determina la vita, mi riferisco all’ignoto di cui sono intriso. Mi sento a casa lì dove posso ascoltare la sua voce.

  1. Ci parli della tua pubblicazione?

“Tutto è uno” è un libro che viene da lontano. Lo considero un approdo, potrei dire che incarna il mito di Ulisse. L’epica omerica ci restituisce un eroe e, al tempo stesso, una figura umanissima che sferza i suoi compagni e sfida l’universo deiforme in quanto in lui agisce la nostos. Il ritorno a casa, nella mia epica, è il ricongiungersi al mistero dell’esistenza, cui prima ho fatto cenno. Il titolo richiama Rilke ed Eraclito. Rilke, di cui riporto in introduzione una quartina, sviluppa nel corso della sua poetica la dimensione olistica dell’esistenza, propria di Eraclito. L’unità è matrice di diversità, ma non smarrisce mai la sua natura spirituale. Non intendo attribuire a ciò un significato religioso, semmai mistico, che dal verbo greco “myein” significa celato, intimo, nascosto. L’essenza. È una riflessione che ha richiesto un lungo processo di consapevolezza e di maturazione, che inevitabilmente proseguirà. Anche se in questa silloge poetica c’è completezza di pensiero. Tutto ciò ha trovato compimento in un momento preciso della mia vita, un’epifania che ha fatto emergere un codice sacro che si è palesato nei versi.

  1. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Il contemporaneo ci mostra un mondo frammentato, parcellizzato, carico di timori e confuse aspettative: seppur inneggiato come globale. Assistiamo inermi, spesso sopraffatti, a eventi planetari che non siamo in grado di decodificare. Immersi in un flusso che sembra trascinarci verso l’ineluttabile, senza avere la possibilità di esercitare la nostra scelta individuale. Una bufera nella quale smarriamo i punti di riferimento. Il mio libro può offrire una sosta, contribuire a riappropriarsi del senso spirituale dell’unità. Rimarco che si tratta di una silloge profondamente laica, che non cede alla semplificazione dogmatica, ovvero a un pensiero che tende all’unificazione del vero e alla separazione dei credi. Il tempo dedicato al consumo ha di molto superato il tempo del sacro, all’inclinare lo sguardo verso i valori fondativi dell’umano, della consapevolezza dell’esistenza. Proverei gratitudine verso coloro che volessero leggermi, tenendo a mente le argomentazioni fino a qui espresse.

  1. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Alcune idee le ho già tratteggiate: è un libro che affonda le sue radici in uno spazio temporale indefinibile. Concretamente fogli e penna si sono incrociati nel mese di luglio del 2019. Non poteva che essere così: l’estate è per me stagione rigogliosa. La metà di quel mese l’ho trascorsa nel Salento, che mi ha offerto doni che hanno contribuito a chiarificare le acque che mi attraversavano. Molti versi hanno trovato forza e linfa proprio lì.

  1. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Diciamo che il movimento tellurico ha avuto un’attività effusiva copiosa e ininterrotta, anche se la lava scorreva sottostante da chissà quanto tempo. I versi non si presentano però come rocce magmatiche, ovvero non sono una massa amorfa, nera e inospitale, a seguito di un raffreddamento rapido a contatto con l’aria, semmai sono rocce sedimentarie, con precisa stratificazione che consente la lettura della Storia che le ha formate. In generale, e anche in questo caso, non ho orari, o momenti della giornata in cui prediligo scrivere. La mia modalità percettiva dominante è la vista. In quanto soggetto visivo, immagazzino frammenti di immagini che continuamente si ricompongono, fino a formare la parola. È un processo inarrestabile. Poi c’è la fase lenta del tramonto, dove tutto si stempera e lentamente si focalizza ciò che trasferisco nei versi.

  1. La copertina. Chi, come, quando e perché?

L’immagine di copertina, la carta, il formato, sono opera di Elio Scarciglia: editore e grafico eccelso. Ha colto l’essenza, e di questo gliene sono molto grato. Forma e contenuto costituiscono un unicum che ha un valore simbolico ed evocativo determinante. Quando accade ciò, si conferma l’assoluta insostituibilità del libro: oggetto di intensa fascinazione.

  1. Come hai trovato un editore?

La mia collaborazione con Terra d’ulivi edizioni è iniziata nel 2018, allorquando Elio Scarciglia mi ha coinvolto, in fase ancora embrionale, nell’avventura di Menabò: quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria. Lo scambio continuo di idee e la condivisione d’intenti, di progetti e obiettivi comuni, hanno prodotto l’humus ideale per creare un libro assieme. Ritengo, infatti, che un libro non è un prodotto commerciale, semmai uno strumento culturale che diventa, una volta lasciato il porto sicuro, un messaggero di princìpi e valori, un contenitore di mondi da indagare. In questo lavoro sperimentale, autore ed editore concorrono paritariamente a imprimere la propria visione. La dimensione finita appartiene ai lettori nella loro difformità. È quello che accade durante il viaggio che ha valore.

  1. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?

La poesia, meno della narrativa, è ed è stata oggetto di classificazioni di genere, e risente degli orientamenti dei diversi periodi storici. Tale aspetto, questa volta rimarcando una sostanziale differenza con la narrativa, difficilmente la registro nel pubblico al quale presento i miei libri: la poesia è la poesia. Noto posizioni dicotomiche, che si identificano talvolta con il gusto: mi piace o non mi piace. Bella o brutta. Molto spesso: mi ha fatto emozionare e quindi pensare. Nelle librerie, inoltre, lo scaffale (uso non caso il singolare: ahimè!) dedicato alla poesia si presenta in modo caotico, qualche volta organizzato per autore, mai per genere. Nell’epoca dei social, però, leggo molte più citazioni poetiche che di narrativa. È uno spaccato che mi incuriosisce. Mi rivolgo a chiunque abbia voglia di aprire un libro e leggere dei versi, portarseli a casa, farli viaggiare, riporli e magari rileggerli dopo molti anni, farne dono. Sono convinto che la poesia non si consuma, non perde di attualità e continua a mordere la vita, o a baciarla.

  1. In che modo stai promuovendo il tuo libro?

Questo è un aspetto che denota fragilità. La mia natura riservata, la scarsa propensione a essere un animale da social media, sicuramente penalizza la promozione. Devo dire però che, anche se lentamente, riesco a veicolare i miei libri attraverso micro reti territoriali e sociali. Sto scoprendo strati di realtà a forte connotazione partecipativa: ciò mi rassicura. Il rapporto diretto con le persone mi vivifica, è un antidoto alla sciatteria e brutalità dei luoghi comuni, alla masticazione ripetitiva e seriale degli stereotipi. Anche questa intervista s’inscrive nel solco delle relazioni vivificanti, così come l’apprezzamento di amici scrittori e poeti ai quali l’ho inviato.

  1. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa).

La silloge è stata costruita in modo evolutivo. Segue un flusso non temporale ma di elaborazione di pensieri che via via si sono dipanati. La potrei definire un tappeto, dove l’intreccio dei fili, la mescolanza dei colori, l’attenta scelta dell’orditura, ha consentito l’emersione di una raffigurazione complessa. Le chiavi di lettura sono molteplici, segnatamente soggettive. Ciascuno può costruire la propria realtà, la quale potrà mutare al mutare delle percezioni. In tal senso l’ultima poesia che s’intitola “Origine” fornisce il senso di circolarità della silloge. I versi di chiusura sono per me rappresentativi di questo lavoro: “Alcuna legge ha luogo in sé / Essere noi, adesso, / è origine”.

  1. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

La raccolta costituisce un elemento di cambiamento e di conferma del mio percorso letterario. Di cambiamento in riferimento alla struttura e alla maturazione poetica, di conferma in quanto è da qui che desidero ripartire. La percezione è quella di aver costruito un setaccio con nuove maglie, che spero mi aiuteranno a filtrare e selezionare in modo diverso il divenire esistenziale. L’aspettativa verso l’esterno, quella a cui tengo maggiormente, è che diventi uno strumento di confronto e discussione, non tanto e non solo sull’opera, quanto sul contributo che spero potrà fornire alla riflessione sul nostro tempo. La poesia ha svolto sempre una funzione nelle società, non contemplativa o accademica, semmai di presa di coscienza della condizione umana. Poeti quali Hikmet, hanno subito il carcere, o sono stati uccisi o fatti sparire: quando un regime cerca di tappare la bocca a qualcuno, una delle prime voci a cui si rivolge è quella dei poeti. Scriveva Pablo Neruda, sulla cui morte c’è ancora un fitto mistero in merito al coinvolgimento del regime instaurato in Cile da Augusto Pinochet nel 1973: “Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia!”

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Apporre un punto interrogativo al titolo di quest’opera: Tutto è uno?

Siamo stati forgiati per esprimere complessità, eppure assistiamo a una linearizzazione del pensiero, all’affermarsi di visioni assertive, dove le certezze soppiantano l’indefinito, lo sfuggente senso dell’esistere. Se da un lato sostengo che “Tutto è uno”, dall’altro il senso di tale unità si cela. Ne “La Repubblica”, Platone parte dal principio che la conoscenza sia proporzionale all’essere: è perfettamente conoscibile ciò che è massimamente essere, al contrario, è assolutamente inconoscibile il non-essere. Tra essere e non-essere, esiste una realtà intermedia, il sensibile. Porrei, dunque, sempre il mistero quale antidoto all’irrimediabile realtà. Italo Calvino, avvertiva i lettori di essere diffidenti della sua biografia, soprattutto se redatta da lui. Un modo mirabile per dubitare anche dei fatti che costellavano la sua vita, quali immagini vaghe, pronte a disparire sotto i colpi della bufera.

15.Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto poetico che cerca significato e senso in merito a un tema a me molto caro: le isole. C’è un’isola reale in questo lavoro che assurge a paradigma universale. L’isola però è anche il poeta. Nel discorso di premiazione tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Wislawa Szymborska, disse «fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava però sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perché, a dire il vero, solo questo conta». Esseri isolati è una condizione duale, perennemente oscillante tra il sé e l’altro, e come altro intendo le molteplici dimensioni dell’esistere che rimandano al sé: una ricorsività pregnante. Le isole sono paradigmi di tale condizione. Corrispondono a una delle forme che può assumere il mito. Il poeta, dunque, si trova a suo agio a sperimentare tale materia, sempre in bilico tra indefinito e realtà, senza mai avere la tensione a risolvere l’enigma, anzi a rafforzarlo.

Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche, tra cui “Nero Mediterraneo” (Campanotto Editore, 2008), “BOBBIO Y MOSTAR” in “La natura dell’acqua: almanacco di letteratura rinnovabile 2011” (Marcos y Marcos Editore, 2011), “Nei chiaroscuri del tango” con Elisabetta Salvador (Campanotto Editore, 2018), “Il futuro cede al ritorno” (Convivio Editore, 2019), “Tutto è uno” (Terra d’ulivi edizioni, 2020). Sue poesie compaiono in alcune raccolte. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Dal 2019 è membro della giuria Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Fa parte del comitato di redazione del quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria “Menabò” (Terra d’ulivi edizioni) per il quale cura la rubrica “Pi greco”.

 

 

 

 

 

 

 

8 MARZO, UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE

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by Elif Sanem Karacoc

by Elif Sanem Karacoc

Succede a volte che seguendo le informazioni diffuse dai mass media, tv, giornali, internet, sentiamo pronunciare una parola tanto ripetutamente che finiamo per assuefarci al suo suono e a svuotarla del suo vero e profondo significato. Diventa improvvisamente un topos, un luogo comune che tutti, per strada, nei salotti, nelle conversazioni fra amici, usiamo senza soffermarci più di tanto sul valore e il peso che può avere. Credo che tutto questo possa essere applicato al termine femminicidio, che sentiamo pronunciare ogniqualvolta accade che venga uccisa una donna per mano dell’uomo che le è affettivamente e sentimentalmente più vicino. Femminicidio è espressione dal significato terribile che definisce l’uccisione di un essere umano in quanto appartenente al genere femminile, quello che la filosofa De Beauvoire, chiamò provocatoriamente Secondo sesso. La donna è l’Altro, afferma nel suo famoso saggio la scrittrice, è quello che l’uomo, nel suo considerarsi Soggetto, colloca nella posizione di Oggetto. Su questa situazione di non riconoscimento si è fondato e si perpetua il concetto di subordinazione del genere femminile. A distanza di tanto tempo la riflessione della filosofa francese rimane attuale ed è ancora legittimo porsi la questione della gerarchia dei sessi e domandarsi se sia finalmente possibile accogliere in maniera definitiva nel contesto intellettuale e sociale l’idea di “genere” inteso come categoria che raggruppa la specie umana. Perché malgrado la conquista sul piano formale e ideologico dell’uguaglianza resta il problema dell’impostazione dei rapporti fra i sessi, problema perpetuato nel corso dei secoli ed ereditato dalla concezione biblica di Eva nata da un osso in soprannumero di Adamo, e cioè di un “essere occasionale”, come lo definisce San Tommaso. Nel n.28 del Bollettino Archivio Pace Diritti Umani del 2004 è riportato testualmente: “Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne, storicamente diseguali, che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne”. A questa sorta di “scellerata categoria” vanno ascritti crimini di varie specie: stupri, stalking, percosse, omicidi, vessazioni, abusi sessuali, maltrattamenti fisici e psicologici, prostituzione coatta; e possiamo anche aggiungere escissione ed infibulazione, pratiche ancora in uso in alcune popolazioni. In paesi come India e Cina il femminicidio si è concretizzato addirittura con gli aborti selettivi, impedendo alle donne di partorire figlie femmine. E’ una violenza che intacca i diritti umani, un impressionante segno patologico della civiltà contemporanea che si manifesta tanto nei paesi industrializzati  che nelle zone in via di sviluppo e che investe tutte le classi sociali e culturali e tutti i ceti economici. E nonostante il problema sia stato ed è affrontato attraverso interventi di varia natura, la società e la cultura si trovano ancora davanti ad un lungo cammino i cui esiti sono ancora molto deboli. Tuttavia bisogna perseverare a parlarne e a scriverne, per continuare ad incidere sulla società e sulle istituzioni, perché la violenza maschile sulle donne non è solo una questione privata ma anche sociale e politica, un fenomeno pericoloso in quanto espressione estrema di potere e di prevaricazione. A tutta la società civile è dunque demandato il compito di intervenire per non rischiare di abbassare la soglia di attenzione verso una piaga che sta diventando sempre più virulenta. Nella politica, nell’economia, nella cultura, nella scuola, metta ciascuno anche un piccolo mattoncino perché possa crescere e radicarsi l’idea di un Genere Umano svincolato dalle differenze. Cosa possono fare i poeti, retoricamente definiti esseri avulsi dalla realtà? Siamo consapevoli che un libro di poesia non fermerà  lo scempio che si compie sulle donne, né basteranno gli spettacoli, i documentari, le inchieste. Pure, tutto questo qualcosa fa: aiuta a capire. E capire significa prendere coscienza che quei fatti di cronaca che ci turbano fuggevolmente, fra una notizia e l’altra, sono vicini a noi più di quanto crediamo, significa smuovere le acque ancora stagnanti di una cultura arroccata su concetti resistenti a morire. E significa anche aiutare le donne vittime di violenza a rendersi consapevoli che dall’oscurità del tunnel in cui sono cadute si può fuggire superando la paura e la vergogna, ribellandosi, accusando, denunciando. Noi, donne e uomini, abbiamo il dovere e il diritto di prendere posizione, ciascuno con le proprie competenze. I poeti hanno la parola e di questa si servono per fare sentire la voce del loro dissenso. Ascoltiamoli. L’antologia Cuore di preda,  nata per volontà di Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, intellettuale impegnato civilmente a denunciare e combattere l’ingiustizia e il decadimento morale, scomparso purtroppo prematuramente, raccoglie i testi di ottantasei poetesse che declinano il tema del femminicidio e della violenza di genere dando voce al silenzio che accompagna il dolore delle vittime. Scorrendo i testi di questa raccolta percepiamo i nuclei tematici più forti e più pervasivi dell’argomento violenza, legati da un filo rosso che attraversa vicende dolorose e traumatizzanti mutuate da fatti reali di cui quasi giornalmente veniamo a conoscenza. E non è fuori luogo o esagerato parlare al riguardo di una forma di “olocausto”, in ragione del fatto che si tratta di una violenza dettata dalla volontà di esercitare un potere che annulli, cancelli, estingua il genere femminile, non come esistenza fisica, ma come esistenza sociale e psicologica, come volontà di esprimere se stesso, come autoaffermazione di entità non omologabile. Cuore di preda è il genere femminile, ancora raccolto “in un mondo di buio, nucleo di resistenza sacro, eredità lasciata dalla madre”, come lo definisce la poesia di Anna Elisa De Gregorio, una delle poetesse inserite nell’antologia. Perché è già dalle madri che si va configurando l’esistenza delle figlie, madri che subiscono percosse e tacciono per vergogna e dichiarano, per obbligo verso se stesse, di amare ancora il loro uomo anche se confessano, come leggiamo nei versi di Marinella Polidori,  “il dovere coniugale fu la vera sofferenza, accettata con devota ripugnanza”. Di donne destinate a subire parla la poesia di Nunzia Binetti: “Io merce in tuo possesso, io cosa per editto maledetta, finto monile, silenzio indotto, resa, mai altro che utero o marsupio, che zagara sfiorita nel giardino…” E di una detenzione volontaria, determinata dall’impossibilità del corpo a ricercare un senso nuovo dopo il deturpamento, dopo l’oscurità di un abisso di cui ci si sente complici, parla il testo di Maria Teresa Ciammaruconi: L’uomo che ha vessato ha perso vigore, è ormai incapace di prendere e di dare, sarebbe facile fuggire, ma la violenza ha generato assuefazione, la paura ha svilito ogni desiderio di libertà, il danno è irreversibile. La donna confessa: “La tua rinuncia è la mia prigione senza sbarre, violenza non codificata per detenzione a vita. Incapace di cattura il predatore muore e condanna la preda alla solitudine della sicurezza.” E’ proprio dalle madri e dalla famiglia che inizia il percorso verso l’annientamento di sé; con il silenzio, con le giustificazioni, lasciando al più forte il potere di tenere sotto scacco la parte debole del nucleo affettivo si permette che si radicalizzi una condotta immorale e corrotta. “Come un ragno le teneva otto zampe sul suo corpo di bambina (…) Chiuse gli occhi che luce non vedesse la vergogna della tenera carne…” Così scrive Narda Fattori. Della crudeltà esercitata sulle donne bambine nei paesi arabi leggiamo nella poesia di Paola Turroni: “Quasi quindici anni e la stanchezza di essere già stata donna (…) bambina una volta…mia nonna mi ha preso di nascosto…mi portava dall’altra parte del villaggio. Mi ha tagliato con un vetro di bottiglia dice che ora sono aggiustata…” Aggiustata con la violenza per essere consegnata al marito, per diventare “vecchia senza pietà e rabbia, il tempo di fare un bambino se hai spazio per un feto”. “Lo so tu vuoi farmi affondare e temi la mia forza mi spingi giù per la china con i tuoi pregiudizi non ascolti non vedi non sopporti i miei NO”, sono i versi di Anna Zoli che sintetizzano ogni realtà di violenza, la verità ultima della questione: l’affermazione del potere maschile.

Anna Maria Bonfiglio

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Ancora Emily Dickinson

Al peggio non resta che pregare
questo ci resta di pregare
oh Gesù che sei in ogni luogo
non so dove tu sia
sto bussando ad ogni porta.

Tu che a Sud scateni terremoti
e nel mare tempeste
dimmi Gesù Cristo di Nazareth
non hai un abbraccio per me?