Prisma lirico 20: Pedro Salinas – Hendrik Chabot – Pieter Bruegel

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la poesia di Pedro Salinas e le  opere di Hendrik Chabot e Pieter Bruegel

Hendrik Chabot - Rain (1933)

Hendrik Chabot

I cieli sono uguali
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

P._brueghel_il_vecchio,_il_paese_della_cuccagna_03

Pieter Bruegel

Poesia di Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”, Madrid, 1933

Opere:

Hendrik Chabot, “Rain”, 1933

Pieter Bruegel il Vecchio, “Il paese della cuccagna”, particolare, 1567

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LA SCQUOLA NON E’ ACCUA

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(foto di Francesco Tontoli)

Sono 40 anni che sono nel mondo della scuola, e faccio parte del Personale Educativo, ho la Funzione Docente, e tutto il “pacchetto di privilegi” (sic!) e di pene di chi bazzica da quelle parti (mi perdonerà Michele Serra di questo linguaggio terra terra?). Per me è un periodo di magra qui su Facebook, non mi sento coinvolto quasi in nulla. Leggo post, faccio cose… (pochissime cose), utilizzo il Mezzo ormai senza l’entusiasmo di una volta nelle discussioni, che sbircio con sempre più sgomento. Sono smarrito, sopraffatto dagli eventi che si affollano e nutrono i profili social che ho di fronte quando siedo davanti a questo schermo. La nausea è forte, gli argomenti spesso durano il tempo di una giornata o due, su episodi che attraversano la cronaca o la politica con la velocità di un meteorite. L’indifferenza si sta impadronendo anche della mia curiosità di comprendere. Il fatalismo del “così è sempre stato” e dell’ “ormai non c’è più nulla da fare” è nell’ordine delle cose della mia giornata.
Eppure l’episodio di Lucca ai danni del prof di Italiano mi ha invogliato a reagire sia pure con i riflessi rallentati e con dubbi, se davvero ne valga la pena di aggiungere il mio mattoncino di opinioni da buttare nel mucchio informe del mondo virtuale.
La scuola italiana è di solito un universo di simulazioni male assortite della vita cosiddetta “vera”. Ci si sta per delle ragioni che i ragazzi fanno fatica a comprendere, e i docenti fanno altrettanta fatica a comunicare. Dall’una e dall’altra parte di questi due schieramenti simulati e strutturati qualche volta i ruoli saltano. E i motivi possono essere diversissimi. Ho in mente decine di colleghi docenti che ho conosciuto nel passato che hanno attraversato momenti terribili, prima di tutto con sé stessi, chiedendosi se erano ancora capaci di potere sostenere l’impatto della gestione di un gruppo di adolescenti attraversati da tempeste ormonali. Spesso il senso di inadeguatezza si impadronisce delle persone , il burn out è malattia diffusa non riconosciuta. Di gente sottoposta a mobbing massiccio è pieno il mondo del lavoro, ma nella scuola le conseguenze possono assumere effetti catastrofici.
La velocità di diffusione di video registrati denuda e scarnifica di significato qualsiasi tentativo di spiegazione o di “giustificazione”. In un video non si può far altro che vedere un povero cristo sgomento e rassegnato, sottoposto ad angherie e a soprusi. Non esiste la possibilità di astrarre dal contesto. L’immagine diventa il documento di una verità crudele e certificata. Un adulto con un ruolo specifico di guida deriso è il segno del fallimento dei modelli di trasmissione dei saperi. Anni fa si contestavano i metodi di questo passaggio di testimone tra generazioni. Stavolta a saltare è il banco tutto. Messo alla berlina è il singolo anello debole, che rappresenta un sistema ritenuto inutile. A scuola, sembrano dire questi ragazzi che filmano loro stessi, le proprie eroiche gesta, ci si va per far casino e poco altro.
Non credo per tutti sia così, ma stavolta c’è di mezzo la prova, non le chiacchiere pedagogiche o le lamentele di categoria. Stavolta il mezzo ha soppiantato qualsiasi analisi e decontestualizzazione mobilitando lo sdegno, che credo durerà qualche settimana in più del solito. Il mezzo sappiamo quale è, ce l’abbiamo tra le mani molte ore al giorno. La responsabilità è di tutti avendone fatto un feticcio da esibire nelle sue possibilità di mostrare spezzoni di vita squallida e di realtà sovradimensionata. Sappiamo da tempo che chiunque di noi forte o debole che sia può essere sottoposto a un crudele giudizio collettivo con sentenza immediata dei suoi presunti pregi e difetti messi all’asta. Non discuto i torti criminali di questi ragazzi che meritano tutto il mio biasimo e la mia condanna, ma la possibilità diabolica di ricatto che ha qualsiasi documento sul nostro mondo privato e sul nostro universo pubblico. L’espressione rassegnata del collega vittima dell’aggressione dice tutto (sembrava dicesse “Cosa ci faccio io ancora qui alla mia età?”) su un passato di tentativi di ribellione al lasciar fare, lasciar passare probabilmente da parte della Direzione. Insomma una pena indicibile.

Francesco Tontoli

Preghiera

Ho per te oggi le lacrime della paura
per te che hai avuto i giorni della gioia e quelli del dolore
ti sei immerso nella mia domanda – sempre la stessa con parole diverse –
hai camminato al mio fianco, ti sei mostrato nel buio                                                              hai illuminato la mia luce, mai sei mancato alla mia povertà
E oggi ho per te il mio corpo spaventato, perché il cuore ti sa e non teme
Niente da te mi separerà
Passerai ancora sulla mia strada e ancora e ancora
Riconoscerti sarà sempre il premio
L’otre nuovo è pronto, le tue mani l’hanno plasmato
Dentro la paura, dentro il suo vento che solleva la polvere del mondo
mi vieni incontro e mi baci la fronte

Forma alchemica 22: Clemente Rebora

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Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Questa lirica di Clemente Rebora non poteva mancare nelle mie “Forme alchemiche”. Non poteva mancare perché ai miei albori da lettrice indefessa di poesia, incontrai questo testo e me ne innamorai, ritenendolo per lungo tempo un modello di perfezione poetica. Io ne percepii il valore al primo incontro, scoprii solo dopo che è considerato unanimemente il capolavoro di Clemente Rebora. La valutazione convergente mia e dei critici ha contribuito al raggiungimento della personale convenzione che solo i grandi scrivono capolavori e solo talvolta, gli altri loro componimenti sono sempre di qualità, ma non raggiungono certi vertici di perfezione che suscitano meraviglia “fra quattro mura/stupefatte di spazio” per citare proprio il testo in commento, che, con felice aggettivazione e originale allocuzione, circoscrive il sommovimento emozionale nell’ambito ristretto delle mura, dunque in uno spazio riservato e personale.
In fondo Forma alchemica esiste proprio per proporre testi poetici che “grondano” incantevole armonia di senso e suono. Se ne conclude che questa poesia sta di diritto in questo luogo a regalare ristoro ai cercatori di bella poesia e a rendere omaggio a Clemente Rebora.
Nella poesia “Dall’immagine tesa” è presente fortemente l’elemento dell’attesa. Un’attesa che nel proseguo assume toni parossistici “di quanto fa morire”, ma che già nel “tesa” del primo verso denuncia la tensione, l’anelito verso il “il suo bisbiglio” spasmodicamente desiderato.
E’ proprio delle anime in cerca di assoluto l’anelito a di sentire la voce di Dio, che poi per taluno si manifesta nella vocazione sacerdotale, per altri in una chiamata spirituale alla pratica laica dei valori cristiani. Per tutti consiste in un’attesa di realizzazione della promessa celeste di una resurrezione in anima e corpo per coloro che abbiano avuto fede dopo la morte nel ricongiungimento a Dio
Sentire la voce di Dio è bisogno manifestato anche da figure note di santi riportate nei anche loro scritti o in scritti che raccontano la loro vita. Solo per citarne alcuni San Francesco, Sant’Agostino, San Giovanni della Croce, quest’ultimo ispiratore di Giuni Russo ne “La sua figura”. Qui di seguito nel video che vale la pena di ascoltare.

Sul grande schermo l’anelito a sentire la voce di Dio è approdato ad esempio con la garbata parodia di conversazioni tra Dio e parroco del piccolo paese della Bassa Padana presenti dell’opera di Guareschi, nella quale un geniale Fernandel-Don Camillo dialoga con il Crocifisso parlante.

Indimenticabile lo struggente film Marcellino pane e vino, dove un bambino delizioso dalla guance paffute e profondi occhi neri, orfano di genitori, adottato dai frati di un Convento, parla con Cristo e gli offre pane e vino per poi in finale ricongiungersi a lui ed alla madre nel passaggio a miglior vita. Metaforicamente il film offre la chiave di lettura di un possibile dialogo con Dio solo attraverso l’abbandono, la fiducia, la semplicità proprie dell’animo di un bambino.

Tornando al testo ed alla sua composizione credo mai nessuno ebbe la felice idea di scrivere di un campanello che “impercettibile spande/ un polline di suono”, espressione nella quale si fondono i sensi visivo, tattile e l’odorato. Nessun campanello e fiore hanno ispirato l’associazione fino al sopraggiungere dell’invenzione di Rebora, sensibile a tanto concerto sinestetico. L’imminenza di questo arrivo è l’aspetto dinamico di questa attesa, l’assoluto che muove verso lo spirito che, di suo, con ansia, lo attende. L’attesa è l’aspetto statico della ricerca di un io profondo che invoca l’assoluto, consapevole che non è dato di percepirlo se non in quanto quello intenda rivelarsi.
Rebora sa che deve vegliare perché l’arrivo sarà improvviso, l’incontro non programmabile, che l’attesa può essere questione di un’intera vita e protrarsi nel tempo fino alla fine del proprio tempo. Chiaro qui il richiamo alla parabola evangelica delle dieci vergini. Cinque di esse previdentemente, uscendo per andare incontro allo sposo, si munirono dell’olio per le lampade, le altre cinque, rimaste senza olio, andarono a procurarsene. Quando arrivò lo sposo,  queste ultime non erano pronte e rimasero fuori dalla sua casa. La parabola rammenta di vegliare perché non si conosce il giorno e l’ora dell’appuntamento con l’oltre.
In questo senso l’attesa del divino si confonde con l’attesa dell’ exitus,  ch’è annullamento dell’essere per la rinascita a nuova esistenza.
E’ da rimarcare l’uso per ben tre volte nel testo poetico dell’espressione “non aspetto nessuno” . La frase vuole essere forse una dichiarazione che non è una persona che si attende, oppure che Colui che che si attende forse non dovrebbe nemmeno essere atteso, essendo in ogni cosa che è, o ancora che non si attende Lui, bensì una qualunque manifestazione del suo pensiero, presenza, volere, quell’impercettibile bisbiglio che può dare senso all’intera esistenza. E’ da rimarcare il refrain perché ad una prima lettura non si avverte, esso s’inserisce così armonicamente nella composizione che nemmeno si percepisce la ripetizione.
Desidero chiudere il commento a questo testo citando quattro versi che intercettando le aspirazioni di tutti gli uomini che perciò potremmo ben dire universali: verrà a farmi certo/ del suo e mio tesoro,/ verrà come ristoro/ delle mie e sue pene,
E’ anelito condiviso trovare quel tesoro che renda felici, che sia ristoro alle pene. Dolore e senso di pena o mancanza o insufficienza sono manifestazioni diverse inevitabilmente connesse all’essenza umana. Nessuno può mai prescindere dallo sperimentare nel suo percorso vitale tali avversità. Ecco perché trovare quanto dà ristoro e pienezza allo spirito è ricerca che accomuna. Certo cambiano le modalità, alcuni seguono percorsi autolesionisti, altri nascondono la testa sotto la sabbia, ma i più tentano la risposta che oltrepassi la fisicità per credere in un oltre, nell’assoluto, nella divinità. Coltivano la speranza di un’esistenza metafisica che sia premio ed approdo.
Questo il percorso di Rebora, che, avviato ad insegnamenti laici, alla strada della letteratura e dell’insegnamento, si rivolgerà ad un certo punto della sua esistenza alla vocazione sacerdotale, la dedizione alla poesia intrecciandosi con la sua vita d’operosità religiosa. La poesia “Dell’immagine tesa” è tratta dalla raccolta di Clemente Rebora “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922.

 Loredana Semantica

io DALÍ

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Un grande viaggio nella mente di uno dei più geniali artisti del XX secolo.

Dal 1 marzo al 10 giugno 2018 al PAN, Palazzo delle Arti di Napoli

“Non c’è nessuno al mondo che non riconosca che ho una grandissima importanza. […]  Io ho intrattenuto il pubblico per quarant’anni, senza interruzione, in una società mostruosamente cinica e ingenuamente incosciente che gioca il gioco della serietà per nascondere meglio la sua follia. […] rimarrò un genio integrale del mio tempo. E la pittura, la scrittura e tutto il resto sono arti infinitesimali del mio enorme talento.”

Salvador Dalí è uno degli artisti più noti e complessi del XX secolo, un creatore nel senso più ampio del termine, una figura poliedrica, che  ha saputo diversificare la propria attività: è stato infatti pittore, scrittore, illustratore, disegnatore, scultore, pensatore, designer, scenografo, costumista, creatore di gioielli, cineasta e sceneggiatore. Consapevole dell’importanza della cultura di massa, è un artista che si cimenta in tutti gli ambiti della creazione, compresi i più innovativi quali le installazioni e le performance. Costruisce il suo personaggio e lo fa in maniera sistematica e programmatica, con il desiderio di influenzare la società. Il mito di Dalí continua a crescere senza sosta. Dalle immagini più iconiche, come i celebri orologi molli, fino al suo rapporto con la cultura di massa o il suo repertorio artistico, tutto affascina il pubblico. Lo spettatore odierno è stregato e attratto dal genio poliedrico.

La mostra “Io Dalí” al PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, dal 1 marzo al 10 giugno 2018 passa in rassegna, attraverso dipinti, disegni, video, fotografie e riviste, il modo in cui il pittore è stato capace di creare il proprio personaggio rendendo opera d’arte ogni suo gesto, indaga e rivela l’immaginario di Salvador Dalí, portando i visitatori nella Vita segreta dell’uomo e dell’artista. La mostra, fortemente voluta dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo, con la Fundació Gala-Salvador Dalí e co-organizzata con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, è curata da Laura Bartolomé e Lucia Moni per la Fundació Gala-Salvador Dalí e da Francesca Villanti, direttore scientifico di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con la consulenza scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e di Rosa Maria Maurell.

Coniugando ultime ricerche scientifiche e immaginazione, Dalí rappresenta temi centrali ed eterni nella storia dell’arte. Nel suo trattato di pittura 50 segreti magici per dipingere, si sofferma sul carattere quasi divino dell’artista. La sua iconografia ha segnato l’immaginario collettivo del XX secolo e rappresenta il concetto di opera d’arte totale, frutto della fusione di opera e personaggio, di vita pubblica e privata. La sua opera è intrisa di tecnica, immaginazione portentosa, profonda conoscenza dell’arte e del mestiere, innovazione costante, enigma, bellezza. L’artista pianifica coscientemente le proprie apparizioni pubbliche per ottenere grande risonanza mediatica e allo stesso tempo dedicare la vita all’Arte lavorando fino a quattordici ore al giorno. La sua autobiografia Vita segreta di Salvador Dalí costituisce un mirabile esempio di creazione letteraria in cui si alternano i ricordi veri e quelli falsi.  Fin dall’infanzia Dalí aspira a essere un genio. Quell’infanzia segnata, già prima della sua nascita, dal peso opprimente di dover sostituire il primo Salvador Dalí, morto nove mesi e dieci giorni prima che lui nascesse. Salvador sentirà per tutta la vita il bisogno di distinguersi dal fratello superandolo. La continua competizione con la figura del fratello scomparso di cui i genitori non smisero mai di parlare come “genio”, lo portarono a sviluppare un ego smisurato per non soccombere.  È un Dalí ancora adolescente quello che fra il 1919 e il 1920 scrive nei suoi diari di gioventù: “sarò un genio e il mondo intero mi ammirerà. Magari sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio, ne sono sicuro”. Nel 1961 alla Biennale di Venezia, interrogato da un giornalista su cosa fosse il Surrealismo, pronunciò la famosa frase “il Surrealismo sono io”, tanto che Breton coniò per lui il sarcastico soprannome Avida Dollars, significativo anagramma del suo nome.  Dalí fece della sua stessa vita un capolavoro.  Il suo aspetto, i suoi comportamenti bizzarri, il carattere eccessivo lo elevano da semplice artefice di straordinari dipinti a personaggio mitico. Salvador Dalí, scenografo del teatro del quotidiano porta in scena l’inaudito, mettendo a frutto la sua vocazione per l’esibizionismo, il suo gusto della provocazione alimenta l’attenzione di un pubblico affamato di eccentricità.

Riproduzione degli abiti disegnati da Salvador Dalì per il ballo in maschera ospitato da Charles de Beistegui a Venezia nel 1951.

È il primo a intuire l’enorme rilievo dei media, la straordinaria opportunità che gli possono offrire di sviluppare un numero quasi infinito delle figure del suo immaginario, gli promettono quello status di celebrità iconica che era per lui così importante.

Tra il 1937 e il 1942, ormai consacrato come uno dei più grandi esponenti del surrealismo, Dalí intraprende una collaborazione con il tedesco Eric Schaal, uno dei più acclamati fotografi del momento. L’unica ambizione di Dalí è stupire, sorprendere, spingersi oltre ogni limite, essere riconosciuto, adorato, acclamato, consapevole che quello che offre allo spettatore è solo uno dei tanti Io.

Il destinatario dell’opera daliniana è la mente dello spettatore. La sua ricerca si concretizzerà nella sua ultima grande opera, il Teatro-Museo Dalí, un teatro della memoria, un grande oggetto surrealista che celebra la sua persona e la sua opera. Se visitiamo il museo con la dovuta attenzione, vi scorgeremo un omaggio dell’artista alla storia dell’arte e alla pittura, il creatore stesso non è che un’altra delle sue opere, necessaria per comprenderne tutto l’universo e l’immaginario.

Deborah Mega

 

 

 

Tempi

In questo tempo che mi è stato dato
(in questo tempo che forse non esiste)
il mondo si ricrea e non è nato
Tra le mie braccia che sono come rami
(lente si snodano e fanno spazio ai nidi
senza stanchezza che possa dire no)
tutto è già detto eppure aspetta un suono
che nuovo ci riveli lo stupore
distenda quindi una tovaglia ingombra
dei doni per un pranzo in mezzo al verde
In questo tempo che mi è stato dato
riposa l’esistente e non si agita
non c’è un cammino da portare a termine
non c’è ricchezza che vada conquistata
eterni ci consuma riso e pianto
e ricomincia il vento dentro il fiato
ogni mattina quando apriamo gli occhi
(durante il sogno è l’ora del mistero)

Una poesia a caso: Jack Kerouac

47° Coro

I bambini nati urlando
in questa città
sono miserevoli esempi
di quel che accade
ovunque.

Essere pazzo
è l’ultimo dei miei crucci.

Ora il sole va giù
nella vecchia San Fran
le colline sono un velo
di nebbia pomeridiana
passano curvi e rinsecchiti
i Greci per la Burroughs
i cappelli di feltro grigio
costosamente perla
coprono teste ossute di dolore.

PUNTI DI VISTA 8: Il Cristo morto

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere
monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente.

Oggi analizziamo il Cristo morto di Andrea Mantegna.

Il dipinto, di dimensioni 68 x 81 cm, è stato realizzato tra il 1475 e il 1478 ed è custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera.

Andrea Mantegna nasce nel 1431. Nel 1442 è a Padova nella bottega dello Squarcione. Diviene poi pittore di corte presso i Gonzaga a Mantova già nel 1460 dove, oltre ad occuparsi di scenografie per il teatro, tombe, arazzi, che fanno emergere una profonda conoscenza del mondo classico, affresca dal 1465 al 1474 la famosissima Camera degli Sposi, presso il Palazzo Ducale di  Mantova. Un “Cristo in scurto” (“scorcio”) è citato tra le opere rimaste nella bottega di Mantegna dopo la sua morte nel 1506. Poco dopo il dipinto veniva acquistato dal cardinale Sigismondo Gonzaga, nel 1507. Non è chiaro se il dipinto fosse un originale o una copia e se si tratti della stessa opera oggi esposta. Alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che con molta probabilità le versioni del Cristo morto fossero due. Successivamente viene elencato infatti tra i quadri di Pietro Aldobrandini provenienti dalle collezioni estensi mentre un secondo quadro è inventariato nel 1627  tra i quadri del duca Ferdinando Gonzaga. La tela compare anche tra i beni venduti nel 1628 a Carlo I d’Inghilterra, sarebbe poi passata al mercato antiquario ed alla raccolta del cardinale Mazzarino. Nel 1806 il segretario dell’Accademia di Brera, Giuseppe Bossi, scriveva ad Antonio Canova affinchè mediasse per l’acquisto del suo “desiderato Mantegna”, che arrivò in Pinacoteca nel 1824.

Una seconda versione del Cristo morto è conosciuta in una collezione privata di New York appartenente a Glenn Head , ma la maggior parte degli studiosi la ritiene una modesta copia tardo-cinquecentesca, in cui però non sono rappresentati i “dolenti”, secondo alcuni, un’aggiunta successiva dell’autore. L’iconografia di riferimento è quella del compianto sul Cristo morto, che prevedeva la presenza dei dolenti riuniti attorno al corpo che veniva preparato per la sepoltura.  La presenza del vasetto degli unguenti in alto a destra dimostra che il Cristo è già stato cosparso di profumi. Mantegna strutturò la composizione in modo tale da produrre un forte impatto emotivo, con i piedi di Cristo ben visibili dallo spettatore; lo scorcio prospettico e l’utilizzo della tela rappresentano un’innovazione per l’epoca.  Eppure l’artista non segue alla perfezione le regole della prospettiva: i piedi sarebbero apparsi in primo piano rispetto al resto del corpo quindi vengono rappresentati più piccoli così come le gambe.  Le braccia invece sembrano eccessivamente lunghe e il torace molto largo rispetto al resto della figura. A sinistra, si trovano tre figure dolenti: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni che tiene le mani unite e, in ombra sullo sfondo Maria Maddalena. L’ambiente è poco rappresentato, a destra si vede un tratto di pavimento e un’apertura che introduce in una stanza buia.

Il forte contrasto di luce e ombra origina un profondo senso di pathos, così come le ferite ostentatamente presentate in primo piano, i fori nelle mani e nei piedi o le espressioni dei volti. Mantegna vuol dare vita ad una composizione quanto più realistica possibile, oltre alle ferite sulle mani e sui piedi di Cristo, è da notare la lacrima sul viso della Vergine Maria oppure il drappo che ricopre il corpo del Cristo. È arrotolato attorno alla sua vita in modo così stretto da mettere in risalto le forme del suo corpo. Infine va notato che la testa e il collo sembrano staccati dal resto del corpo. Alcuni studiosi ci hanno visto un significato “nascosto” che potrebbe simboleggiare la doppia natura di Cristo, quella divina e quella umana. In questo momento Cristo sarebbe contemporaneamente vivo e morto: vivo perché è figlio di Dio, morto perché la sua esistenza terrena si è conclusa.

Deborah Mega

Canto presente 32: Iole Toini

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

IOLE TOINI

Giallo e pastore

Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale
potevamo passare davanti alla sua cascina
o prendere l’altro appena sotto,
portano tutti e due dalla stessa parte”.

Poi  ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.

Intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?
”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce.

Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore.

Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai amici.
Piovigginava; aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
Pensavo che la facevi a loro …”,  “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto, è corso dalle sue pecore.

Ciao pastore, ciao.

 

*

 

8 dicembre

Mio padre cammina davanti a me.
Piove, l’acqua gli gocciola sulla giacca. Nell’atrio se la scrolla.
Poca gente. È l’Immacolata e i parenti sono a casa,
i piedi allungati al divano. Spenti, ciechi, morti. I corridoi
degli ospedali sono immensi. Hanno passi di colpe antiche.

“Che corridoi!”, fa mio padre con l’ingenuità che
riconosce potenza allo spazio. Una donna in vestaglia
ci spia dall’angolo della sua camera.

L’azzurro dei muri sfila come una diapositiva.

Mia madre ci viene incontro; sembra felice.
Mi abbraccia e mi bacia.
Due giorni che è qui e tutto il male si è sciolto
sotto i piedi, la paura sturata via dal midollo.

Reparto psichiatria.
Quattro letti in una stanza.
Niente cucchiaini dentro al bicchiere del te, niente
maniglie alle finestre, cinture nelle vestaglie.
Cotone che vola.

Nel letto di fianco dorme una ragazza.
Ha il viso macchiato di acne.
“Non vuole andare a casa…”, sussurra mia madre,
“È straniera…” , “…una rumena…”
Ed  è come dicesse una puttana.

Di fronte, un’altra donna. Leggera. Bianca.
Si muove fra la stanza e il bagno.
La tristezza le scende dai capelli.
“E’ la terza volta che la ricoverano… “
“… a casa ha un uomo… ““… che la picchia… “
“… ma torna da lui ogni volta…” .

Guardo a terra come cercassi oro.
Mia madre sorride, si aggiusta le lenzuola.
Mio padre schiarisce la voce, le chiede delle sue cure.
Lei non è malata nella testa, dice, non è “tocca”, e ride
mentre si picchetta le tempie, ride come uno scoiattolo.

La guardo; penso che il suo male si è perso dietro il ventricolo destro,
dopo il ventricolo sinistro, più in là.

Dal corridoio arrivano grida.
“Fa sempre così….” , mia madre si agita nel letto,
“..io non l’ho mai visto…”
si guarda intorno, sembra parlare a qualcuno, da qualche parte, lontano
“… lo legano al letto… lo sedano …”
prende una caramella dal cassetto.
La succhia con gusto.
“Ma in fondo qui è meglio che in altri reparti…”.

 

*

 

La sposa turca (*)

 

Non vistosa, nera, leggera,
sorrideva, tirava di coca con lui
turco sposato per caso, Cahit,
una gabbia malata d’amore della sua gabbia
turco tedesco di Istanbul e Sibel
sua moglie per caso la notte ballava si faceva
scopare per andare lontano
dai suoi fino a che lui                       la vede
uccide l’uomo che lei vuole
entra in galera lei si taglia le vene il film si mangia lo schermo entra lo stomaco
quel fatto che niente ha direzione se non la disgregazione

la lotta: restare.

Sibel non è bella
Cahit è alcolizzato
tira di naso e scopa e sputa
si muove come una tigre
ti mangia via gli occhi
fa entrare il suo cuore

mi innamoro di Sibel
di quella dolcezza terrificante
che mette gli occhiali ma nuda
è la pura belva d’amore

e poi finisce.
è così.

(*) liberamente ispirato dall’omonimo film

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ADUA BIAGIOLI SPADI

***

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva

nello slaccio d’abbandono del sentire,

è la lacrima a cogliere la perfetta stanza

della noncuranza,

incauto nascondiglio della goccia

il passaggio della scesa,

là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta

l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio.

***

 

Ci vogliamo esatti

se siamo un connubio di ortiche

sfiorati negli angoli e punti

consapevoli del tedio

sulle mani nessuno ci coglie più.

Non siamo i fiori del gelsomino garbato

allungati per necessità ci rinnova l’acqua battesimale

eppure

siamo riflessi felici delle felci,

così fa il tempo con le nostre mancanze

offre ancora motivi per farci riconoscere.

***

 

Mi lascio sfogliare da un flusso smisurato,

sono le betulle fuori operanti e timide

a contare le strette di mano e i fallimenti,

sirene inabissate tormentano l’infinito

sei tu il rigo informe dell’acqua dove affollano i versi

quei lontani orizzonti di fluidi e materie,

lo sconfinarsi umano della possibilità.

***

 

Strilla il campo al canto dell’usignolo

quando lascia impronte sulle terre fresche

annotta a Est la danza delle barche

quando lo stormo dei susini saluta le nostre ciglia

bianche sono l’aria le tue mani e il giglio di Ophelia

svela il sogno seducente delle perle,

è troppo blu lo scarto fra le dighe al vento

quando ci si lascia così senza una parola buona,

la città è perduta forse

ma non per chi si ama per sempre.

***

 

Perdersi non più,

ti cercherò altrove

oltre il tempo di un sovvertito spazio

di improbabili equilibri.

Il divenire è evoluzione,

meta umana della genesi.

***

 

Gli occhiali si sono plasmati al naso

annegati  nell’impulso del gesto rarefatto

lentamente

non ce ne siamo accorte mai e ora siamo tornate fragili

siamo passate per la semioscurità delle stanze aperte ai mari grandi

ingoiati dai delfini, navi senza àncora.

Mi lascerai il mistero del mondo, di questo ne ho coscienza

un pulito labirinto nell’ultimo cerchio indistinto.

Quando sarò infine io quel buio, ti cercherò incisa nel sangue.

***

 

Gli incontri sono avventi afferrati in volo

sguardi-luce tenuti stretti in un carpe diem,

eppure a volte

sulle nostre verità si allungano i capelli delle ombre.

Non saprò più niente delle strade oltre i cancelli

degli scatti in bianco e in nero dei tuoi viaggi

degli occhi miopi,

il tempo ci disarma, ha la forza dell’unire e del dividere

porta via il pensiero e lascia quieti

memoria dimenticata, digiuni eppure senza fame.

 

Testi tratti da Il tratto dell’estensione, La Vita Felice.

Pasqua ventosa

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La Crocifissione bianca di Marc Chagall

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
E la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Andrea Zanzotto

 

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

REINHARD CHRISTANELL

Del segno / Vom Zeichen

Del segno rimane
Sul foglio
Come pozza secca
Sul terreno
Attorno alla Lupa
Il sottile diniego:
Non vedo non
Parlo non prego.
*
Vom Zeichen bleibt
Auf dem Blatt
Gleich ausgetrockneter Lache
Auf dem Weg
Zur Lupa nur
Die herbe Verneinung:
Kein Blick kein Wort kein
Gebet.

(Dopo una notte di pioggia alla Lupa).

Ficu rinnia

Nel tuo fiore
Vedo dell’antico
Mondo lo splendore.
Nopal il tuo
Nome vero, orgoglio
Sacro dell’azteco
Impero e ora
Sotto mentite spoglie
Re incontrastato
Del mio immaginario
Giardino trasognato.

(Osservando i fiori gialli di un fico d’India).

Isola del domani

Se dev’essere sia.
Nelle tue mani
Nei tuoi orizzonti.
Ed anche nella tua
Storia. Non scavare.
Non raccogliere reperti.
Vivi in superficie.
Pietra. Coccio.
Freccia appuntita.
Isola del domani.
Spesse mura intatte
Nella memoria.
Lasciami entrare
Nei tuoi pensieri.
Per dimenticare
Che non saremo mai
Stati uomini veri.

(Lungo la strada punica tra Mozia e Birgi).

Nulla / Kein Blatt

Spoglio
Il cielo e solo
In me il ritroso
Nulla.
*
Kein Blatt
Am Himmel nur
Kahl das scheue
Nichts.

Le mura di Mozia

Pochi siamo noi
Qui sulle rive
Lo sguardo aperto agli orizzonti
Delle spoglie mura
Di Mozia e pietre
Rotte come mani
Trafitte dai sogni
Da realizzare…

Ora chiama piccola
Dea la tua voce
Dall’isola felice
Nubi cacciate
Dietro il sole
Come la nostra
Anima nei colori
Del silenzio…

E nel bianco
Del sale il tramonto
Spegne le sfumature
Di mille pensieri
Tanit dea lunare
È un freddo vento
Che scioglie
Le nostre paure.

Notte fenicia

Tu sei il cuore
Del fuoco il calore
Freddo portato via
Dal tempo nelle nuvole
Verso l’orizzonte
Una vela irraggiungibile
Risorgi ogni sera
Dalle tue ceneri
Eterna notte fenicia.

E ai margini
Del tramonto lasci
Che un uccello immobile
Sia nero specchio
Della tua anima
Perché qui siamo
Figli del perdono
E invisibile mano
Del solo creatore.

Un luogo in fondo al mare

Nel porto ciascuno
Infine lascia
La propria piccola
O grande imbarcazione.
Dove poi si vada
Nessuno lo sa. C’è chi
Parla di un luogo
In fondo al mare e
Chi invece propende
Per le inafferrabili nuvole.
Poco cambia. Restano
Sole le barche
A specchiarsi notte
E giorno nello Stagnone
E sembra proprio
Non attendano niente
Se non l’eterno
Ritorno del sole morente.

(Tramonto al porticciolo di Birgi).

Testi tratti da Mothia / poesie da un luogo di mare, Edizioni La Zisa

 

RandoMusic 8: Bela Lugosi’s Dead

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L’aggettivo random usato nel linguaggio scientifico e tecnologico con il significato di casuale, privo di regolarità, senza un ordine preciso, ha fornito lo spunto per una nuova rubrica, questa volta musicale, che curerò due volte al mese di lunedì. Esistono  pezzi musicali a cui siamo particolarmente legati: alcuni sono diventati simbolo di una generazione, altri hanno generato e ispirato rivoluzioni e movimenti culturali riscrivendo regole, altri ancora sono divenuti strumenti di protesta riuscendo a smuovere coscienze. Li descriverò raccontando l’intreccio di musica e vita che li ha prodotti.

Continuiamo questo percorso con…

Bela Lugosi’s Dead è il primo singolo del gruppo britannico Bauhaus, pubblicato nell’agosto del 1979 dall’etichetta Small Wonder ed è forse il primo brano in assoluto a rappresentare il genere gotico. Dura poco più di 9 minuti ed è stato registrato “live in studio”, in una sola volta presso il Beck Studios di Wellingborough; David J, il bassista dei Bauhaus si è dichiarato autore del testo.

I Bauhaus sono un gruppo musicale punk/gothic rock britannico, formatosi a Northampton nel 1978. Inizialmente si chiamarono Bauhaus 1919, nome derivato dall’omonima scuola d’arte tedesca fondata, appunto, nel 1919. Dopo aver firmato un contratto nel 1979 con la 4AD, proseguirono con un altro singolo punk nel gennaio 1980 e iniziarono un tour europeo nel corso del quale sempre più pubblico affluiva ai loro concerti, resi teatrali dal carismatico leader Murphy.

Nel settembre del 1980 iniziò il loro primo tour negli Stati Uniti e venne pubblicato il singolo Telegram Sam, successivamente il loro primo album, In the Flat Field, che raggiunse la vetta delle classifiche indipendenti anche se non venne accolto molto bene dalla critica. Sia Kick in the Eye che The Passion of Lovers, tratti dal secondo album entrarono nella Top 60 inglese nel 1981. Nell’ottobre del 1981 i Bauhaus pubblicarono Mask, loro secondo album, che sperimentava nuove soluzioni musicali, senza però allontanarsi dalla matrice dark che li aveva sinora contraddistinti. L’album fu un successo, anche il 1982 fu un anno denso di successi per i Bauhaus. In marzo pubblicarono l’EP Searching for Satori, che raggiunse la posizione 45 delle classifiche. In estate pubblicarono un altro singolo dal titolo Spirit e quindi Lagartija Nick. Prima della realizzazione del terzo album, The Sky’s Gone Out, nel 1983 Peter Murphy fu colpito da polmonite, circostanza che lo allontanò dalle sessioni di registrazione del quarto album in studio, Burning from the Inside. Di conseguenza Daniel Ash e David J diedero all’album molti più contributi che in precedenza. Al rientro di Murphy, completamente ristabilito, il gruppo andò in tour in Giappone, per tornare subito nel Regno Unito per la promozione del nuovo LP. Nel luglio dello stesso anno la band, tuttavia, si sciolse improvvisamente, senza un dichiarato motivo. Dopo la separazione del 1983, Peter Murphy formò insieme a Mick Karn dei Japan Dali’s Car. I due pubblicarono l’album The Waking Hour nel 1984, che risultò però fallimentare, e di comune accordo decisero quasi subito lo scioglimento della band. Peter Murphy proseguì quindi una carriera solista. Nel 1998, dopo quindici anni dalla separazione, i quattro decisero di riformare i Bauhaus. Iniziò così un tour nel quale presentarono due nuovi brani, Severance e The Dog’s a Vapour, il primo dei quali era una cover dei Dead Can Dance. Il gruppo comunque non produsse nuovo materiale, anche perché Peter Murphy continuava comunque la sua carriera solista. Solo nel 2008 i Bauhaus pubblicarono un nuovo album di inediti, dal titolo Go Away White, non seguito tuttavia da alcun tour promozionale. Le influenze dei Bauhaus includono punk rock, glam rock, rock art, musica sperimentale.

Il titolo Bela Lugosi’s Dead fa riferimento all’attore ungherese Bela Lugosi (1882-1956), che interpretò Dracula in vari film. La copertina del singolo raffigura un’immagine tratta dal film L’angoscia di Satana del 1926 diretto da David Wark Griffith. Sul retro della copertina è invece riportata un’immagine tratta dal film Il gabinetto del dottor Caligari del 1920 diretto da Robert Wiene. Bela Lugosi’s Dead finì sul grande schermo, infatti il film Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger) si apre con una performance dei Bauhaus, che la suonano in un locale. Il testo della canzone descrive il funerale di Bela Lugosi come fosse la morte di un vampiro, con tanto di pipistrelli, un campanile, il velluto rosso di una bara nera, le spose virginali che sfilano accanto alla sua tomba e gettano fiori “morti”. La voce di Peter Murphy, tra una strofa e l’altra, ripete “Undead, undead, undead” (non-morto), per rappresentare l’immortalità del Vampiro da lui interpretato. La canzone diventa subito un successo nelle discoteche underground. Il singolo non entrò nella Pop Chart Britannica, ma rimase in vendita per anni e fu oggetto di almeno una ventina di reinterpretazioni tra cui una del 2013 realizzata dal bassista dei Bauhaus in occasione di Halloween. Durante le esibizioni live il cantante Peter Murphy era solito recitarne il testo indossando il caratteristico mantello di Dracula.

Bela Lugosi, nome d’arte di Béla Ferenc Dezső Blaskó era nato a Lugoj in Romania, dall’aggettivo in lingua ungherese della sua città natale prese il cognome d’arte che adottò durante la sua lunga carriera di attore. Partecipò alla prima guerra mondiale come tenente di fanteria,  dopo il conflitto, fondò il sindacato degli attori e studiò all’Accademia teatrale di Budapest. Successivamente si trasferì prima in Germania e poi negli Stati Uniti. Lì incontrò il personaggio della sua vita, quello del Conte Dracula, e lo interpretò per diversi anni nei teatri di Broadway e in compagnie da giro. Nel 1931, Lugosi venne scritturato dalla Universal Pictures (specializzata nel genere horror) per interpretare il personaggio di Dracula, nell’omonimo film diretto da Tod Browning. La pellicola ebbe un enorme successo, Lugosi si distinse per l’eleganza, lo sguardo ipnotico e l’ accento mitteleuropeo. Inizialmente scritturato per interpretare il mostro in Frankenstein di James Whale (1931), Lugosi abbandonò il film prima dell’inizio delle riprese, per divergenze artistiche con la produzione, lasciando il posto a Boris Karloff con il quale per anni ci fu un’accesa rivalità. Dopo aver interpretato sul grande schermo il ruolo di Dracula, l’attore divenne immediatamente un divo dell’horror e lavorò intensamente per tutti gli anni trenta. Durante la sua carriera americana Bela Lugosi si lasciò coinvolgere in moltissimi film del terrore, alcuni di ottima fattura altri più scadenti. Dopo la metà degli anni quaranta i ruoli disponibili si diradarono, e per Lugosi, diventato morfinomane, iniziò un rapido e triste declino. Negli anni cinquanta infatti , ormai snobbato dalla critica, la sua carriera si interruppe bruscamente. Afflitto da problemi di salute e trovandosi in difficoltà finanziarie, Lugosi accettò di apparire in tre pellicole del regista Edward D. Wood Jr., morì a Hollywood il 16 agosto 1956, per un attacco cardiaco, all’età di settantatré anni. Fu sepolto all’Holy Cross Cemetery, a Culver City con indosso il mantello di Dracula, secondo le volontà della moglie e del figlio. L’ultima delle tre pellicole dirette da Ed Wood, Plan 9 from Outer Space (1959), venne girata dopo la morte di Lugosi e contiene solo poche sequenze con l’attore protagonista. Le vicende dell’ultimo periodo della vita di Lugosi e la sua collaborazione con il regista Ed Wood sono narrate (in maniera romanzata) nel film biografico di Tim Burton Ed Wood(1994), in cui Lugosi è interpretato da Martin Landau, il quale vinse – per questo ruolo – il premio Oscar al miglior attore non protagonista.

Deborah Mega

 

Natura risvegliata

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immagine di Loredana Semantica

Natura risvegliata
 
scatena tutte le forme apprese in sogno.
 
Ecco la gemma. Ecco la foglia.
 
Ecco un volo perfetto di ala.
 
Ecco un canto esperto d’uccello.
 
Ben istruita ogni creatura
 
fa la sua parte di fidanzata.
 
S’ingravida e si espande.
 
Ripete l’avventura del venire alla luce
 
la traversata grande – fino alla scomparsa.
 
 
Mariangela Gualtieri da “Bestia di gioia”, Einaudi, 2010

Canto presente 31: Viola Amarelli

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Viola Amarelli

la morbida, l’ansa di
vaso e di fiume serpeggia nel sacro
del vedo – non vedo, nel
dopo correggi nel fianco
col giro, le curve

tratteggio di punti riprendi ricuci
nozioni d’infanzia, a chiudere il tondo nel circolo
a valle, nel dopo lo spezzi, ci provi, il gas dell’elettrico

 

le vie degli ormoni, i bronchi cipressi
recessi interrotti, la linea di fuga
sparisce ogni volta.

 

***

 

schiumaglia, brodaglia
raggruma, s’aggrossa
impazza, arruffiana
s’allazza, la razza
non schiatta, schiattiglia
ed arriglia, rimbroda e rischiuma
costante zantraglia
rigonfia e disfatta,
t’alletta, t’accatta

vorrebbe, le nuove, le vecchie

le prede vendute, per finta per gioco

l’atroce che chiamano vita,

quest’afona voce.

 

***

(il discorso del re)

Analogite, se potesse lo direbbe
Con la pece tra i denti, le piume sui capelli

Da morti quale pace, corruzione
Di carni alle braci

Le orecchie vuote
La spirale logaritmica conchiglia

Tendini per legacci, budella
Per sacchi

Tutti tubi, tutti vuoti
Calcina per carceri

Ammucchiate, se potesse lo direbbe, le
Conserve di midollo e frattaglie

Il cibo per carestie, per
L’ingoio nel buco

Molto semplice, a pensarci, se potesse
Impasterebbe le ceneri cremate

Creta per nuovi figuranti
Manigoldi e depressi

Il popolo che ressi.

 

Prisma lirico 19: Stefania Onidi – Stefania Onidi

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Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo l’ispirata poesia e le raffinate opere di Stefania Onidi

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Stefania Onidi

Valutare il vento
la sua luce tesa
la volontà di correre il vuoto.

Bastano mano e saliva.
Quel gesto antico e innocente di voler toccare il respiro
bucare l’aria.
Contare quanti nodi mi attraversano le dita.

In questa erosione segreta
declinare all’infinito i modi del mio esistere.

Senza titolo-1

Stefania Onidi

 

testo: Stefania Onidi dalla raccolta “Quadro Imperfetto”, Bertoni Editore, 2017

opere: Stefania Onidi, 2 illustrazioni in china e acquarello, dalla raccolta “Quadro Imperfetto”, Bertoni Editore, 2017

Incipit 20: Demian

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Demian_Erstausgabe

Eppure, non volevo tentar di vivere

se non ciò che spontaneamente

voleva erompere da me.

Perché? Era tanto mai difficile?

 

Per raccontare la mia storia devo incominciare dal lontano inizio. Se mi fosse possibile, dovrei risalire molto più addietro, fino ai primissimi anni della mia infanzia, e più oltre ancora nelle lontananze della mia origine. Quando scrivono romanzi, gli scrittori fanno come fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo e comprendere la storia di un uomo e riprodurla quasi Dio la narrasse a se stesso, sempre essenziale e senza veli. Io non ne sono capace, come non ne sono capaci gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanto non ne abbia per altri scrittori la loro; è infatti la mia vita, è la storia di un uomo non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, vivente. Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso e unico della natura. Se non fossimo qualcosa in più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di attenzione. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore. Oggi pochi sanno che cosa sia l’uomo. Molti lo sentono e perciò muoiono con maggior facilità, come io morirò più facilmente quando avrò finito di scrivere questa storia. Non posso dire di essere un sapiente. Fui un cercatore e ancora lo sono, ma non cerco più negli astri e nei libri: incomincio a udire gli insegnamenti che fervono nel mio sangue. La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità. Ognuno reca con sè, sino alla fine, residui della propria nascita, umori e gusci d’uovo d’un mondo primordiale. Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche. Taluno è uomo sopra e pesce sotto, ma ognuno è una rincorsa della natura verso l’uomo. Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso; ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alla propria meta. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso.

[…]

Hermann Hesse, Demian, Fisher, 1919

Demian – Storia della giovinezza di Emil Sinclair, è un romanzo di formazione scritto in pochi mesi da Hermann Hesse durante la prima guerra mondiale e pubblicato per la prima volta nel 1919 presso l’editore Fischer, sotto lo pseudonimo di “Emil Sinclair”. È la storia di un uomo combattuto tra due mondi, quello retto, “chiaro e giusto” e quello proibito e cattivo, problematica che esercitava grande impressione sui giovani reduci della guerra. Probabilmente il nome di Sinclair è stato suggerito allo scrittore da un Eduard von Sinclair, amico e benefattore di Friedrich  Hölderlin. Il romanzo dovette piacere molto anche a Thomas Mann che lo definì un piccolo capolavoro e che per qualche tempo credette all’esistenza di un Sinclair, uno scrittore giovane e malato che risiedeva in Svizzera. L’opera di Hesse fu il risultato di una profonda crisi interiore vissuta dall’autore, sono presenti infatti echi autobiografici della propria adolescenza tormentata, che affermò di aver compreso razionalmente solo vent’anni dopo, grazie a quest’opera. Appaiono anche frequenti citazioni e richiami biblici, riflesso dell’educazione cristiana ricevuta durante l’infanzia. Sono presenti anche gli influssi culturali del tempo, come la filosofia di Friedrich Nietzsche e la psicologia analitica di Carl Gustav Jung nonché il tema tipicamente hessiano della polarità, che si ritroverà in molti lavori successivi. Durante gli anni vissuti a Berna, Hesse potè approfondire anche lo studio delle opere di Freud e la conoscenza della teoria degli istinti, dell’inconscio, dell’interpretazione dei sogni. Nel romanzo i fatti sono descritti in prima persona: Emil Sinclair narra la propria  evoluzione spirituale attraverso gli anni della crescita. Sin dall’inizio Emil  è diviso tra due opposte visioni della vita: la luce e il bene da un lato, l’oscurità e il male dall’altro. Il primo gli proviene dalla famiglia; il secondo è invece quello “proibito”, che Emil, suo malgrado, trova emozionante e attraente. Egli vorrebbe condurre una vita esemplare sul modello dei genitori, ma la sua inclinazione lo conduce sempre più verso la perdizione. Diviene così  succube di Franz Kromer, un ragazzo malvagio e prepotente, dal quale subisce ripetuti episodi di bullismo, violenza ed estorsione. Il giovane Emil arriva a rubare soldi a casa non osando confessare la verità ai propri familiari. Diventa sempre più introverso e scontroso e pare quasi attendere la distruzione del mondo, unica possibilità di salvezza. Si rivela provvidenziale però l’arrivo di un nuovo compagno di scuola, Max Demian, che lo libera dalla dipendenza negativa di Kromer. All’inizio, il nuovo ragazzo suscita l’interesse di molti tra i coetanei, dando l’impressione di essere molto intelligente e maturo per la sua età. Durante una passeggiata Max racconta a Emil la propria interpretazione della leggenda biblica di Caino e Abele: il marchio impresso sulla fronte del fratricida, non era il segno della sua colpevolezza ma simbolo di superiorità e di forza. Quando Max scopre che Emil soffre a causa di Franz, contribuisce a risolvergli il problema ma Emil si ritira nella ritrovata serenità della sua fanciullezza, perdendolo di vista. Qualche anno dopo, tra i partecipanti alle lezioni del catechismo, ritrova Demian, a cui si avvicina nuovamente, perché a lui affine. Egli influenza sempre più Emil con le sue opinioni filosofiche e le sue critiche ad alcuni concetti religiosi e simbologie bibliche, tanto che Emil comincia a rendersi conto che  Dio è rappresentato come “buono” solo a metà, mentre l’altra metà viene attribuita al demonio. Il giovane ripensa così al conflitto insanabile tra due mondi paralleli presenti in ciascun essere umano, si tratta dunque di un problema riguardante l’intera umanità. Max gli spiega che anche i pensieri della metà oscura devono essere realizzati: ogni individuo deve decidere da solo  ciò che è giusto e ciò che è proibito per lui in ogni momento, perchè le stesse convenzioni sociali cambiano e si modificano nel corso del tempo. Dopo l’estate Emil si separa dal suo ambiente e da Demian, per proseguire gli studi in collegio. Dopo più di un anno vissuto in maniera solitaria e ritirata, compiuti i sedici anni, diventa un assiduo frequentatore di taverne e, mentre si vede scivolare sempre più verso il mondo oscuro, avverte l’urgenza di un amore. I genitori, che si son recati da lui a fargli visita, quasi non lo riconoscono tanto appare scontroso e indisciplinato. Il suo conflitto interiore comincia a risolversi quando incontra una donna e se ne innamora. La chiama Beatrice, come la Portinari amata da Dante Alighieri.  Prova perfino a dipingere dei ritratti della sua amata in cui però riconosce la fisionomia di Demian. In un momento d’ispirazione disegna un uccello che sembra uscire da un gigantesco uovo e lo spedisce al vecchio amico. Poco dopo, durante una lezione, Emil trova all’interno d’un libro un piccolo pezzo di carta con incise alcune parole vergate da Max che fanno riferimento all’uccello che lotta per uscire dal suo guscio cioè dal suo mondo in direzione della divinità Abraxas, che appunto unisce in sé sia il divino che il diabolico. A questo punto Emil conosce un organista di nome Pistorius, cultore di mitologie e religioni antiche in cui trova un confidente e una guida, nel quale si può ravvisare lo psicanalista del sanatorio dove Hesse fu ricoverato per un esaurimento nervoso e successivamente conosce un giovane di nome Knauer.  Una sera, Emil, trascinato da una profonda forza interiore, si reca alla periferia della città immersa nella neve, e dopo aver riconosciuto il nuovo amico Knauer, riesce a farlo desistere dal suicidio. Capisce così che la cosa più importante è che le persone individuino il  cammino da percorrere, assegnatogli dal destino  e lo perseguano senza fermarsi. In procinto di intraprendere l’università, e superati ormai i diciotto anni, Emil incontra Max Demian; dopo una visita alla madre di Demian, la signora Eva, con stupore riconosce in lei l’oggetto d’amore delle sue fantasie. La donna diventa per il giovane il suo punto di riferimento ed egli comincia a frequentare assiduamente la sua casa e suo figlio Max. I tre formano sempre più una specie di ristretta comunità in cui vige una costante armonia. Allo scoppio della guerra tra la Germania e la Russia, i due amici però si vedono costretti a partire. L’ultima volta che Emil incontra Max è in un ospedale militare, dove si trova ricoverato in quanto gravemente ferito dallo scoppio di una granata. Si salutano e Max gli dice che, se non dovesse mai più rivederlo, lo ritroverà dentro se stesso. Durante la stesura dell’opera Hesse si trovava in conflitto con la prima moglie, aveva da poco perso il padre e si era dovuto rifugiare in Svizzera dalla Germania a causa della guerra. Per tutto il 1917 svolse presso il dottor Lang, allievo di Carl Gustav Jung, una novantina di sedute per potersi riprendere dal brutto stato in cui versava. Tutto il romanzo invita i giovani a ripercorrere il cammino dell’interiorità alla ricerca della verità nascosta tra le pieghe dell’inconscio. È  imperniato sul raggiungimento del  attraverso cinque tappe fondamentali: conoscenza dell’ombra, parte nascosta dell’Io che lotta per emergere (Franz Kromer), conoscenza della guida che può essere considerato il deimon del ragazzo(Max Demian), conoscenza dell’anima, proiezione dell’amore interno (Beatrice), conoscenza dell’inconscio collettivo ricorrente nei popoli antichi e nelle religioni (Pistorius), conoscenza della grande madre (Eva). Il Demian è anche un inno all’amicizia, come appare chiaro dai rapporti tra Sinclair e Demian o tra Sinclair e Pistorius. Quando uscì nel 1919 Demian coinvolse profondamente il pubblico giovanile, fortemente scosso e disorientato dall’esperienza della prima guerra mondiale. Il successo del libro fu enorme, Hesse utilizzò uno pseudonimo forse per il desiderio di rivelare un mondo nuovo, diverso da quello delle poesie e dei racconti precedenti. L’entusiasmo dei giovani era dovuto alla convinzione che lo scrittore fosse uno di loro, tanto era spontanea la narrazione, fresco e vivace lo stile. Allo scrittore fu perfino commissionato un premio letterario, dedicato all’opera prima di un autore emergente, il premio Fontane, che Hesse, ormai quarantenne, volle restituire. Soltanto la nona edizione uscì con il nome di Hermann Hesse.

Deborah Mega

Canto presente 30: Daìta Martinez

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Daìta Martinez

 

{ tre ore }

 

distillata contrazione

il tempo del supplizio

al richiamo contratto

 

era firenze

il giorno ingollato allo spanno del tuo respiro

ode di stili attenti sulla logica del seno

rinvenuta indulgenza di luglio

 

era il tramonto ed era l’alba

quel cenno osato sull’altare del borgo

passato di noi – amanti sorgenti

 

{ tre ore }

 

anamnesi variabile

la sosta convulsa

dal mento fuggiasca

 

era firenze

l’ipotesi sequestrata alla notte del mio errare

ambulante stupore sull’innesto dei capelli

smarriti al mercato disfatto

 

era senno ed era insania

quel bacio riempito sul rilievo del piede

silloge di noi – concetti sedotti

 

*

 

. allattari cu l’occhi

lu nidu du jardinu

appuiatu picciriddu nto funnu

di li vrazza .

 

. allattare con gli occhi / il nido del giardino / appoggiato bambino nel fondo / delle braccia .

 

*

 

precipita :

 

sotto appena lo squarcio degli oleandri

seguendo il mutare del violino

fili merlati nella questua del risveglio

 

strappate le dita

quando è doglia il silenzio

dopo l’attesa

prima del rovo

 

traccia :

 

sopra appena il fiato sgualcito

isolato ritmo la coltre sulla bocca calpesta

il profilo degli occhi all’inizio del sogno

 

dedalo la cenere

quando è rosso il legno

dopo l’acqua

prima delle scarpe

 

da : . la bottega di via alloro . – LietoColle, 2013

 

*

 

strada d’albicocco

dalle mani s’odora

il silenzio del treno

 

*

 

la pioggia arrossata

leggera l’ora sgorga

l’inguine nel mattino

 

*

 

‘a vucca  dintra ‘a vucca
strinci l’ura di la cunta e
grapi ‘u mari zappatu di
zammù talìa idda comu
tuppulìa chiantu duci di
la vigna ‘a sò vuci l’erva

 

la bocca  dentro la bocca / stringe l’ora di dire e / si apre il mare zappato di / anisetto guarda lei come / bussa pianto dolce della / vigna la sua voce l’erba

 

  • inediti

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

CLAUDIA PICCINNO

Il piano b
 
Brillai di luce autonoma
 
alla periferia del tuo sguardo,
 
ribellandomi al pensiero
 
di un sentire irrazionale.
 
Macinai chilometri di asfalto
 
per ancorare al terreno ogni mio passo,
 
ingurgitando dubbi per non volare altrove
 
e poi schiantarmi al suolo.
 
Di un credo e di un colore sbiadito
 
improvvisa corazza rimediai
 
per non concedere al cuore
 
vane attese o subdole speranze.
 
Non avevo considerato il piano b
 
quello che l’anima persegue a suo volere,
 
e che ti vede oggetto di un approdo
 
nei meandri sconfinati di un abbraccio.
 
Nelle latitudini delle tue braccia
 
io riposerò.
 
 
Duetto indissolubile
 
(storia di una nonna e una bambina)
 
 
Era là… acciambellata ai suoi piedi
 
in ascolto partecipe
 
annotando quelle rune d’autunno
 
come fosse vangelo.
 
Intuiva il privilegio dell’oralità
 
serbando nello scrigno degli esempi
 
il dire e il fare,
 
il pane che lievita incontri,
 
le conserve ribollenti amore.
 
Si accanì la sorte
 
sulla nonna e la bambina,
 
duetto indissolubile.
 
L’anziana guida divenne
 
piccolo pulcino senza piume
 
bisognoso di passi felpati
 
che attutissero la corsa
 
di cellule impazzite.
 
La bambina si mutò in chioccia
 
covando soluzioni alternative
 
per rinfoltire il piumaggio
 
e lucidare le ali della nonna ferita.
 
Alcuni voli non obbediscono alla traiettoria
 
Invocando la ricerca
 
si asseconda la vita
 
impedendo ai malanni
 
di mutarsi in tiranni
 
questa lezione impartì il pulcino…
 
la bambina la divulgò per l’aia intera
 
amando, leggendo, ricordando.
 
 
Al cippo di Sabbiuno di Piano
 
(Bologna)
 
Li ho portati i miei studenti
 
al cippo di Sabbiuno di Piano
 
a leggere quei 34 nomi tenendoci per mano.
 
Arno e Vanes erano con noi a dir più volte
 
non eravamo eroi,
 
non c’erano né buoni né cattivi,
 
c’era la guerra
 
e urgeva difendere la nostra terra.
 
Ci narrarono il coraggio del Romagna
 
di Franco Franchini nome di battaglia
 
di quando assalì il casale del Guernelli
 
per liberare i compagni
 
in gabbia come uccelli.
 
36 furono i caduti in quel 14 ottobre del’44
 
ma 34 i nomi riportati
 
perché del polacco e del tedesco
 
i documenti non furon ritrovati,
 
s’erano uniti alla settima brigata
 
e al distaccamento di Franchini;
 
così ora sanno i miei bambini
 
a chi la scuola di campagna è intitolata.
 
La rotaia pigra
(sull’incidente ferroviario in Puglia luglio 2016)
 
Immutato scorcio
 
d’arco obliquo
 
in un percorso
 
circolare e tortuoso
 
si tinse di rosso all’improvviso.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
in un incedere
 
senza logica alcuna
 
senza meta prevista
 
se non la tangibile empatia
 
dei segni d’acqua
 
e la loro ostinata ricerca d’intensità
 
imprigionata in una normalità agognata
 
e a volte ripudiata.
 
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
tra quesiti esistenziali
 
e indomiti perché
 
senza soffocare
 
irrazionali voglie
 
e immotivati sguardi,
 
curiosità remote
 
e intuizioni accidentali.
Batteva il tempo
 
la rotaia pigra
 
finché stridula frenò
 
su un compromesso.
 
 
Sui cavi
 
Sono esposti al pubblico dominio
 
i sentimenti pubblici e privati
 
dei nativi digitali.
 
Non più piccioni viaggiatori
 
o serenate al chiaror lunare.
 
Eppure
 
nei panni stesi ad asciugare
 
si condensa iridescente
 
voglia di socializzare
 
per scongiurare con un bip
 
la desolazione di silenzi
 
troppo a lungo trattenuti.
 
S’acquieta sui cavi
 
la solitudine
 
dei giorni odierni.
 
Dolore e forza
 
Sto abitando il tuo dolore madre mia.
 
Sento le vene tumefatte delle tue braccia.
 
Annuso il rantolo di un cuore stanco.
 
Guardo il tuo sonno intermittente
 
come la goccia che cade lenta
 
a ricucire l’ennesimo strappo di un corpo martoriato.
 
Ho respirato la tua forza senza averlo mai saputo
 
sin dal mio viaggio nel tuo liquido amniotico.
 
Questa è l’eredità della tua stirpe… madre.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.
 
Perché insieme a te rinascerò
 
ancora una volta, oggi come ieri,
 
domani e sempre.
 
Ci sono eredità che si moltiplicano,
 
come fossero spilli sopra
 
l’asse di equilibrio.
 
Dolore e forza.
 
E rinascita.

Prisma lirico 18: Francesco Tontoli – René Magritte

Nell’ ambito della rubrica Prisma lirico, oggi propongo la breve poesia di Francesco Tontoli, l’opera di René Magritte, e tavola vivente di Wickham Flannagan ad essa ispirata

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René Magritte

Io sono per non esserci
sarei ciò che non sono
se fossi chi non c’è.
Sarebbe come essere
qualcuno che non sia
nessuno, e intanto è.

Testo: Una poesia di Francesco Tontoli

Opera: René Magritte, The invention of life, 1928