Nota critica su “Dedica” di Lucia Triolo, Edizioni DrawUp, 2019

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In “Dedica”, ultima fatica letteraria di Lucia Triolo, per i tipi Edizioni DrawUp,  opera vincitrice della IV edizione 2018 del Premio letterario Internazionale Città di Latina per la sezione Silloge inedita e finalista nel Concorso letterario  “Città di Conza della Campania”, la scelta del titolo rappresenta di per sé una dichiarazione d’intenti: l’azione del dedicare riflette la destinazione a un fine determinato, il manifestare e offrire, tramite la parola, la propria visione della realtà, contrapposta e differente da quella altrui. In senso figurato “dedica” significa volgere l’animo a qualcuno o qualcosa con intensità. Questo qualcuno è l’altro da sé, che si avverte diverso da noi ma che comunque si rivela necessario per la nostra realizzazione. Cerbino, nella prefazione, giustamente richiama Luhmann e il concetto di comunicazione come base dei sistemi sociali. L’atto comunicativo, finalizzato a fornire un’informazione, è un’azione necessariamente ed intrinsecamente sociale e va interpretato dopo un’adeguata osservazione. Lucia Triolo, da grande osservatrice qual è, percepisce, rileva, ricerca, denuncia una mancanza, un venir meno, proprio e altrui, ci si accosta all’altro quando si scrive Ho prestato al mio corpo / la tua sete e / la tua fame o E non abbiamo mai saputo / di quanti cuori altrui abbiamo bisogno / perché il nostro batta.

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uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson 

Inviamo un’onda a trovare un’altra onda
un compito così divino
che lo stesso messaggero s’ innamorò
dimenticando di tornare.

Tuttavia concepiamo una saggia distinzione
sempre vananente compiuta
che il momento migliore
per arginare il mare
sia quando il mare se n’è andato.

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, gray and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

RICCARDO MAZZAMUTO

Bando 1

 

Brilla il corpo degli anni

ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

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Il logos e la follia in Ostinato – Suite in versi di Cinzia Della Ciana, Edizioni Helicon, 2019

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Ostinato – Suite in versi, Edizioni Helicon, 2019, è la seconda silloge poetica di Cinzia Della Ciana: segue, in un tempo piuttosto breve, la raccolta di esordio Passi sui sassi con la quale la poetessa toscana ha subito dato dimostrazione di chiara disposizione a intessere con la parola della poesia un rapporto sia sonoro sia metaforico, poiché la scelta lessicale densa di sonorità coincide con elementi strutturali, archetipici, mediatori di logos. Ritengo, in relazione alla lettura di Ostinato – libro che presenta complessità concettuale proprio per l’ispirazione e la genesi che intendono correlare, meglio, legare parola e musica come analizza nell’ottima postfazione Franco Di Carlo – necessario prendere in considerazione il termine ‘logos’ nella sua declinazione non solo di sostantivo, ma anche di verbo: in questa accezione ‘leghein’ –  in greco antico significa «conservare, raccogliere, accogliere ciò che viene detto e quindi ascoltare» – ci pone in relazione con tutta la sequenza della silloge pensata come la materializzazione di una suite – composizione musicale già di per sé concepita come espressione architettonica di quadri musicali  – in versi, dimostrando che ciò che urge metacreativamente nella scrittura dell’Autrice non è tanto la liberazione o l’annientamento della damnatio di vissuti feriti o irrisolti, quanto compire, coronare il disegno arduo e in certo modo aristocratico e fiero di un progetto di ricerca poetica e – a ogni modo – rispondente alle istanze del Sé, che mai si esonera dall’essere fautore del sogno e suo puntuale regista.

Nelle intenzioni della poetessa di Ostinato – Suite in versi, che si rivolge alla musica come mediatrice di pensiero e sentimento e alla parola come orchestrazione del segno formale che ha – per costituzione – perso in gran parte l’astrazione della musica e ha assunto l’ambiguità tipica della parola fin dal segno grafico, avviene quanto Martin Heidegger scrive in un passaggio in Saggi e Discorsi: «L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in certo senso lo stesso logos» certificando in tal modo l’esistenza di un legame che però, a mio avviso,  presenta un qualche specifico sfolgorìo per poter porre in correlazione l’udire autentico – che non è solo ascrivibile all’udito, ma anche al ‘sentire’ –, poiché ciò che avviene negli strati del pensiero ha rilevanza negli strati della psiche in un sistema di reciprocità, in quella zona dove avviene il processo cognitivo-affettivo.

Che cosa è mai, dunque, lo specifico sfolgorìo che consente il nesso tra poesia e musica? Lo psicanalista di formazione lacaniana Giovanni Sias, in La follia ritrovata, analizzando il rapporto tra musica e poesia individua l’elemento della correlazione nella follia «costitutiva dell’umano, è l’uomo stesso sul piano del suo desiderio, della sua più intima verità. […] La musica è l’emblema della follia. E non solo, o non tanto, perché è stata oggetto di molte composizioni (e anche di molte danze), ma perché è la musica stessa a essere follia nell’uomo. Anzi, è forse il momento più inequivocabile in cui l’uomo la incarna, la porta in scena, la sostiene. […] Ma mentre la poesia, perdendo il senso comune, introduce una pluralità di significati che sconvolge ogni significato determinato a priori aprendo un senso che si fa nel lettore, e a lui solo si dà, nella musica scompare e si rende impossibile ogni significato dato o da darsi, e il suono, il puro suono, scardina ogni possibile senso precostituito o da costituirsi, così che la parola non solo diventa inutile alla comprensione del mondo, ma la rende assolutamente insignificante all’esistenza di un mondo predefinito e del delirio di onnipotenza degli uomini sul mondo stesso».

Cinzia Della Ciana, in Ostinato – Suite in versi compie il grande tentativo di far dialogare la follia del linguaggio della musica «attraverso il quale si esperisce un mondo “puro”, (…) vi fa entrare la verità» con la follia del linguaggio della poesia che, fatto di parole, «non può e non sa esprimere perché falsa (la verità) e la confonde per via della doxa, la rende ordinaria, luogo comune, metro sociale di tutte le cose».

 

Adriana Gloria Marigo

Luino, 29 luglio 2019

 

Guarda che luna! Le mille lune dei poeti

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Il 20 luglio 1969, cinquant’anni fa, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Aldrin Buzz giungevano sulla luna a bordo dell’Apollo 11 e questo evento rappresentò un’importante svolta, un grande passo per l’umanità. Da sempre la Luna, unico satellite naturale della Terra, ha ispirato mitologie, leggende e credenze, poeti, scrittori, registi, musicisti. Personificata dalla dea Selene, fu considerata influente sui raccolti, le carestie e la fertilità. Condiziona la vita sulla Terra di molte specie viventi, regolandone il ciclo riproduttivo, agisce sulle maree e la stabilità dell’asse di rotazione terrestre. La raccolta che segue rappresenta una breve carrellata di testi poetici che trattano l’argomento.

*

TRISTEZZA DELLA LUNA

Più pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni,

sulla serica schiena delle molli valanghe,
morente, s’abbandona a deliqui infiniti,
e volge gli occhi là dove bianche visioni
salgono nell’azzurro come fiori.

Quando su questa terra, nel suo pigro languore,
lascia che giù furtiva una lacrima fili,
un poeta adorante e al sonno ostile

nella mano raccoglie quell’umido pallore
dai riflessi iridati d’opale, e lo nasconde
lontano dagli occhi del sole, nel suo cuore.

CHARLES BAUDELAIRE, Traduzione di Giovanni Raboni

 

TRISTESSES DE LA LUNE

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son cœur loin des yeux du soleil.

*

CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

GIACOMO LEOPARDI

*

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

GIACOMO LEOPARDI

*

 

POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE LA LUNA

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

FEDERICO GARCIA LORCA, Traduzione di Claudio Rendina

 

SI MIS MANOS PUDIERAN DESHOJAR

Yo pronuncio tu nombre
en las noches oscuras,
cuando vienen los astros
a beber en la luna
y duermen los ramajes
de las frondas ocultas.
Y yo me siento hueco
de pasión y de música.
Loco reloj que canta
muertas horas antiguas.

Yo pronuncio tu nombre,
en esta noche oscura,
y tu nombre me suena
más lejano que nunca.
Más lejano que todas las estrellas
y más doliente que la mansa lluvia.

Te querré como entonces
alguna vez? Qué culpa
tiene mi corazón?
Si la niebla se esfuma,
qué otra pasión me espera?
Será tranquila y pura?
Si mis dedos pudieran
deshojar a la luna!

*

L’ASSIUOLO

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi: 
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto: 
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte… 
chiù…

GIOVANNI PASCOLI

*

O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

GABRIELE D’ANNUNZIO

*

SULLA LUNA

Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.
Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!

GIANNI RODARI

*

VEGLIA

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

GIUSEPPE UNGARETTI

*

CANTO ALLA LUNA

La luna geme sui fondali del mare,
o Dio morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

ALDA MERINI

*

«Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. / Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. / Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era: ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? / Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. / Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! / E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

LUIGI PIRANDELLO, da Ciaula scopre la luna, Novelle per un anno

 

 

 

 

 

Buona Estate, Buone Vacanze

Immagine "Maremonti" di Loredana Semantica

Un’altra estate ha preso avvio e, come ogni anno l’attività del blog rallenta, prende i ritmi del caldo e del riposo, ricarica energia, nuove idee. Queste le attività previste del blog. Non una pausa vera e propria, piuttosto un rallentamento dei ritmi di pubblicazione. Tutto qui. Non parliamo di rubriche, di tempi, di ritorni ma vi lasciamo in compagnia dei post di Francesco Palmieri. Da questo momento a fine agosto, l’augurio che sentiamo di doverci e che desideriamo estendere a tutti coloro che passano di qui, lettori affezionati o semplici passanti è solo questo:

 BUONA ESTATE, BUONE VACANZE

Versi trasversali

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della nuova rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

DAVIDE MORELLI

*

ALL’IMBRUNIRE

C’è un sovraccarico di segni

a quest’ora del giorno.

L’aria si fa più fine.

L’animo fa il calco

di questo tramonto.

Tutto passa, anche il passato.

Ma non dirmi il sottinteso, il traslato.

Sembra che non ci si possa esimere

dall’hic et nunc, dai rebus insolubili,

dalle associazioni di idee,

dalle giaculatorie brevi ed ingenue,

che avvitano la mente all’imbrunire.

 

*

TROPPO PRESTO

L’oscurità inghiotte la città.

La notte capovolge la realtà.

Ritorna un fantasma dalla memoria:

ricordiamo insieme una triste storia.

E’ morto  giovane. Troppo presto.

Restano pochi gesti, poche frasi.

Restano solo pochi aneddoti:

finiranno nel nulla dopo di noi.

Il vento fa da perno al rumore

delle cose e delle nostre parole.

 

*

VIAGGIO

Una volta all’anno si ha voglia

di partire: vedere altri volti,

altri paesaggi, altri luoghi:

sentire altre voci e altre storie

per tornare e sentirsi come nuovi.

Ma è solo e soltanto un’illusione

avere  copiato quei cieli

con una comune carta carbone.

 

*

SUL TAVOLO

Tutto ciò avvenne simultaneamente.

Ma non me la santo di parlare di coincidenze

o di concatenazione di cause.

Eravamo metafore sospese nel vuoto.

Si potrebbe parlare per ore

degli automatismi della gioventù.

Sul tavolo un biglietto del treno

di dieci anni fa.

Lo guardo. E’ lì senza un significato preciso.

Ciò che è remoto ritorna inavvertitamente

senza fare troppi sforzi di memoria.

La vita: questo strano impasto

di miele e fiele, di abitudini e similitudini.

I destini: questo gioco ad incastro.

 

*

GODOT

Essere umani significa anche

avere tutte le carte truccate

e ciò nonostante perdere lo stesso.

Essere umani significa anche

cercare punti fermi, approdi;

trovare segni inequivocabili

dove non c’è certezza assoluta.

Significa anche cercare l’altrove

nella realtà più convenzionale.

Ci sono innocenti senza colpa

condannati alla sofferenza atroce…

Anche oggi noi eravamo in attesa.

Un posto vale l’altro per attenderlo.

Certi l’attendono tutta la vita.

Anche oggi Godot ha dato forfait.

Non ci restano che giochi di specchi,

accostamenti inusuali di parole,

verità posticce o provvisorie.

Ma non possiamo dire ad ogni modo

che nell’attesa eravamo soli.

 

*

IPOTESI

Potremmo essere ologrammi

fluttuanti in molte dimensioni.

Trascendendo lo spazio e il tempo,

potremmo abitare il multiverso.

Ma al momento è solo una ipotesi

fantasiosa, se non delirante.

Direi una ipotesi tra le tante.

 

*

FELICITA’

La felicità di primo acchito

è una bella ragazza che ammicca.

Ma subito dopo si rivela come

un trucco prospettico dell’animo.

Più che una condizione esistenziale

è uno stato d’animo passeggero.

Siamo legati a questa illusione

da un eterno sortilegio.

È una eterna promessa

non mantenuta.

Niente di più.

 

Testi tratti da Componimenti pseudopoetici e Cuore improduttivo

 

 

 

 

 

 

Canto presente 41: Anna Lamberti Bocconi

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

ANNA LAMBERTI BOCCONI

Mia giovinezza andata
nella sua qualità di bel mazzetto
regalato ogni sera
come fosse un giochetto da due lire
quei quadrati coi numeri
che mandavi su e giù con un sol dito
nella cornice di plastica
uno era vuoto e quello
determinava le mosse
per metterli tutti in fila.
Ma io avevo il buco inchiodato
tiranno maledetto ed avariato
comandava da immobile.
Io lo credevo l’anima
causa la trasparenza delle lacrime
sul fondo ultravioletto della sera.

*

Vidi due labbra fresche adolescenti
posarsi sull’orrendo volto vecchio
di un dio di morte, e tutti gli spaventi
della mia vita al fondo di uno specchio.

Udii che un desiderio e un dispiacere
sono la stessa cosa, e lo diceva
questa mia voce, e il vino nel bicchiere
era versato ma non si beveva.

*

ANNA SULLA DARSENA

Cercare la mia anima di un tempo
tra vie rifatte che non riconosco.
Solo le case sono sempre loro,
l’acqua, la riga dritta delle vie.
Io ho fatto la fine dei dinosauri:
troppo grandi, non c’era da mangiare,
schiacciati sotto una meteora, il ghiaccio
se li è portati via con sé, le ossa
là, immense nella sala di un museo.
Dico qualcosa a chi mi vuol sentire
poi vado a riguardare quel che fui,
o meglio, dove stavo quando fui.
Anche la solitudine si è estinta.

*

Non sento altro che la tua mancanza,
piccola mamma, nelle foglie tese
verso il loro orizzonte verticale
tu che racconti di bellezza e amore,
spaventi di bambina, il tuo tappeto,
persona eccezionale, madre mia
vedo soltanto che te ne sei andata
la primavera infrange ogni vetrata,
creata e discreata. Ancora esisto
se penso a te, le frange del tappeto
in piena luce, la calligrafia
che si assomiglia, che era tua ed è mia
girano testa e vento nella stanza
vortica il mondo e non è mai abbastanza,
fino a che anch’io diventerò poesia.

*

Io sono il fiore in mano
col fil di ferro in gola
quello che va nel marmo,
l’amore del tuo nome
che sussurrò bellezza
gioia, consolazione
la foto cancellata
dimenticata in acqua,
sono il pigmento rosso
che incarna la tua rosa
alta col fil di ferro
piantato nella gola.

*

Ti amo sul mio mare che lascia il mare
la vela bianca e grigia che sembra nebbia
sul sale che incrosta lento l’amo incagliato
immerso da anni e anni dentro il relitto
dal giorno livoroso della tempesta,
il fiore ombelicale che ignaro nacque
avido, amaro, errato, colmo di pianto
il fiore che viveva come un furore,
ti amo da quella gioia dimenticata
quel vecchio paradiso tinto di sangue
che non ne vuol sapere di tramontare.

*

Sogno di bere una fanta in una bocciofila
poco davanti ad una fontana che gocciola,
dopolavoro di autisti e tranvieri, domenica,
sole d’estate che avvita i suoi raggi nell’anima.
Lì piano piano potresti capire che esisto
sempre, con te, senza te, col cuore di vento,
come la linea più bella che traccia una rondine
quando nel cielo rincorre l’arte di perdere.

*

Perduta e sola con i miei due versi
da quando la parola è intelligente
imito il Sole partendo dal Niente
fianco al silenzio e fronte al grande brodo
cercando sottigliezze e gemme fine
in tutta questa fine senza fine.

 

La grande mutazione

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Isabella, la ragazzina protagonista del racconto, viene contagiata da un virus sconosciuto, di cui esistono pochissimi casi in tutto il mondo. All’inizio è molto preoccupata ma poi scopre che non ha contratto una malattia grave: tutt’altro, grazie a quel virus vive un’esperienza indimenticabile.

by Kamil Vojnar

Da parecchi giorni Isabella era inquieta: mangiava poco, aveva qualche linea di febbre, e si lamentava di un prurito alla schiena. I suoi dovevano mandare avanti la bottega e non avevano molto tempo da dedicare a lei: – Si starà sviluppando, – disse la madre; la tenne a dieta e le fece frizioni con una pomata, ma il prurito aumentò. La bambina non riuscì più a dormire; applicandole la pomata, la madre si accorse che la pelle era ruvida: si stava coprendo di peli, fitti, rigidi, corti e biancastri. Allora si spaventò, si consultò col padre, mandarono a chiamare il medico. Il medico la visitò. Era giovane e simpatico, e Isabella notò con stupore che all’inizio della visita appariva preoccupato e perplesso, poi sempre più attento e interessato, e alla fine sembrava contento come se avesse vinto un premio alla lotteria. Annunciò che non era niente di grave, ma che doveva rivedere certi suoi libri e che sarebbe tornato l’indomani. L’indomani tornò, aveva una lente, e fece vedere al padre e alla madre che quei peli erano ramificati e piatti: non erano peli, anzi, ma penne che stavano crescendo. Era ancora più allegro del giorno avanti.

– In gamba, Isabella, – disse, – non c’è niente da spaventarsi, tra quattro mesi volerai – . Poi, rivolto ai genitori, aggiunse una spiegazione abbastanza confusa: possibile che loro non sapessero nulla? Non leggevano i giornali? Non vedevano la televisione? – È un caso di Grande Mutazione, il primo in Italia, e proprio qui da noi, in questa valle dimenticata! – Le ali si sarebbero formate a poco a poco, senza danni per l’organismo, e poi altri casi ci sarebbero stati nel vicinato, forse tra i compagni di scuola della bambina, perché la faccenda era contagiosa.

– Ma se è contagiosa è una malattia! – disse il padre.

– È contagiosa, pare che sia un virus, ma non è una malattia: Perché tutte le infezioni virali devono essere nocive? Volare è una bellissima cosa, piacerebbe anche a me: se non altro, per visitare i clienti delle frazioni. È il primo caso in Italia, ve l’ho detto, e dovrò fare rapporto al medico provinciale, ma il fenomeno è già stato descritto, diversi focolai sono stati osservati in Canada, in Svezia e in Giappone. Ma pensate che fortuna, per voi e per me!

Che proprio fosse una fortuna, Isabella non era tanto convinta. Le penne crescevano rapidamente, le davano noia quando era a letto e si vedevano attraverso la camicetta. Verso marzo la nuova ossatura era già ben visibile, e alla fine di maggio il distacco delle ali dal dorso era quasi completo. Vennero fotografi, giornalisti, commissioni mediche italiane e forestiere: Isabella si divertiva e si sentiva importante, ma rispondeva alle domande con serietà e dignità, e del resto le domande erano stupide e sempre le stesse. Non osava parlare con i genitori per non spaventarli, ma era in allarme: va bene, avrebbe avuto le ali, ma chi le avrebbe insegnato a volare? Alla scuola guida del capoluogo? O all’aeroporto di Poggio Merli? A lei sarebbe piaciuto imparare dal dottorino della mutua: o che magari le ali fossero spuntate anche a lui, non aveva detto che erano contagiose? Così dai clienti delle frazioni ci sarebbero andati insieme; e forse avrebbero anche superato le montagne insieme sul mare, fianco a fianco, battendo le ali con la stessa cadenza. A giugno, alla fine dell’anno scolastico, le ali di Isabella erano ben formate e molto belle da vedere. Erano intonate con il colore dei capelli (Isabella era bionda): in alto, verso le spalle, macchiettate di bruno dorato, ma le remiganti erano candide, lucide, robuste. Venne una commissione del CNR, venne un sussidio considerevole dell’UNICEF, e venne anche dalla Svezia una fisioterapista; si era sistemata nell’unica locanda del paese, capiva male l’italiano, niente le andava bene, e faceva fare a Isabella una serie di esercizi noiosissimi. Noiosi e inutili: Isabella sentiva i muscoli fremere e tendersi, seguiva il volo sicuro delle rondini nel cielo estivo, non aveva più dubbi e provava la sensazione precisa che a volare avrebbe imparato da sé, anzi, di saper già volare: di notte ormai non sognava altro. La svedese era severa, le aveva fatto capire che doveva ancora attendere, che non doveva esporsi a pericoli, ma Isabella aspettava solo che le si presentasse l’occasione. Quando riusciva a isolarsi, nei prati in pendio, o qualche volta persino nel chiuso della sua camera, aveva provato a battere le ali; ne sentiva il fruscio aspro nell’aria, e nelle spalle minute di adolescente una forza che quasi la spaventava. La gravezza del suo corpo le era venuta in odio; sventolando le ali la sentiva ridursi, quasi annullarsi: quasi. Il richiamo della terra era ancora troppo forte, una cavezza, una catena. L’occasione venne verso Ferragosto. La svedese era tornata in ferie al suo paese, e i genitori di Isabella erano in bottega, indaffarati con i villeggianti. Isabella prese la mulattiera per Costalunga, superò il crinale e si trovò sui prati ripidi dell’altro versante: non c’era nessuno. Si fece il segno della croce, come quando ci si butta in acqua, aprì le ali e prese la corsa verso il basso. A ogni passo, l’urto contro il suolo si faceva più lieve, finché la terra le mancò; sentì una gran pace, e l’aria fischiarle alle orecchie. Distese le gambe all’indietro: rimpianse di non aver messo i jeans, la gonna sbandierava nel vento e le dava impaccio. Anche le gambe e le mani la impacciavano, provò a incrociarle sul petto, poi le tenne distese lungo i fianchi. Chi aveva detto che volare era difficile? Non c’era nulla di più facile al mondo, aveva voglia di ridere e cantare. Se aumentava l’inclinazione delle ali, il volo rallentava e puntava verso l’alto, ma solo per poco, poi la velocità si riduceva troppo e Isabella si sentiva in pericolo. Provò a sbattere le ali, e si sentì sostentata, a ogni colpo guadagnava quota, agevolmente, senza sforzo. Anche mutar direzione era facile come un gioco, si imparava subito, bastava torcere leggermente l’ala destra e subito voltavi a destra: non c’era neppure bisogno di pensarci, ci pensavano le ali stesse, come pensano i piedi a farti deviare a destra o a sinistra quando cammini. A un tratto provò una sensazione di gonfiore, di tensione al basso ventre; si sentì umida, toccò, e ritrasse la mano sporca di sangue. Ma sapeva di che cosa si trattava, sapeva che un giorno o l’altro sarebbe successo, e non si spaventò. Rimase in aria per un’ora buona, e imparò che dai roccioni del Gavio saliva una corrente d’aria calda che le faceva acquistare quota gratis. Seguì la provinciale e si portò a madre e suo padre con tre o quattro clienti. In breve le vie brulicarono di gente. Le sarebbe piaciuto atterrare sulla piazza, ma appunto, la gente era troppa, e aveva paura di prendere terra malamente e di farsi ridere dietro. Si lasciò trasportare dal vento al di là del torrente, sui prati dietro il mulino. Scese, scese ancora finché poté distinguere i fiori rosa del trifoglio. Anche per atterrare, sembrava che le ali la sapessero più lunga di lei: le sembrò naturale disporle verticalmente, e mulinarle con violenza come per volare all’indietro; abbassò le gambe e si trovò in piedi sull’erba, appena un poco trafelata. Ripiegò le ali e si avviò verso casa. In autunno spuntarono le ali a quattro compagni di scuola di Isabella, tre ragazzi e una bambina; alla domenica mattina era divertente vederli rincorrersi a mezz’aria intorno al campanile. A dicembre ebbe le ali il figlio del portalettere, e subentrò immediatamente al padre con vantaggio di tutti. Il dottore mise le ali l’anno dopo, ma non si curò di Isabella e sposò in gran fretta una signorina senz’ali che veniva dalla città. Al padre di Isabella le ali spuntarono quando aveva già passato i cinquant’anni. Non ne trasse molto profitto: prese qualche lezione dalla figlia, con paura e vertigine, e si lussò una caviglia atterrando. Le ali non lo lasciavano dormire, riempivano il letto di penne e di piume, e gli riusciva fastidioso infilarsi la camicia, la giacca e il soprabito. Gli davano ingombro anche quando stava dietro il bancone della bottega, così se le fece amputare.

Primo Levi, Opere, Einaudi

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Nella vicenda l’imparare a volare assume un significato simbolico. Il volo infatti è simbolo di libertà, di scoperta, di fantasia, di avventura, di crescita personale. Non a caso si dice “volare con la fantasia”, “spiccare il volo”, “mettere le ali”. Isabella, grazie alle ali, scopre che le basta l’istinto per imparare a volare, non le occorrono le raccomandazioni degli adulti. Il narratore, nel corso della storia, assume il punto di vista della protagonista; in molti passaggi del testo la focalizzazione è sul personaggio. Per esprimere con efficacia questo punto di vista, l’autore adotta la tecnica del “discorso indiretto libero” adottando la focalizzazione zero. La storia è fantastica ma viene narrata come se fosse una cronaca, rara ma verosimile. Primo Levi inizia a coltivare il genere fantascientifico nello stesso periodo in cui sta scrivendo Se questo è un uomo (ultimato nel gennaio 1947), come dimostra la pubblicazione di un primo racconto fantascientifico, I mnemagoghi, apparso su «L’Italia Socialista» alla fine del 1948. Successivamente continua a dedicarsi alla scrittura di testi fantascientifici e li pubblica su quotidiani e riviste. Questi racconti confluiscono nella prima raccolta di fantascienza, Storie Naturali, che esce sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila nel 1966, per i tipi di Einaudi. Si tratta di una fantascienza  ricca di ironia e di invenzioni che rispecchiano gli interessi scientifici dell’autore e aperta alla riflessione sui comportamenti umani. In un’intervista apparsa su «L’Unità» nel gennaio 1966, in occasione della messa in scena a Torino di tre atti unici di argomento fantascientifico contenuti in Storie naturali, Primo Levi parla della fantascienza come di uno sconfinamento dalla realtà al possibile. Il genere gli risulta particolarmente congeniale perché riempie di senso la scissione che egli  avverte tra la sua condizione di chimico impiegato in fabbrica e scrittore nel tempo libero. I racconti possiedono una pluralità di livelli di lettura e una profondità di pensiero dirompente nonostante sia celata dietro lo schermo delle invenzioni fantastiche. Per queste loro caratteristiche le due raccolte di racconti che Calvino definì “fantabiologici”,  Storie naturali e  Vizio di forma presentano diversi spunti di riflessione e approfondimento.

Deborah Mega

 

Epistole d’Autore 4

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In un mondo digitale come il nostro ricevere una lettera cartacea è ormai una forma d’espressione d’altri tempi, un evento più unico che raro. La telematica e la capillarità della rete telefonica che consentono la trasmissione a distanza delle informazioni in tempo reale hanno reso immediata e veloce la comunicazione interpersonale. Sono lontani i tempi in cui, quando si scriveva una lettera, occorreva avere la pazienza di aspettare che arrivasse a destinazione e che giungesse la risposta. Eppure quell’attesa amplificava le emozioni, lasciava presagire la risposta, fortificava e rinvigoriva i sentimenti. Amore, affetto, amicizia, gioia, dolore, risentimento, dispiacere, follia sono i sentimenti veicolati dalle lettere, capaci di scuotere l’animo di chi scrive e di chi legge. La lettura di Epistole d’autore fornisce un ritratto insolito e inedito, per frammenti e dettagli, di uomini e donne celebri, svela segreti, rende più umani e veri i grandi del passato.

Frida Kahlo a Diego Rivera

 

Frida Kahlo, la nota pittrice messicana, è conosciuta per le sue opere d’arte e per la sua stravagante personalità. Non tutti però sono a conoscenza del suo immenso amore per l’artista messicano Diego Rivera, con il quale trascorse quasi tutta la vita. Si trattò di una relazione difficile e tormentata, che si può ricostruire grazie alle lettere d’amore raccolte ne Il diario di Frida Kahlo. Un autoritratto intimo. Il loro rapporto intenso e tormentato è uno dei più celebri della storia dell’arte e di tutto il Novecento.  L’artista messicana conobbe Diego Rivera nel 1927, egli divenne dapprima il suo mentore e, successivamente, l’amore di tutta una vita. Malgrado l’opposizione di sua madre a questa relazione, Frida sposò ugualmente Diego Rivera due anni dopo, nel 1929.
Durante tutta la loro storia d’amore, la pittrice non smise mai di scrivergli delle lettere d’amore che fortunatamente ancora oggi sono conservate. Nonostante i due fossero sposati, la loro relazione provocò sempre molta sofferenza a Frida, anche per i continui tradimenti da parte di lui, a cui si aggiunse la sofferenza fisica della pittrice dopo il grave incidente che l’aveva colpita. Il temperamento sensibile e passionale della Kahlo emerge chiaramente in questa lettera a Rivera, mai spedita, del settembre del ’39.

“La mia notte… che non vorrei più… La mia notte è come un grande cuore che pulsa. Sono le tre e trenta del mattino. La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mia mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore. 

Sono le quattro e trenta del mattino. La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta.  La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione.  Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua.  La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga.  Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi.  Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore. Fra poco si leverà il sole”.

Città del Messico, 12 settembre 1939

 

uNa PoESia A cAsO: Emily Dickinson

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Non sempre i grandi poeti hanno scritto capolavori. Una poesia a caso non intende dimostrare l’assunto, propone solo una poesia scelta a caso, aprendo una pagina a caso, delle raccolte complete di grandi poeti. Una sorta di random poetico alla scoperta di poesie note e meno note dei grandi. Una proposta sine limine, in linea con lo spirito di questo blog.

Oggi è la volta di Emily Dickinson

La chimica certezza
che nulla va perduto
sprona nella sventura
il mio credo in frantumi

Se vedrò il volto degli atomi
tanto più le finite creature
che mi sono state sottratte.

PUNTI DI VISTA 15: Guernica

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In un testo narrativo e in una descrizione il punto di vista è il punto di osservazione, la posizione di colui che narra o descrive. Tale descrizione può essere monoprospettica quando esiste un’unica angolazione e pluriprospettica nel caso di descrizioni viste da più angolazioni. Quello di cui vorrei occuparmi in questa nuova rubrica, recuperando alcune reminiscenze scolastiche, è l’analisi e il commento di opere d’arte famose e meno famose che apprezzo particolarmente. Oggi analizziamo Guernica di Pablo Picasso.

Il dipinto, di dimensioni 349 x 776 cm, si trova al  Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Grazie all’immediatezza del suo messaggio e all’efficacia del suo simbolismo, questo capolavoro del cubismo denuncia la guerra e l’orrore dei conflitti. Nel 1937 Picasso era già un artista affermato e famoso e ricevette dalla Repubblica Spagnola l’incarico di realizzare un’imponente opera murale che decorasse il padiglione della Spagna durante l’EXPO del 1937. In quel momento l’artista da tre anni viveva a Parigi, a Rue des Grands Augustins. Pablo accettò l’incarico ma i lavori per questa imponente pittura cominciarono molto a rilento perché il pittore non si sentiva ispirato. Il 26 aprile 1937 la piccola città spagnola di Guernica nella provincia di Biscaglia, venne bombardata senza pietà dalla Legione Condor, corpo volontario composto da elementi dell’armata aerea tedesca Luftwaffe e dall’Aviazione Legionaria fascista italiana. Il poeta Juan Larrea, amico di Pablo, lo andò a trovare per parlargli di questo evento: l’opera che stava realizzando per l’EXPO doveva assolutamente riguardare questo terribile atto di violenza. Guernica rappresentava un centro molto attivo della resistenza che stava combattendo per la proclamazione della Repubblica in Spagna. Al fianco dei repubblicani c’erano socialisti, comunisti, anarchici; dall’altra parte c’era Francisco Franco, il generale delle truppe nazionaliste. Al suo fianco intervennero i nazisti, i quali, il 26 aprile 1937, effettuarono un bombardamento a tappeto sulla città di Guernica. Quel giorno gli abitanti erano raccolti al centro del paese per il mercato. Le vittime furono tantissime. Al momento dell’attacco gran parte degli uomini di Guernica erano al fronte a combattere contro le truppe di Franco. In paese erano rimasti prevalentemente donne e bambini. Tutti furono massacrati. Da quando ebbe l’idea definitiva, Picasso impiegò poco più di un mese per completare il lavoro che venne esposto al padiglione spagnolo e finanziato dai repubblicani spagnoli impegnati nella guerra civile. La tela  dunque era il simbolo perfetto per dimostrare l’avversione al tema principale dell’Esposizione, la tecnologia bellica che aveva permesso la distruzione della città di Guernica. All’epoca il pubblico ebbe reazioni contrastanti. Nell’estate dello stesso anno il lavoro di Pablo Picasso venne ospitato a Londra poi in altre città inglesi e francesi. Guernica ebbe un successo straordinario e fu inviato negli USA per raccogliere dei fondi da destinare a tutte le vittime innocenti della guerra civile in Spagna. Il quadro di Guernica venne conservato al MoMA per un lasso di tempo su diretta richiesta di Pablo che voleva che la tela rimanesse al sicuro negli Stati Uniti e che non facesse ritorno in Spagna fino a che la democrazia non fosse stata nuovamente resa ufficiale. I continui spostamenti stavano danneggiando il quadro così si decise di lasciarlo in una sala del MoMA fino al 1981. Nel 1968 Francisco Franco manifestò pubblicamente il desiderio che l’opera tornasse in Spagna ma Picasso disse che avrebbe accettato il trasferimento soltanto se fosse stata ufficializzata la repubblica e le istituzioni democratiche. Nel 1973 Picasso morì e due anni dopo anche Francisco Franco. La Spagna divenne una monarchia costituzionale democratica. Guernica per la sua prima apparizione in pubblico fu collocata al Casón del Buen Retiro di Madrid poi al Museo del Prado per qualche anno, successivamente al Museo Reina Sofia di Madrid insieme a 20 bozze preparatorie dell’opera. Nel dipinto non c’è alcun esplicito riferimento al bombardamento effettuato sulla città spagnola, non ci sono aerei e bombe che distruggono tutto. Per esprimere al meglio il tema della guerra Pablo ha usato soltanto il bianco, il nero ed una scala di grigi così da rappresentare l’assenza di vita e la drammaticità. Come alcuni capolavori del passato, anche questa tela ha una struttura a tre parti. A sinistra c’è il toro e la donna che sorregge il figlio, al centro c’è il cavallo morente e la donna con la lampada, a destra la casa in fiamme e la donna che urla. Oltre ad essere divisibile in tre parti, i protagonisti sono organizzati in gruppi triangolari. ll primissimo dettaglio che salta all’occhio è sicuramente il toro con il corpo scuro e la testa bianca, simbolo della “brutalità e dell’oscurità”. Anche nella Minotauromachia, il toro viene assunto come protagonista dell’opera. Sotto il toro è ritratta una donna con in braccio un bambino morto, la donna sta stringendo il piccolo mentre rivolge il suo sguardo al cielo e lancia delle urla di rabbia e impotenza. I suoi occhi sono molto strani ed hanno la forma di lacrime. Il bambino non ha più le pupille proprio perché non è più in vita. Tra il toro ed il cavallo, all’altezza delle loro teste, si trova una colomba. Picasso non l’ha fatta di colore bianco ma l’ha resa con lo stesso tono dello sfondo. Le manca un’ala ed ha la testa rivolta verso l’alto con il becco aperto. Il significato di questo animale è molto semplice, di solito simboleggia la pace. Ma a questa manca un’ala proprio perché la pace è stata infranta. Nella parte bassa della tela c’è un combattente morto di cui vediamo solo testa e braccia. La sua mano sinistra non stringe nulla ma la destra reca una spada spezzata ed un fiore. La spada è il simbolo della guerra ed il fiore che sta sbocciando allude alla speranza che nasce alla fine del conflitto. Un altro elemento degno di nota è la lampadina al centro del quadro che allude al progresso della tecnologia e alla speranza e che assomiglia anche ad una pupilla all’interno di un grande occhio. Sembrerebbe anche che la lampada si trovi dentro a un sole. Al centro della composizione c’è un cavallo dalla forma strana: il suo corpo si trova a destra ma la sua testa è rivolta a sinistra ed è stato trafitto anche da una lancia. Il dolore è talmente forte che il cavallo ha la bocca spalancata e manifesta una lingua a punta (molto simile a quella della donna che piange la morte del proprio bambino). La testa ed il collo sono grigi, il petto ed una delle zampe sono di colore bianco, il resto del corpo invece è coperto da brevi pennellate. Alla destra del cavallo c’è un’altra donna che si sta inginocchiando alla ricerca di un riparo per curare le sue ferite. Sopra di lei c’è un’altra donna che sta cercando di illuminare la scena servendosi di una lampada ad olio. Alcuni studiosi pensano che lei possa simboleggiare la Repubblica Spagnola. Un altro dettaglio non meno importante è la casa in fiamme sulla destra e che rappresenta l’architettura che viene distrutta. Con il suo gesto pare quasi che stia implorando che il bombardamento si fermi da un momento all’altro. E per questo dettaglio, Picasso si è ispirato ad un altro capolavoro,  il 3 maggio 1808 di Francisco Goya. L’uomo al centro che sta per essere fucilato è nella stessa posizione della donna che cerca di scampare al bombardamento. Allude al fatto che l’umanità è stanca della guerra, alcuni pensano che questo personaggio che scappa con le mani verso il cielo potrebbe rappresentare la moglie dell’artista. Un altro dettaglio è molto importante: la freccia obliqua che si vede alla sinistra del cavallo, la cui traiettoria se la prolungassimo, giunge fino al bambino morto tra le braccia della madre. Esiste una versione di quest’opera nella sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU proprio perché da sempre l’ONU è impegnata nella ricerca e nel mantenimento della pace.

Deborah Mega

 

Canto presente 40: Massimo Botturi

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

MASSIMO BOTTURI

A MIA MADRE

 Quasi cadesse ancora quel filo d’erba nuova
dalla tua mano e hai appena due anni
ora che in fila, aggiusti il borsellino
per quando sarà il conto.
Le poche tue cibarie, un flit per i mosconi
galanterie portate da casa in questo uffizio
dove le giovinette sistemano scaffali
e taciturne vanno alla pesa.
Sempre attenta, io t’ho veduta in queste faccende
un soffio d’aria, versata d’innocenza sui vortici del mondo
tra le rotonde e i clacson sguaiati
luminarie, file di denti come promessa.
Ora sei china
non più al figliolo nudo dai gomiti incrostati
ma alla severità delle vene, delle ossa
di ciò che ti sorregge a fatica
senza un pianto.

QUANDO POI SMETTE DI PIOVERE

Quando poi smette di piovere, fa strano
e sembra che più niente ci sia a volare intorno.
Ti sembra d’esser mai esistito, e che le foglie
si chiamino a custodi del mondo
con le leggi
le regole non scritte che spingono le verdi
e annullano le gialle alla fine dei respiri.
È come avere te, un foglio bianco, sesso aperto
per contraddire Darwin in sette giorni solo;
è come avere letteratura, mani e bocca
volume in edizione extra lusso.
Gli occhi, ancora
come dei secchi d’acqua con dentro le tue lune
le tue mammelle poco educate
il tuo ombelico, sporgente come un pesce
alle briciole del pane.

L’UOMO ACCANTO

Quando dormo profondo allungo il corpo
come l’acqua dentro il vino
come i sogni, che odorano di more e tempesta.
Torno al Vico
a quel trasloco di San Martino, alla maestra
che m’educò all’amore per libero pensiero.
Ritorno al lume, chiuse le imposte
e al libro nuovo. Sulla credenza via dallo sporco
perché oro, sarebbe stato i giorni a venire.
Dormo e sboccio
maturo come il fiore di pero e di genziana
tra i tiri dello schioppo nel bosco e altri lamenti.
E quando dormo profondo
in altri mondi, poi getto le mie viole a ricordo;
ho calze corte, un piccolo maglione sfibrato
ma sorrido. Sì forte che del sangue poi m’esce
e mostra il segno
sul labbro un bacio pronto a venire
l’uomo accanto.

ROSSA

Là, una rosa
ha già varcato il limite imposto di un cancello;
la debole ed inutile leggina che la vuole
di proprietà a un’anziana signora.
Ma n’è nulla
ciò che la vanità scrive in calce, lei si fionda
accetta il rischio d’essere scissa;
che so io, da uno innamorato prima che torni a casa
da una ragazza mentre l’annusa
e trova pari, al seno suo lavato di fresco.
Eccola china
del peso di rugiada scolpita, come vena
varice della terra ghiaiosa
Dio inventore.

INTERMITTENZE

Questa mia stanza ha un occhio a est, piccino.
Davanti un sortilegio di foglie, a inverno coppi.
La luna ci sghignazza minuti, forse un’ora
poi gira il culo e va verso il Michigan, Milano
o una città che adesso mi scordo.
Sembra niente, ma a me vien su il magone
perché è una bella donna che sfugge, come gli anni
Allora viene in mente quando prendevo il treno
e tra una riga e l’altra di un libro salutavo
le amiche pendolari di stessa mia premura.
Nemmeno un caffè insieme;
garretti, borse, corse
e metropolitane d’ogni colore, e tram.
Mi viene anche in mente la mia morosa mora
le uscite di nascosto dal padre che dormiva
le scuse alla sorella portata per candela.
E allora penso, porca miseria, è proprio vero
son attimi che passano svelti quelli belli
ma restano che sembrano secoli, ciao amore!