POESIA SABBATICA: Se saprai starmi vicino

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Se saprai starmi vicino,
 
e potremo essere diversi,
 
se il sole illuminerà entrambi
 
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
 
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
 
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
 
 
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
 
e non il ricordo di come eravamo,
 
se sapremo darci l’un l’altro
 
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
 
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
 
 
Allora sarà amore
 
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.
 
 
(Pablo Neruda)

Canto presente 21: Veronica Pinto

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Veronica Pinto

#2

Che torni l’ape nel dramma del bosco
a indicarmi la via
e la rondine a ricordarmi del nido disfatto.
Venga ancora
La tigre sull’iceberg a incoraggiarmi, a nuotare
Un temporale a sentenziare la fine.
Ritorni il tuono a dirmi la verità che gli umani
non sapevano come.

Che possa ridiventare l’elettrone che ero
quel giorno notte d’anni fa, in orbita
sempre attratto dalla fusione.
Che si nasconda ancora la prateria nella manica
E nel colletto molti nuovi ami
Sulla mia bocca un morso di sole.

Strana quiete

Ah. Non sono più triste
non mi abbatte come prima la malinconia.
L’albero storto mi fa voglia
di vestirlo, e questo vento
che rinfreschi geli
non mi disturba neanche un po’.
Che accarezzi schiaffeggi pare
faccia quello che deve.
Eppure tempo fa affogavo anch’io
alla sola vista delle nuvole basse
tra le montagne, e un certo paesaggio
come a Brecht il fratello
le lacrime – sempre- mi faceva spuntare.
Dov’è finito quel tormento?
Che ne è di quei sospiri?
Erano i miei occhi o proprio le cose
che in quel momento, chiunque,
avrebbero pietrificato?
Vieni da me giovane prato
-chi ti ha lasciato, senz’acqua,
così a lungo sotto il sole?
mare agitato picchiato dalle onde
nebbiolina sopraffatta da luce tetra.
Venite qui tristi cose
basta con le lagne.
Vi stringerò tutte, vi terrò strette
dolcissime e acquietate.

Perché solo la lingua di te si fa ricordare
Qui davanti sul libro in posa
e le mani anche le mani ma una alla volta sfocate
poi il culo quel moto carnoso sotto la pressione
delle dita e gli angoli delle labbra in alto.

Flashback

Perché solo un sopracciglio arriva
un pelo sopra la bocca tenace e quel bagno dolce
nella tua fica la mia saliva, quel sapore.
Perché quel posto dove il fiume e il mare si incontrano.
Associazione, associazione.

E perché un primo piano delle tue cosce contratte
A quest’ora, dopo mangiato
prima di un orgasmo
quand’anche i piedi mi gridavano
e si contorcevano quando nei miei occhi chiusi
potevi passare la mano, sentire come correvano
a destra sinistra come bestie in prigione, da fuori
ma dentro, come impazzivano in ogni luogo.

Perché solo le spalle coperte da un telo
solo un seno visto da lontano
Mentre fischio e mi lavo
minuscola àncora di notti, di drammi
e una caviglia perché.

Quella caviglia, di quella precisa sera
in cui persi la testa e pregai i meteoriti
di avere cura di noi
Dopo/tutto, perché.

Sirene

Può anche succedere che cinque sirene
suonino contemporaneamente. Raro ma succede.
Di solito invece segue un ordine, così:
La prima annuncia che tutto finirà a breve
La seconda segnala che si può uscire
La quarta consiglia di aspettare.
La terza da tempo non si distingue dalle altre
(dev’esserci un problema agli altoparlanti).
Quando la quinta sirena della giornata
comincia a suonare, la gente confusa
non sa se è l’ora giusta di morire
o il momento in cui ci si deve sbrigare.
E tutto funziona in modo così allarmistico
che anche la vita salva appare di striscio, un rischio. Non perché si debba correre ma perché anche per quella c’è un segnale.

Prisma lirico 7: Francesco Tontoli, opere di Thure Sundell e Maurice de Vlaminck

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Francesco Tontoli. La rijfrazione “prismatica” delle parole in immagine e colori è affidata a due opere pittoriche, rispettivamente “Moonlight” di Thure Sundell (1864-1924)  e “L’onda” di Maurice de Vlaminck (1876-1958). In calce una breve biografia/link dell’autore del testo.

Thure Sundell (1864-1924)

“Moonlight”, Thure Sundell

Credetemi
non esiste l’idea del silenzio
senza un giardino silenzioso
non esiste fruscio di vento
ronzare d’ape, abbaiare di cane
planare d’uccello su specchio d’acqua
tuonare di temporale in lontananza
non esiste moto d’onda e gorgoglio
rumore di pioggia che fa affondare
le gocce nel mare aggiungendo
al bicchiere già colmo
altra sostanza vitale
altro silenzio al silenzio taciuto.

l'onda

“L’onda”, Maurice de Vlaminck

testo di Francesco Tontoli

opere:

“Moonlight” di Thure Sundell

“L’onda” di Maurice de Vlaminck

Incipit 12: Lo straniero

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Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.[…]

Albert Camus, Lo straniero, Gallimard, 1942

Lo straniero (L’Étranger) è un romanzo  dello scrittore e filosofo francese Albert Camus, pubblicato nel 1942 da Gallimard. La vicenda inizia con la lettura di un telegramma da parte del protagonista Meursault, con cui viene informato della scomparsa della madre, ospite di un ospizio fuori città. Meursault è di origine francese ma vive ad Algeri, è un modesto impiegato, chiede un congedo di quarantotto ore al suo titolare e, dopo averlo ottenuto, va a pranzare in un ristorante. Alle due del pomeriggio prende l’autobus e per la stanchezza e il gran caldo dorme per tutto il tragitto. Incontra il direttore dell’ospizio e poi si reca in una stanza dove si trova il corpo della madre ma rifiuta di vederlo. Continua a leggere

Poesia sabbatica: Incarico

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi, faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortazar, da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451

trad. Gianni Toti

Sette contro Tebe di Sofocle

Sette contro Tebe di Sofocle è l’altra tragedia, oltre a Le Fenicie di Euripide (della quale ho già detto qui) ad essere stata messa in scena quest’anno al teatro greco di Siracusa nell’ambito del 53° ciclo di rappresentazioni classiche.

Con la regia di Marco Baliani hanno calcato il palcoscenico del teatro aretuseo:

Eteocle | Marco Foschi
Antigone | Anna Della Rosa
Aedo | Gianni Salvo
Araldo | Aldo Ottobrino
Messaggero | Aldo Ottobrino
Danzatori | Massimiliano Frascà, Liber Dorizzi

Coro di giovani Tebane | Accademia d’Arte del Dramma Antico – sezione Scuola di Teatro “Giusto Monaco”

Questa tragedia si caratterizza per l’esiguità dei personaggi di spicco. Sostanzialmente solo due: Eteocle e Antigone. Due dei figli di Edipo e Giocasta, gli altri figli di questa coppia sventurata sono Polinice e Ismene che non compaiono in questa tragedia, la seconda in verità è una figura tramandata come silenziosa e docile, Polinice c’è, ma non si vede, o meglio lo si vede solo dopo morto, corpo inerte sul quale Antigone piange.

L’antefatto è analogo a quello delle Fenicie, Eteocle e Polinice, figli di Edipo, all’atto che Edipo lascia il trono di Tebe, si sono accordati per alternarsi un anno ciascuno al governo della città, ma Eteocle, scaduto il suo anno di regno, non vuole lasciare al fratello lo scettro e marcia da Argo verso Tebe con un grande esercito per reclamare il suo diritto. Pende sul capo dei fratelli la maledizione del padre che entrambi si sarebbero uccisi reciprocamente col ferro delle armi.

I due protagonisti Eteocle e Antigone si alternano sulla scena ricoperta completamente da granelli color rame, al centro della scena troneggia un frondoso ulivo secolare sostenuto da poderose radici. Scenografia essenziale ma efficace. Il coro rappresenta il popolo di Tebe.

Dopo l’introduzione dell’aedo (interpretato da Gianni Salvo, (anima del Piccolo Teatro di Catania), Antigone in scena porge offerte, prega gli dei con le donne/ancelle del popolo tebano prostrata sotto l’ulivo secolare. Eteocle interviene recitando nella sua prima apparizione a sorpresa dall’alto della casa dei mugnai, una casetta antica e piccola, a base pressappoco quadrata che si slancia in un piano sopraelevato. Essa domina dall’alto l’intero teatro. Eteocle, come un condottiero al suo esercito, infonde coraggio al suo popolo e proclama gli intenti bellicosi contro chi osa attaccare la città.

In un secondo momento Eteocle si presenta sulla scena e rimprovera alla sorella di assumere un comportamento pavido di fronte al popolo di Tebe con la sua paura e le sue preghiere non rappresenta un modello di coraggio e li rende deboli, tanto più che gli dei hanno abbandonato gli uomini e a nulla serve pregare, frase sacrilega tipicamente imboccata nelle tragedie a coloro che vanno incontro a sorte infausta. Alla notizia che marciano verso le sette porte di Tebe altrettanti guerrieri temibili dell’esercito di Polinice, Eteocle a sua volta nomina sette eroi tebani che alle porte di Tebe fronteggeranno i nemici.

Assegnazione delle porte
Porte Guerriero di Eteocle Guerriero di Polinice
Porta di Preto Melanippo Tideo
Porta Elettra Polifonte Capaneo
Porta Nuova Megareo Eteoclo
Porta Atena Onca Iperbio Ippomedonte
Porta Nord Attore Partenopeo
Porta Omoloide Lastene Anfiarao
Settima Porta Eteocle Polinice

Le investiture sono inscenate in modo spettacolare, con l’espediente di un graticcio in bambù che magicamente sorge dalla sabbia per diventare una sorta spalliera svedese, sorretta in verticale e in orizzontale dal coro del popolo/soldati tebani, sulla quale gli eroi si esibiscono aggrappati, man mano che vengono nominati, compiendo acrobazie/danze dimostrative del loro valore e prestanza. A semicerchio di fronte agli spettatori al limite dell’orchestra sette massi e sette vessilli, rappresentano le sette porte della città, la maschera che ogni eroe porta esibendosi, viene tolta da Eteocle dal capo e posta su ogni masso, una simbolica attribuzione del ruolo di difensori della città presso ciascuna delle porte.

Tutta la rappresentazione si caratterizza per spettacolarità, sin dalla scelta di far recitare Eteocle dalla Casa dei Mugnai che sorprende lo spettatore, poi per il grande risalto dato al coro sempre in movimento ad occupare lo spazio a imprimere dinamicità alla rappresentazione. La rilevanza del coro in verità è tipica delle tragedie arcaiche delle quali questa di Sofocle ha gli elementi caratterizzanti , così come l’esiguità dei personaggi. Probabilmente nella stesura originale di Sofocle i personaggi previsti erano solo il coro, il messaggero ed Eteocle mentre l’introduzione degli altri è frutto di interpolazione. Tuttavia di queste aggiunte la tragedia se ne giova risultando più ricca e varia nell’alternanza scenica. In questa versione rappresentata a Siracusa non è presente Ismene, sorella di Antigone, che in altre versioni è tra i personaggi.

I suoni sono utilizzati sapientemente e resi ottimamente dall’impianto sonoro, a sottolineare i momenti salienti, accompagnare le danze. I tamburi soprattutto spiccano per efficacia battendo in modo suggestivo ritmi di tragedia e di guerra. A proposito del suono spendo qui due parole sul fatto che ormai è invalso l’uso di utilizzare microfoni per gli attori della tragedia, che, tradizionalmente, dovrebbero recitare senza ausili tecnologici. Ciò perché il teatro dovrebbe godere di una particolare acustica potenziata dalle casse naturali  di risonanza poste a destra e a sinistra della scena, costituite da incavi scavati nella roccia. La verità è che i rimaneggiamenti del teatro e/o l’usura del tempo non rendono questa acustica eccellente come probabilmente era in origine, d’altra parte la tecnologia ormai è tale che i microfoni praticamente non si vedono, quindi sembra che gli attori recitino senza. Io però vengo da un tempo in gioventù nel quale ho visto e sentito recitare senza microfono al teatro greco di Siracusa e posso testimoniare la chiara percezione dello sforzo vocale richiesto all’attore. Davvero non tutti possono.

Il culmine della rappresentazione Sette contro Tebe è lo scompiglio della battaglia, tra fumi, assalti e fughe, mimando l’affanno e violenza della battaglia i soldati si misurano armi in pugno, accompagnati dal rumore degli scontri, in sottofondo di musiche coinvolgenti con punte di acuti tamburi e grida. Al tramestio di questo momento segue la calma dell’avvenuta tragedia. Questo è l’apice drammatico, dove Antigone pone a tutta la vicenda il suo cameo di dolore. Antigone piange i fratelli morti e esprime pari tenerezza per l’uno e l’altro deposti inanimati ai suoi piedi.  Sopraggiunge la manifestazione del volere della città di rendere onori a Eteocle, eroe e difensore di Tebe e di lasciare insepolto Polinice, esposto fuori dalle mura all’insulto di cani randagi e uccelli predatori. Il volere della città è espresso attraverso la voce tecnologica e nasale di un megafono. Anche il megafono è un elemento spettacolare di questa tragedia, montato su un alto traliccio sorge magicamente dalla sabbia e proclama la volontà del governo tebano di non dare sepoltura a Polinice che da nemico ha aggredito la città. Antigone si ribella  a questa decisione e dichiara l’intento opposto di dare sepoltura al corpo del suo disgraziato fratello a rischio della sua stessa vita. Intento che porterà a compimento. Questa però è tutta un’altra tragedia.

Bravo Marco Foschi nei panni di Eteocle. Ancora di più mi ha convinto questa bella Antigone-Anna Della Rosa, forse perché da donna solidarizzo con una donna, portatrice di trepidazione e dolore, forse perché nel ruolo di Antigone non lancia minacce, non bestemmia contro gli dei, perché fieramente osa opporre la pietà e l’affetto fraterno alla maledizione della città contro Polinice, forse infine per il fascino della particolare voce di Anna Della Rosa, lirica e tremante che si presta singolarmente alla recitazione delle tragedie. Lei è ben consapevole d’essere la figura femminile centrale di tutta la tragedia e riveste questo ruolo con talentuosa consapevolezza, sia in abiti da “guerra” di pelle e piume indossati nella prima parte della rappresentazione, sia dopo, negli abiti più sobri del dolore, una mise in spolverino color tra cipria e mattone su veste nera. Questo outfit mi è sembrato l’unica concessione al moderno tra i costumi altrimenti validi scenograficamente, perché “animati” molto mobili, danzano sul corpo degli attori come fossero dotati di una propria vita, appaiono ispirati in parte agli uomini delle caverne e per altro verso al medioevo dei signori paludati riccamente. Mi sarei risparmiate le cavigliere a frange da african style.

E’ piaciuta questa tragedia, oltre che a me, anche agli spettatori. A fine rappresentazione, tradizionalmente, si applaude a lungo per ringraziare. Ne vale davvero la pena.

Solo un rammarico, che è un appunto, che è una lamentela, che è una voce che dà voce a tutti coloro (e sono moltissimi) che non hanno gradito affatto il divieto dell’uso di fotocamere e telecamere durante la rappresentazione. Questa riserva dell’immagine di un evento pubblico è spiacevole e controproducente per la fortuna e memoria dell’evento stesso. Migliore sarebbe stato un divieto di riprese fotografiche e video per uso professionale o comunque commerciale.

Per quanto appena detto, qui non vi sono foto della rappresentazione.

Forma alchemica 15: Costantino Kavafis

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis
[In Settacinque poesie, Einaudi, Torino 1992]

Κι αν δεν μπορείς να κάμεις την ζωή σου όπως την θέλεις,
τούτο προσπάθησε τουλάχιστον
όσο μπορείς: μην την εξευτελίζεις
μες στην πολλή συνάφεια του κόσμου,
μες στες πολλές κινήσεις κι ομιλίες.
Μην την εξευτελίζεις πηαίνοντάς την,
γυρίζοντας συχνά κ’ εκθέτοντάς την
στων σχέσεων και των συναναστροφών
την καθημερινήν ανοησία,
ώς που να γίνει σα μια ξένη φορτική.

Κωνσταντίνος Καβάφης
da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Propongo per questa Forma alchemica una poesia di Costantinos Kavafis, la versione originale e la traduzione in italiano, quest’ultima tratta dalla raccolta Einaudi “Settantacinque poesie” di N. Risi e M. Dalmàti
Non ha scritto molto Costantinos Kavafis, poco più di 150 poesie in tutto, la maggior parte delle quali dopo i quaranta anni, molte altre poesie sono rimaste incomplete. Scriveva su fogli sparsi, come appunti, senza sistematicità. Eppure, dopo la sua morte, raccolta e conosciuta la sua produzione, la sua fama cominciò a crescere, fino a farne uno dei più grandi poeti in lingua greca.
La spiegazione di questa grandezza sta nel suo modo di fare poesia, avulso dal gusto dell’epoca, non ascrivibile a nessuna corrente letteraria, dagli argomenti anticonvenzionali, insoliti, profondi e trattati con mano originale. Egli coniuga il classicismo letterario e l’attualità, la ricerca dell’interiorità e il desiderio sensuale. Molti componimenti si caratterizzano per i toni nostalgici, struggenti, come “Itaca”, splendida metafora del senso della vita, alla quale questo blog ha reso omaggio citandola nella pagina “About”
Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1863 e, sebbene per qualche tempo se ne sia allontanato al seguito della famiglia, volle tornare in questa città, dove si stabilì definitivamente nel 1885. Lì lavoro’ come giornalista, agente di borsa e poi per trent’anni interprete presso il Ministero dei Lavori pubblici. Da impiegato intimamente provava nei confronti dei colleghi un vago senso di superiorità e, sebbene fosse coscienzioso, si rendeva conto che il lavoro d’ufficio ostacolava la sua vena artistica, chiedendo tempo e applicazione, mortificando la sua ispirazione.
Kavafis amava Alessandria, per la sua natura multietnica, multilingue, la tolleranza morale, la vitalità dei commerci, la licenziosa vita notturna, per la ricchezza culturale frutto della congiunzione di molte culture: greca, ebrea, italiana, copta, armena. Visse ad Alessandria fino alla morte avvenuta nel 1933.
Egli tuttavia aveva molto a cuore la cultura e la lingua greca, e frequentò perciò sempre, sia ad Alessandria che nei viaggi lontano da essa, la comunità di lingua greca. Fu profondo conoscitore della storia, della civiltà ellenica, dell’impero romano e bizantino, che espresse nella sua scrittura.
Kavafis occultò la sua omosessualità che, scoperta da adolescente, esplicava con animo contraddittorio tra il godimento libero, derivante dal piacere dei sensi di ellenistica memoria e un senso oscuro di censura di estrazione cristiana, per la quale questo piacere sterile poteva trovare appagamento solo in ambienti degradati e situazioni infime.
Forse per questo egli visse per tutta la vita un senso di segregazione, che lo teneva nel suo appartamento, alla luce di una lampada, a scrivere versi cercando nella memoria il ricordo di un giovane corpo, un piacere mai dimenticato, che la pelle e sensi gli avevano regalato.
Probabilmente nasce in questo contesto di solitudine la  poesia oggi in commento.
Splendido esempio di compiutezza e limpidezza, trattazione moderna, argomento insolito, paradigmatica quindi della poetica dell’autore. L’avvio con la congiunzione “e” del primo verso sembra proseguire un discorso precedente. La poesia si snoda poi in un unico periodo retto dai primi tre versi e scandito dall’imperativo “non sciuparla”. Si riferisce alla vita Kavafis, ed in linea col suo vissuto di riserbo e solitudine, raccomanda di non sprecare la vita in commerci e vacue frequentazione, ma di selezionare le persone e gli eventi a cui partecipare con cura, in modo che la vita ci sia cara e non diventi un’estranea in balia del frenetico gioco degli inviti e delle relazioni.
La raccomandazione mi sembra particolarmente indicata in un’epoca nella quale ci lasciamo trascinare dalla mania del divertimento e della partecipazione ad attività ludiche, ricreative, sociali, collettive, più o meno grandiose, dove solo l’esserci in quello specifico luogo oggetto d’attenzione o diventato di moda, sembra dare una patente di esistenza in vita.
Mi sovvengono due citazioni musicali per questo argomento, che hanno in qualche modo attinenza con la poesia, con lo spirito che la pervade, specialmente con l’ indovinato aggettivo stucchevole, che ben esprime la nausea per tutte le occasioni festaiole e by night che tanto coinvolgono molta nostra attuale gioventù. Le propongo nei “gettonati” official video sottostanti.  Sia, voce affascinante ed interprete del più recente “Chandelier” e il più datato “Fuori dal tunnel” del cantautore Caparezza.

 

Parole di donna 11: ANTONELLA ANEDDA

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by Abbas Kiarostami

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, In una stessa terra, da  Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

Nonostante la consapevolezza dei limiti del linguaggio, Antonella Anedda scrive perché è in pensiero per la vita, per coloro che sono felici ma su cui incombono la caducità e la precarietà mentre già arriva la sera di ciascuno. Semplicemente, quasi umilmente, la poetessa innalza la sua preghiera laica spiegando che scrive perché ha pietà del buio e di tutti coloro che indietreggiano di fronte ad una difficoltà, che sono con le spalle al muro, appoggiati ad una ringhiera. Si scrive per avanzare nell’enigma, per tentare di comprendere il perché delle cose e degli eventi, perché niente e nessuno è difeso e protetto e anche le parole sono più fragili delle cose stesse, come la parola bosco quando è priva di uccelli e di rami. Solo il coraggio e la pazienza possono sostenerci. Continua a leggere

Poesia sabbatica: Tornato da scuola

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Tornato da scuola mi sono tolto le scarpe
ho buttato per terra lo zainetto
mi sono seduto sul vecchio divano che mi piace tanto
ho chiamato il gatto per accarezzarlo
non volevo mangiare né parlare con nessuno
e ho ricambiato lo sguardo del ritratto di Zico
che tengo appeso al muro.
Oltre la finestra è passato un colore
così veloce che sono riuscito a vedere
solo un pezzo di uccellino o di farfalla.
Ho tirato fuori dal taschino un foglio
dove lei aveva scritto il suo nome.
E’ bionda, ha le trecce, si chiama Alejandra
mi piace come ride e ha nove anni come me.
E’ in terza A e nel ricordarla
ho sentito dentro una corrente
come se mi facesse male la pancia del cuore.

Jairo Anibal Nino

Canto presente 21: Francesca Pellegrino

Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesca Pellegrino

Cronache di un Autunno

Sono successe cose, piccole cose
la linea storta sugli occhi
il traffico bloccato, i panni sporchi,
la spia rossa, il buco nero.
Si è anche fulminata una lampadina
ma me l’hanno dovuto dire.
Sono successe cose, sono successe anche se
ho respirato il giusto, senza esagerare
ho parlato pochissimo, lo giuro, quasi niente.
ma sono successe.
E ci sono anche novità, tipo
chiudere il sorriso per inventario
riparare la crepa delle notti, ché qui piove spesso
e sempre da dentro.
E infine, provare a scrivere il mio nome
sulla lista delle cose urgenti da sistemare
sul post-it del frigo.

Adamo ancora nega

Ancora neghi che la terra sia rotonda
soltanto perché non vedi che il tuo passo
distante anni luce dall’orizzonte .
E a me non resta che osservare impotente
il tempo che impiega una fronte
a corrugarsi.

Una vetrina

Ho messo in vetrina
un sorriso che sta fermo e zoppo
sulle sue gambe. L’ho messo in vetrina
nella sua posa migliore, s’intende:
quella dalla quale si vede il mediterraneo. Tutto.
E qualcuno che si fermi e lo guardi, c’è sempre
e mai per acquistarlo – soltanto possederlo
per quel solo unico attimo.
Come è anche solito che qualcuno
non veda che una pozzanghera
di quando piove poco e male – fuliggine e indolenza.
L’ho messo in vetrina perché così
non barcolla più e, piuttosto che
continuamente precipitare nuvole
di incanto, piuttosto, piuttosto muore.
Ma non come qualcosa che dimentico.
Come qualcosa che ho perso.

Roubasienne

Certe madonne hanno il verme in bocca.
Le ho viste sedere a riva, infilzare
l’Amo nella lacrima intelligente,
attendendo
tutti i pesci grossi ad abboccare.

Borotalco

Non resta che la prevenzione:
fugare l’indelebile altro addio
prima che sia tardi.
Prima che sia macchia.
Perché è finito il borotalco
(spallucce).

 

 

Prisma lirico 7: Sebastiano A. Patanè Ferro – fotografia di Loredana Semantica

Nell’ambito della rubrica Prisma lirico, oggi presentiamo una poesia di Sebastiano A. Patanè Ferro e la fotografia di Loredana Semantica. In calce una breve biografia e/o link degli autori.

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Il controcanto dei papaveri

non essere riusciti a cambiare il mondo
dovrebbe essere il solo rimpianto di ogni uomo
la stupidità oppone resistenza al flusso
e infine ne gode solo la gendarmeria

c’è un momento che scorre lungo cloache
e sarebbe meglio non impedire al gelo
di trasformarsi in musica non pronunciata
che rimanga vortice nel pensiero rotante
e da lì vada pure a sbattere contro porte chiuse

c’è anche il coraggio dell’assassinio che risolve
e normalmente chi uccide è un balordo
che non conosce il gioco della mente
quando inventa persino i perché giustificando
quella stirpe che è rimasta meno che scimmia

ti hanno sparato, amico mio, si hai un buco
da dove si vedono parole bruciacchiate
anche a Piero spararono per essere gentile
e a vegliarlo sono solamente i papaveri
che ne avrebbero di cose da raccontare

nel loro controcanto

testo di Sebastiano A. Patanè Ferro da “Lazzaro”, estensione poetica, 2015, Piccolo Teatro da Camera, Collezione

fotografia di Loredana Semantica

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Sebastiano A. Patanè

nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book.

Incipit 11 : Lessico famigliare

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Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava:  Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate  potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via. Aveva, dell’Inghilterra, la piú alta stima. Trovava che era, nel mondo, il piú grande esempio di civiltà. Soleva commentare, a pranzo, le persone che aveva visto nella giornata. Era molto severo nei suoi giudizi, e dava dello stupido a tutti. Uno stupido era, per lui, «un sempio». – M’è sembrato un bel sempio, – diceva, commentando  qualche  sua  nuova  conoscenza.  Oltre ai «sempi» c’erano i «negri». «Un negro» era, per mio padre, chi aveva modi goffi, impacciati e timidi, chi si vestiva in modo inappropriato, chi non sapeva andare in montagna, chi non sapeva le lingue straniere. Ogni atto o gesto nostro che stimava inappropriato, veniva definito da lui «una negrigura». – Non siate dei negri! Non fate delle negrigure! – ci gridava continuamente. La gamma delle negrigure era grande. Chiamava «una negrigura» portare, nelle gite in montagna, scarpette da città; attaccar discorso, in treno o per strada, con un compagno di viaggio o con un passante; conversare dalla finestra con i vicini di casa; levarsi le scarpe in salotto, e scaldarsi i piedi alla bocca del calorifero; lamentarsi, nelle gite in montagna, per sete, stanchezza o sbucciature ai piedi; portare, nelle gite, pietanze cotte e unte, e tovaglioli per pulirsi le dita. Nelle gite in montagna era consentito portare soltanto una determinata sorta di cibi, e cioè: fontina; marmellata; pere; uova sode; ed era consentito bere solo del tè, che preparava lui stesso, sul fornello a spirito. Chinava sul fornello la sua lunga testa accigliata, dai rossi capelli a spazzola; e riparava la fiamma dal vento con le falde della sua giacca,  una giacca di lana color ruggine, spelata e sbruciacchiata alle tasche, sempre la stessa nelle villeggiature in montagna. Non era consentito, nelle gite, né cognac, né zucchero a quadretti: essendo questa, lui diceva, «roba da negri»;  e non era consentito fermarsi a far merenda negli châlet, essendo una negrigura. Una negrigura era anche ripararsi la testa dal sole con un fazzoletto o con un cappelluccio di paglia, o difendersi dalla pioggia con cappucci impermeabili, o annodarsi al collo sciarpette: protezioni care a mia madre, che lei cercava, al mattino quando si partiva in gita, di insinuare nel sacco da montagna, per noi e per sé; e che mio padre, al trovarsele tra le mani, buttava via incollerito. Nelle gite, noi con le nostre scarpe chiodate, grosse, dure e pesanti come il piombo, calzettoni di lana e passamontagna, occhiali da ghiacciaio sulla fronte, col sole che batteva a picco sulla nostra testa in sudore, guardavamo con invidia «i negri» che andavan su leggeri in scarpette da tennis, o sedevano a mangiar la panna ai tavolini degli châlet. Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava «il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli», e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava  di mangiar fuori: perché amava, dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano. Passavamo sempre l’estate in montagna. Prendevamo una casa in affitto, per tre mesi, da luglio a settembre. Di solito, eran case lontane dall’abitato; e mio padre e i miei fratelli andavano ogni giorno, col sacco da montagna sulle spalle, a far la spesa in paese. Non c’era sorta di divertimenti o distrazioni. Passavamo la sera in casa, attorno alla tavola, noi fratelli e mia madre. Quanto a mio padre, se ne stava a leggere nella parte opposta della casa; e, di tanto in tanto, s’affacciava alla stanza dove eravamo raccolti a chiacchierare e a giocare. S’affacciava sospettoso, accigliato; e si lamentava con mia madre della nostra serva Natalina, che gli aveva messo in disordine certi libri; «la tua cara Natalina», diceva. «Una demente», diceva, incurante del fatto che la Natalina, in cucina, potesse udirlo. D’altronde alla frase «quella demente della Natalina» la Natalina c’era abituata, e non se ne offendeva affatto. A volte la sera, in montagna, mio padre si preparava per gite o ascensioni. Inginocchiato a terra, ungeva le scarpe sue e dei miei fratelli con del grasso di balena; pensava che lui solo sapeva ungere le scarpe con quel grasso. Poi si sentiva per tutta la casa un gran rumore di ferraglia: era lui che cercava i ramponi, i chiodi, le piccozze. – Dove avete cacciato la mia piccozza? – tuonava. Lidia! Lidia! dove avete cacciato la mia piccozza? Partiva per le ascensioni alle quattro del mattino, a volte solo, a volte con guide di cui era amico, a volte con i miei fratelli; e il giorno dopo le ascensioni era, per la stanchezza, intrattabile; col viso rosso e gonfio per il riverbero del sole sui ghiacciai, le labbra screpolate e sanguinanti, il naso spalmato di una pomata gialla che sembrava burro, le sopracciglia aggrottate sulla fronte solcata e tempestosa, mio padre stava a leggere il giornale, senza pronunciare verbo: e bastava un nonnulla a farlo esplodere in una collera spaventosa. Al ritorno dalle ascensioni con i miei fratelli, mio padre diceva che i miei fratelli erano «dei salami» e «dei negri», e che nessuno dei suoi figli aveva ereditato da lui la passione della montagna; escluso Gino, il maggiore di noi, che era un grande alpinista, e che insieme a un amico faceva  punte difficilissime; di Gino e di quell’amico, mio padre parlava con una mescolanza di orgoglio e di invidia, e diceva che lui ormai non aveva piú tanto fiato, perché andava invecchiando. Questo mio fratello Gino era, del resto, il suo prediletto, e lo soddisfaceva in ogni cosa; s’interessava di storia naturale, faceva collezioni d’insetti, e di cristalli e d’altri minerali, ed era molto studioso. Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: – Com’è che hai preso trenta? Com’è che non hai preso trenta e lode? E se aveva presa trenta e lode, mio padre diceva: – Uh, ma era un esame facile. In montagna, quando non andava a fare ascensioni, o gite che duravano fino alla sera, mio padre andava però, tutti i giorni, «a camminare»; partiva, al mattino presto, vestito nel modo identico di quando partiva per le ascensioni, ma senza corda, ramponi o piccozza; se ne andava spesso da solo, perché noi e mia madre eravamo, a suo dire, «dei poltroni», «dei salami», e «dei negri»; se ne andava con le mani dietro la schiena, col passo pesante delle sue scarpe chiodate, con la pipa fra i denti. Qualche volta, obbligava mia madre a seguirlo; – Lidia! Lidia! – tuonava al mattino, – andiamo a camminare! Sennò t’impigrisci a star sempre sui prati! – Mia madre allora, docile, lo seguiva; di qualche passo piú indietro, col suo bastoncello, il golf legato sui fianchi, e scrollando i ricciuti capelli grigi, che portava tagliati cortissimi, benché mio padre ce l’avesse molto con la moda dei capelli corti, tanto che le aveva fatto, il giorno che se li era tagliati, una sfuriata da far venir giú la casa. – Ti sei di nuovo tagliati i capelli! Che asina che sei! – le diceva mio padre, ogni volta che lei tornava a casa dal parrucchiere. «Asino» voleva dire, nel linguaggio di mio padre, non  un  ignorante, ma uno che faceva  villanie o  sgarbi; noi suoi figli eravamo «degli asini» quando parlavamo poco o rispondevamo male. – Ti sarai fatta metter su dalla Frances! – diceva mio padre a mia madre, vedendo che s’era ancora tagliata i capelli; difatti questa Frances, amica di mia madre, era da mio padre molto amata e stimata, fra l’altro essendo la moglie d’un suo amico d’infanzia e compagno di studi; ma aveva agli occhi di mio padre il solo torto d’avere iniziato mia madre alla moda dei capelli corti; la Frances andava spesso a Parigi, avendo là dei parenti, ed era tornata da Parigi un inverno dicendo: – A Parigi si usano i capelli corti. A Parigi la moda è sportiva. A Parigi la moda è sportiva, – avevano ripetuto mia sorella e mia madre tutto l’inverno, rifacendo un po’ il verso alla Frances, che parlava con l’erre; si erano accorciate tutti i vestiti, e mia madre s’era tagliata i capelli; mia sorella no, perché li aveva lunghi fino in fondo alla schiena, biondi e bellissimi; e perché aveva troppa paura di mio padre.[…] Continua a leggere

Novità attese

Chi si nascondeva giaceva dormiva
nel letargo del mio inverno mentale
tra le pieghe del mollusco sanguigno?
Nei giorni deputati alla quiete
trovo sentieri inascoltati
dove il canto rivela visioni di altri mondi.

Spalanco la bocca perché entrino i raggi di una lingua adatta.

Le dimensioni dell’onda sono il tesoro.

Le Fenicie di Euripide

Nel teatro greco di Siracusa è il corso il 53°ciclo di rappresentazioni classiche.
Ogni anno nei mesi maggio, giugno e luglio, nello splendido scenario naturale a cielo aperto del teatro greco di Siracusa, l’INDA mette in scena 3 opere di autori classici greci o latini che attirano spettatori da tutto il mondo, l’anno scorso quasi 120.000.
L’inda, acronimo di Istituto Nazionale del Dramma Antico, è una fondazione culturale nata nel 1913 per iniziativa del nobile siracusano Mario Tommaso Gargallo, con l’intento di dare nuova vita al dramma antico nella sua sede naturale: il teatro greco di Siracusa.

Questo teatro è stato scavato nella roccia del colle Temenite circa 4 secoli prima della nascita di Cristo, è quindi un teatro antichissimo e glorioso, con la sua cavea di ben 138,60 metri si colloca tra i teatri greci più grandi del mondo. Caratterizzato da accorgimenti diretti a sfruttarne l’acustica, è costituito da più ordini di gradini disposti a semicerchio e degradanti verso il centro. Originariamente i gradini erano 67, divisi in 9 settori da scalinate che permettevano al pubblico l’accesso ai posti a sedere. Utilizzato anche in epoca romana, più volte rimaneggiato, è attualmente monumento archeologico oggetto di immancabile visita da parte dei turisti che si recano a Siracusa. Viene destinato soltanto di rado a premiazioni ed altre iniziative culturali diverse dalle rappresentazioni classiche per preservarne l’integrità. Sempre per tutelare la roccia dall’usura, durante il ciclo di rappresentazioni classiche viene protetto da impalcature sui gradini e transenne di legno lungo le scalinate per permetterne la fruibilità senza danneggiamenti.

Quest’anno in programma per il ciclo di rappresentazioni classiche ci sono:
“Le Fenicie” di Euripide, l’ultima rappresentazione domani
“Sette contro Tebe” di Eschilo
“Le Rane” di Aristofane
Le prime due sono tragedie, appartengono entrambe al ciclo tebano e trattano della stessa vicenda da angolazioni diverse, le Rane sono una commedia, capolavoro di Aristofane.

Le Fenicie di Euripide, è stata rappresentata quest’anno dopo una lunghissima pausa dal 1968, l’anno nel quale precedentemente è andata in scena, parliamo di oltre 50 anni fa. La tragedia è tale indubbiamente, c’è un gran bel numero di irrimediabili morti, un fato che incombe maledetto, guerra, odio e rivalità, una madre aggrovigliata nelle spire di infausta sorte che nulla può contro il destino e sceglie il suicidio, preferendo la morte a una vita di infelicità per il lutto dei propri figli e per la disgrazia del proprio delitto. Sono protagonisti di questa tragedia del ciclo tebano: Giocasta, Edipo, Eteocle e Polinice, Antigone, Tiresia, Creonte, Meneceo, a dare il nome alla tragedia un gruppo di donne, tra le quali una vergine, provenienti dalla Fenicia e dirette al tempio di Apollo che assistono allo svolgersi degli eventi. Le donne fenicie nella tragedia assumono le vesti del coro che tradizionalmente commenta o narra aspetti ed eventi rilevanti della tragedia.

Eteocle, Polinice e Antigone sono fratelli, figli di Giocasta ed Edipo, Edipo tuttavia sposando Giocasta ha commesso a suo tempo inconsapevolmente incesto, perché Giocasta è anche sua madre. Edipo, nella disperazione della colpa di cui si è macchiato, lascia il governo della città di Tebe, che resta ai figli maschi Eteocle e Polinice. Essi si accordano per alternarsi un anno ciascuno, ma Eteocle al termine del suo anno di governo non vuole cedere al fratello lo scettro e perciò Polinice, reclamando il suo diritto, marcia con un poderoso esercito da Argo verso Tebe. La tragedia si apre con un dialogo tra Antigone (Giordana Faggiano) e il suo precettore, (Simone Luglio), che è un pretesto narrativo per introdurre alla vicenda.

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Antigone e Pedagogo, ph. Loredana Semantica

In questa fase iniziale viene messa in risalto la scenografia. Bello l’albero sradicato, bianco nelle fronde e nelle radici, al centro della scena tra le rocce squadrate come mura e suggestivi teli di organza bianca stesi tra gli alti pali dello sfondo che ondeggiano al vento. Rosso tutto il resto. Scenografia essenziale ma efficace.

Tra i momenti salienti ed efficaci della tragedia il monologo di Giocasta, nell’ottima interpretazione di Isa Danieli. Ella preoccupata del rischio che incombe sulla città, ma soprattutto sui suoi figli tenta inutilmente di accordarli, risultando una credibile Giocasta in ricchi paludamenti neri e bionda, luminosa capigliatura. Eteocle al secolo è Guido Caprino (noto al grande pubblico per aver interpretato il Commissario Manara in TV) nella tragedia è un prestante re, cupo, determinato, assetato di potere.

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Eteocle e il coro, ph Loredana Semantica

Suo fratello Polinice è Gianmaria Martini, anche lui ha recitato in tv nella fiction I Cesaroni. Nei panni di Polinice si mostra meno imponente del fratello, con una recitazione più infantile e nevrotica, (del resto ben si accorda alla realtà della vita che i fratelli siano diversi per aspetto e temperamento) con la quale rappresenta alla madre Giocasta, quanto l’esilio di un reale sia una condizione di nullità e disagio.

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Giocasta e Polinice, ph. Loredana Semantica

Tiresia, l’indovino cieco, è interpretato con originale vena bisbetica, comica e patetica nello stesso tempo, da Alarico Salaroli. E’ Tiresia che indica come unica via per salvare Tebe dalla minaccia della guerra incombente il sacrificio di Meneceo (Matteo Francomano) figlio di Creonte. Ottimo anche Creonte, interpretato da Michele Di Mauro. Proprio Creonte è l’artefice dell’unico momento di pathos in scena, quando egli manifesta il suo inconsolabile dolore alla scoperta che suo figlio Meneceo si è suicidato, sacrificandosi per salvare la città, realizzando il vaticinio di Tiresia.

Ed in questa ultima considerazione si evidenzia il limite di questa tragedia, costruita da Euripide, senza un’autentica consapevolezza o autentica volontà di muovere lo spettatore a partecipazione. Sin dall’introduzione di un coro formato da terze parti, le donne Fenicie, che osservano e commentano, più con lucidità che con emozione.

A dire del coro in particolare, tranne la vergine in assurdi occhiali dalla montatura di celluloide scura e la pianista che ben accorda note gravi a tutto l’insieme, tutte le donne fenicie hanno il volto coperto da un mascherone di gomma. Scelta che impressiona ma non compensa il limite della staticità del coro. Essendo questo gruppo a dare il nome alla tragedia, forse un maggiore dinamismo, un’esaltazione delle battute, renderlo maggiormente spettacolare avrebbe giovato all’intera rappresentazione.  La tragedia infatti soffre per l’assenza di un protagonista che spicchi e catturi l’attenzione dell’ascoltatore, lo conquisti alla sua sofferenza ed alle sue ragioni. Giocasta avrebbe potuto raggiungere questo vertice, sol che Euripide avesse voluto mettere in scena il tragico momento in cui lei si dà la morte per non sopravvivere ai suoi figli. Euripide invece sceglie per finale la sobrietà di una condanna per Edipo, in lutto per la morte di madre e sposa al tempo stesso e dei suoi due figli, messo all’esilio da Creonte, convinto che egli sia l’origine della rovina di Tebe. La scena finale è di Edipo che, accompagnato da Antigone se ne va verso lo sfondo e sparisce.

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Edipo, ph. Loredana Semantica

Anche quest’anno, come ormai avviene da tempo, sono stati introdotti nei costumi della tragedia elementi estemporanei e stranianti: come le divise moderne dei soldati, i berretti con le visiere, gli elmetti e i bottoni dorati, gli occhiali assolutamente incoerenti della vergine tra le donne fenicie, la mise in giallo limone di Antigone  che rammenta lo stile teenager anni 50 da film Grease, ben poco in linea col coraggio, ribellione e disperazione che fanno brillare questa figlia di Edipo. L’araldo, Massimo Cagnina, ha l’ingrato compito di snocciolare la serie di morti che funestano la tragedia, riesce a farlo trasformando il momento tragico, in un inserto tragicomico, dove il refrain “Me dispiace” e l’inflessione meridionale spadroneggiano. La palma res della ieraticità, pur nella pronuncia evidentemente straniera, va a Edipo – Yamanuchi Hal, perfettamente nei panni di un re cieco, nobile e sconfitto dal fato.

In sintesi cosa potremmo dire di questa tragedia? Bravi tutti tranne Euripide.

La regia è di Valerio Binasco.

Tutte le informazioni qui. http://www.indafondazione.org/it/

Loredana Semantica

Forma alchemica 14: Rainer Maria Rilke

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Noi forse siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, cancello, brocca, albero da frutto, finestra
al massimo: colonna, torre…ma per dire, cerca di capire,
oh, per dirle così, come mai le cose stesse
hanno mai intimamente creduto d’essere.
Tuttavia essere qui è molto, perché sembra
che tutto qui abbia bisogno di noi,
questo luogo effimero che stranamente ci riguarda.
Noi i più fugaci. Ogni cosa una sola volta.
Solo una volta e mai più. E noi ugualmente
soltanto una volta. Mai una seconda.
Ma questo essere stati una volta
anche una sola volta, essere stati terreni
sembra irrevocabile.

(Rainer Maria Rilke, IX Elegia, vv. 32- 36, 11-17, traduzione di Loredana Semantica)

Il cantore dei cantori è Rilke, lui l’Orfeo moderno, mistico e misterioso. Ardente del sacro fuoco poetico. Con Rilke ci slanciamo verso l’azzurro del pronunciamento. La sacralità della parola esiste per dire, mentre, per converso, sembra che le cose stesse esistano al mondo per poter essere dette. E’ quasi un incantesimo del dire che le fa essere ciò che sono: presenti, visibili, dicibili. Cose animate, cose pensate, cose per sempre cose nel momento stesso in cui esse sono definite, nel vocabolo che le significa e le com-prende facendole comprendere. Cose molteplici, personificate e pensanti che mai avrebbero inteso essere ciò che sono, quando le si dice. Inconsapevoli della loro presenza/essenza, del loro portato di significanza. Semanticamente cose. Cose esplicitate. Cose a corredo, normali, meravigliose.
Noi uomini ad esse rapportati, sembriamo essere qui ed ora giustificati proprio da queste cose che necessitano di noi, come se per nostro tramite si rivelassero, rivelando la loro autentica essenza. Cose che sono per un attimo e poi non più. Fugaci quindi, non meno di noi uomini esseri caduchi per eccellenza, eminentemente consapevoli della finitudine, destinati al termine fin dalla nascita. Uomini che vivono sapendo di morire progressivamente ogni giorno, avvicinandosi col tempo sempre più all’exitus. Rilke profondo. Profondo, ieratico, profetico e interrogante. Ineluttabile, vaticinante. Rilke saggio e gigante, svettante poesia fino alle cime, impasto di poesia e carne. Come le cose, noi stessi nella fugacità dell’essere esistiamo sulla terra. Vi so-stiamo una sola volta e mai più.
Ma essere anche solo una volta sulla terra, nonostante l’abito della transitorietà, ha in sé il seme di un’eternità che sta nell’irrevocabilità della nostra essenza/presenza nel mondo. Natura esistente che resta e r-esiste per un tempo non definibile a testimonianza-specchio-icona-monolite e ci sopravvive.
Non trascorriamo quindi, inesistenti e vacui, ma siamo nel rapporto con le cose che ci concernono, più o meno materiali, in un’elencazione che le scardina e le afferma, che le rende persistenti ed effimere al contempo, che le rende tuttavia cose nella peculiarità di ciascuna di esse: casa, torre, colonna finestra. Significativa la scelta musicale dei vocaboli. Evidente un insistente riferimento a costruzioni architettoniche frutto del lavoro umano: casa, torre, ponte. Non meno significanti la fontana e l’albero da frutto, anch’essi metaforicamente produttivi, nello zampillare dell’acqua e nel frutto che l’albero dona, in un dare bucolico, originario, sorgivo. Un vago sentore metapoetico è profuso nell’intero testo. Omaggio alla parola, alle realtà osservata e trasposta in parola, all’interiorità. Com’è proprio dei temi cari all’autore.
Cose quindi che si colorano di significato e prolificano di senso attraverso la nostra esperienza che le acquisisce e concretizza. Esse non esisterebbero senza di noi, senza il significato che noi ad esse riconnettiamo, per la percezione che ne abbiamo. Poetica quest’ultima che caratterizza l’intera produzione rilkiana, come il senso religioso, instillato dalla famiglia del poeta, profondamente religiosa.
In questa Forma alchemica ho premesso  il commento ai cenni biografici che sono solita dare sull’autore. Ho scritto questo commento in colata unica, in sorta di “raptus” di corrispondenza poetica suscitata per riverbero dalla poesia di Rilke, la considero infatti un modello di perfezione, requisito di eccellenza presente del resto anche altre composizioni di questo poeta. Non avendo confidenza con la lingua originale dell’autore, delle poesie di Rilke, purtroppo, non posso percepire pienamente la costruzione, l’armonia, il ritmo e le assonanze, cioè tutto ciò che fa di un testo poesia, prima e oltre il suo senso. Esse tuttavia mantengono, anche tradotte, un’indiscutibile profondo fascino, nel che, ritengo, sia ulteriore dimostrazione della loro grandezza. Rilke ha scritto principalmente in lingua tedesca, senza tuttavia disdegnare il francese, al quale ha fatto ricorso nella seconda parte della sua produzione.
Ciò che tuttavia impressiona della biografia di Rilke è l’inquietitudine del poeta che si manifesta con una vita girovaga. Non per niente il concetto di “uomo senza casa” presente anche in Kafka, serpeggia anche nella poetica di Rilke.
Nell’arco del mezzo secolo della sua vita, (nato nel 1875, è morto nel 1926), Rilke ha viaggiato per tutta l’Europa e oltre, dalla Russia a Venezia, da Napoli a Monaco, da Praga, a Zurigo, Berna, Roma, Duino, Dresda, Egitto, …e l’elenco potrebbe proseguire. Costanti i contatti di Rilke con gli ambienti culturali di tutta l’Europa, molte le donne con le quali intrattenne una corrispondenza epistolare e frequentazione personale, essendo amiche per lui, muse, amori. Molti amici artisti e scrittori, tra i quali Pasternak, Tolstoj, Rodin, Valery, solo per citare i nomi più noti, con i quali condivise idee, reciproca stima. Altri ancora erano amici che l’ammiravano, gli offrivano ospitalità nei suoi spostamenti.
Si sposò con Clara Westhoff, dalla quale ebbe la figlia Ruth, ma il grande amore della sua vita fu l’intellettuale Lou Andreas-Salomé.
Ampia la sua produzione, i suoi capolavori sono le Elegie duinesi, dalle quali è tratto lo stralcio poetico commentato qui, i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge.

Parole di donna 10 : ADRIENNE RICH

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Ragazza alla finestra, Salvador Dalì, 1925

 

Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa

sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue

ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
Dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo
dormire.

Adrienne Rich, Notte bianca

Il testo di oggi è stato scritto nel 1974 da Adrienne Rich, poetessa, saggista, insegnante americana contemporanea, scomparsa  nel 2012. Nota per le sue posizioni femministe e radicali, ha al suo attivo una quindicina di volumi di poesie pubblicati in cinquant’anni di lavoro e di studio. Laureatasi al Radcliffe College, vinse il premio Yale Series of Younger Poets per i poeti emergenti, grazie al quale potè pubblicare il suo primo libro, la cui introduzione fu scritta dalla Auden. Solo con il terzo libro la Rich è stata riconosciuta come una delle scrittrici americane più importanti, sia per la sua voce poetica che per i temi femministi spesso trattati. Continua a leggere

POESIA SABBATICA : Non ho camminato nei tuoi sogni…

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Non ho camminato nei tuoi sogni,
 
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
 
non sono apparso nel cortile
 
dove pioveva o meglio cominciava
 
a piovere (questo verso
 
lo cancello e non lo sostituirò),
 
era allettante credere, come uno stupido,
 
che ti avrei incontrato presto,
 
eri tu che mi apparivi in sogno
 
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
 
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
 
Quell’autunno perfino le poesie
 
in parte mi riuscivano bene
 
(però mancava sempre un verso o una rima
 
per essere felice).
 
 
 
Boris Ryzyi 1974 – 2001

Canto presente 20: Filippo Parodi

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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Filippo Parodi

Colloquio

La carne senza carne per raggiungerti e con-vincere,
i nervi deodorati, queste ossa che reinvento,
per le tue rigide altezze la mia soffice paralisi.
Il gioco di strozzarmi con la lingua incravattata.

In auto con mia zia

In auto con mia zia,
Lei guida e come un sacco mi trasporta, guardo intorno,
Il torace dilatato da Schubert e dai baci delle benzodiazepine,
La colpa di una gioia, non sono responsabile.
Io sono il nipote che scivola e sbadiglia, lo zaino tra le cosce, vibrante galleria,
Il giorno parla piano, la zia doma le ruote e le crudeltà d’asfalto, di
mare e così via,
E ha voce, nervi, linfa, maestà decisionale. Fucili tra i capelli, la zia sta lì a difendermi con le sue azzurre ombre, le perle nella borsa, le scatolette miste con il cibo per i gatti e poi
Mi chiede. Mi tormenta. Stracolma. Mi stordisce.
Le nuvole irrisolte, casette sopra i monti e le rate, le bollette, il pranzo, il giardiniere,
La zia stringe le marce e sa intonarsi con il mondo che
Mi sembra sussurrare farfalle di paura. Mi sembra si accartocci in abitata apoplessia. Ritorna a una pozzanghera di familiarità.
La zia che mi confessa che devo ancora nascere.

La mattina

Mi piace la mattina,
indiscriminatamente.
Le bocche in movimenti di vocali ipnotizzanti,
il cielo da condire,
che transitorietà!
Esalta il vuoto luce, ora carezza, precipizio e
le facce spaesatissime che sfrecciano, si impigliano
nel Primo Unico Giorno,
incanto di un vagito e condanna,
però grati a quel giardino in lontananza.
La pagina degli angeli squarciata dal risveglio.

Danila

Occhietti che non specchiano:
soltanto guscio e cenere.
Il missile, l’errore, e i delfini a quale prezzo?
A che prezzo quel cortile?
La boccuccia si accartoccia in un rallenty di coccio.
Barriti, nulla più.

J.

Ma non sarai più fragile,
adesso che sovrasti
tanto incessantemente,
tu a un tratto senza forma e
nutriente rompicapo
per quanti oggi ti cercano
tra l’erba, nella zolla,
dentro l’attimo subacqueo
ma non sarai più stanco,
adesso che spumeggi nelle
menti ancora incredule,
nel fiato ostacolato,
negli occhi, in un ricordo,
finanche nelle lacrime
di chi non ti ha incontrato,
spumeggi e quasi ridi perché
non sarai più sterile
in giorni senza suono,
o allegro e motivato un
pomeriggio all’improvviso.
Non sarai più bravissimo.
Nemmeno criticabile.
Sarai un treno niveo
di libertà e dilemma.
Sarai qualcosa che
i fiori suggeriscono,
o un vuoto d’orizzonte,
l’orgasmo di distanze,
intanto ora divieni,
e divieni… giunge il buio.
Poi l’alba di chi resta.
Un’insonne primavera.

Self-confidence

Ragazzo non
l’avverti la gloria del tuo esistere?
Il volo ch’è visibile,
adesso puoi indicarlo sullo
sterno quel bagliore,
l’assenza di giudizio,
le gambe si diramano, non le accavalli più.
E l’emisfero destro come un lembo di mantello
del Cristo ti solleva dalla grandine annerita e
dai recintati prati che
non piacciono al tuo bimbo:
svegliato, fiducioso
abbandona le clavicole per
scendere, lo senti? Il cuore cosa dice?
Dov’è che senti ora questa nuova beatitudine?
Sui palmi. Lungo i gomiti.
Nell’ansa cervicale.
Prendendoti per mano
inizi a camminare.

Il tuo corpo No. 2

Non ti massacrerà,
vedrai che una mattina
ti dice qualche cosa,
sciocchino gli sorridi
nel tunneldiplutoniononpiùtunneldiplutonio:
la luce non è poi
così stretta quanto
reputi.
Sorriderai, pertanto.
Al cuore, pure ai piedi.
Alla pancia,
addirittura
ai plessi,
anche alle arterie.
Non ti pungola più,
nemmeno ti appartiene
e in ogni quando scivola,
non potrai farci nulla.

Luglio

Formula
il ventilatore
ingressi che
spumeggiano.
Di fronte, ottuso,
un corpo,
la mente preferisce
gli scavalcati amplessi, la
placidità danzante delle
cose inesorabili.
Un mondo senza unghie.