9 #cronacheincoronate

Tag

, ,

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi con me che racconto di fake news e poesia, la serena voce di Anna Maria Bonfiglio nella sua cronaca che infonde coraggio.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

LA SINDROME DELL’ESILIO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Oggi, 6 maggio 2020, dopo 70, dicasi settanta, giorni di domicilio coatto, ho provato a mettere il naso fuori dal portone di casa. Non è che scalpitassi per uscire, essendo già fuori dal contesto lavorativo e, a dirla tutta, non essendovi mai entrata in maniera stabile, sono abituata a trascorrere buona parte del mio tempo a casa, salvo spesa, qualche giornata di shopping, qualche sortita in pizzeria, incontri culturali e teatro. Dite che non è poco? Sì, è vero, ma non è neanche molto, in quanto le suddette attività sono spalmate nell’arco di un anno. Ma comunque, questo è, e va bene così. La permanenza a casa in continuativo e la paura del maledetto covid19, dopo le prime due settimane di ansia, non mi procurarono né insofferenza né nervosismo, né mi infastidì che il primo step di apertura ventilato per il 14 di aprile fosse stato procrastinato al 24 dello stesso mese e di seguito al 4 di maggio. Però, mano a mano che si avvicinava la data per la prima fase di apertura, cominciavo a prepararmi per uscire dalla tana: le mascherine c’erano, i guanti pure, era stata perfino attrezzata una pochette con fazzolettini e gel disinfettanti. Giunta alla domenica 3 marzo mi persuasi che fosse stato meglio evitare di uscire per la prima volta proprio il primo dei giorni che avrebbero visto la folla accalcarsi per le strade, a piedi o in auto, per visitare quelli definiti “propri congiunti” che contemplavano anche la quarta categoria di cugini, gli affetti stabili, i fidanzati, i conviventi, le unioni civili, i bambini con il girello, varie ed eventuali. Bene, meglio aspettare. Il martedì, appena alzata e dopo il caffè,  mi affacciai al balcone per sondare che aria tirasse. Era una giornata grigiastra, verso Monte Pellegrino una nuvolaglia offuscava il panorama. Uscire, ma perché avere tutta ‘sta fretta? Se si fosse messo a piovere? Se l’abbassamento di temperatura che aveva previsto il meteo si fosse presentato? Rischiare un raffreddore dopo tanta quarantena era da stupidi, in fondo ormai la strada verso la libertà era aperta, un giorno in più di chiusura non faceva la differenza. Senza contare che ancora non si avevano notizie precise sul reale effetto in termini di contagio dell’apertura del giorno precedente. Stavo entrando nella paranoia? Forse. Allora dovevo reagire subito. Ingolfata in guanti mascherina tracolla e shopper, entro in ascensore e approdo nell’androne. Spaesata, mi guardo attorno, sono ancora qui, dove tutto è come prima, solo che a me sembra nuovo, quasi estraneo. La mia macchinetta elettrica mi aspetta, la guardo e quasi mi stupisco di trovarla intatta, ma caricarmici su mi riesce più difficile, non trovo la giusta posizione, ho quasi dimenticato come manovrarla. Incontro due dei miei condomini, dico: sto uscendo per la prima volta, come se fossi resuscitata. Fuori dal portone avverto un lieve spaesamento, percorro il marciapiedi, aspetto il verde al semaforo, attraverso, arrivo al negozio dove di solito faccio gli acquisti casalinghi. I ragazzi mi salutano con calore, mi chiedono come sto, io dico bene bene, come fossi stata ammalata; compro quel che devo frettolosamente, fuori c’è gente che aspetta il turno, è buona norma non stare a trastullarsi guardando di qua e di là fra la merce. Ritorno a casa più rinfrancata, ancora una volta ho oltrepassato uno stallo psicologico, ancora una volta ho rimosso la mia fragilità emotiva. Ho superato la sindrome dell’esilio.

Ce la faremo

 

CRONACHE INCORONATE

Siracusa, 4 aprile 2020

LE BUFALE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Qualche giorno fa ho condiviso sul mio profilo facebook una poesia di un (in)certo storico Eracleonte da Gela del 233 a.C. che mi ha inviata mio cognato via wathsapp, la messaggeria istantanea via web. La poesia è questa.

E’ iniziata l’aria tiepida
e dovremo restare nelle case
per le Antesterie
le feste dei fiori
in onore a Dioniso

Non usciremo
non festeggeremo
bensì mangeremo e dormiremo
e berremo il dolce vino
perchè dobbiamo combattere

Le nostre città lontane
ornamento della terra asiatica
hanno portato qui a Gela
gente del nostro popolo
un tempo orgoglioso

Queste genti ci hanno donato
un male nell’aria
che respiriamo se siamo loro vicini
il male ci tocca e resta con noi
e da noi passa ai nostri parenti

Il tempo trascorrerà
e sarà il nostro alleato
il tempo ci aiuterà
a guardare senza velocità
il quotidiano trascorrere del giorno

Siamo forti e abbiamo sconfitto molti popoli
e costruito grandi città
aspettiamo che questo male muoia
restiamo nelle case
e tutti insieme vinciamo.

Di questa poesia, a quanto pare, è risultato autore un certo Marcello Troisi, vivente, al quale vanno i complimenti per averla ben confezionata.
Prima di condividerla avevo cercato notizie col cellulare di questo Eracleonte e l’unico risultato era su un e book di google che adesso ho scaricato da pc.
Il libro in questione è *Memorie Istoriche di Sicilia* che narra di quanto è *accaduto in Sicilia dal tempo dei suoi primi abitatori fino alla coronazione del re Vittorio Amedeo* nel quale è citato un Eracleonte, sotto il paragrafetto “Primo concilio de’ Vescovi in Sicilia”. La corona c’entra sempre.
Riporto il passo a seguire riguardante Eracleonte.
Mentre regnò Adriano, e la Romana Chiesa veniva governata da Alessandro Primo di questo nome, vogliono alcuni, che si fusse tenuto in Sicilia un Concilio di Vescovi per condannare l’eresia di Eracleonte discepolo dell’empio Valentino. Insegnava egli, che i Fedeli battezzati ancorché commettessero qualunque eccesso, non potevano più peccare, e rimanevano sempre in grazia: una sì perniciosa dottrina, trovò gagliardissima opposizione tra Prelati Siciliani, i quali avendone prima consultato il Pontefice Romano, si unirono poscia in Concilio Provinciale; e condennata avendo l’eresia di Eracleonte, lo dichiararono scomunicato.
Considerato il regno di Adriano e il Papato di Alessandro Primo la vicenda si colloca intorno al 105 -116 dopo Cristo.
Tutto ciò per amore di approfondimento, per il quale non sempre si hanno tempo e strumenti adeguati.
Se cercate adesso su Google Eracleonte da Gela trovate molti risultati, tutti nel senso che Eracleonte non esiste. Che sia esistito uno storico Eracleonte autore di questa poesia è una bufala o fake news, cioè notizia falsa. Risulta, tra l’altro, che l’ha citata anche Zaia, Presidente Regione Veneto. Questi articoli riportano al suo reale autore, come ho detto all’inizio. Ora le bufale se ne conclude hanno un solo scopo. Balzare agli onori della cronaca. Chi se ne rende autore ha il suo attimo di gloria. Ingannando gli altri, gli artefici compiono il loro piccolo delitto di menzogna, per cui il resto dell’umanità si divide tra coloro che non ci sono cascati e coloro che invece sì, tra chi riprova e chi sbeffeggia.
Questo caso è innocuo, anzi forse benefico, si colloca tra gli scherzi buoni e la poesia mantiene il suo valore, altre bufale invece fanno danno. Gli autori andrebbero perseguiti, così tanto per togliere il gusto dello scherzo senza pensare alle conseguenze, dello scoop non verificato e del protagonismo. Quest’ultimo soprattutto uno dei mali del nostro tempo.
Sul coronavirus io ho scritto due sole poesie. Le riporto, nel caso qualcuno volesse citarmi tra duemila anni in tempo di pandemia Sono proprio mie, non le ho copiate e, inoltre, esisto veramente.

Vediamo oggi da quale distanza
da quanti milioni di anni luce
arriva la tua voce nuova diversa
sgusciata come la polpa di banana
dalla buccia esce tutta
compatta estranea intatta
inaspettata.

Qui stiamo col piede asciutto
fermo ma non in salvo ancora
chiusi rinserrati tra le mura
mentre fuori infuria la bufera
è un ciclone da allerta meteo
ma l’emergenza lo accantona
lo sovrasta e infuria più duramente
si perdono nei grandi numeri
le storie dei singoli
ma si capisce ugualmente
come famiglie intere
siano devastate dai lutti
dalla febbre.

E noi corriamo
come Erinni o Baccanti
su per i monti
corriamo infelici
lontano.

*

Dipingerò un campo di girasoli
nel mio prossimo quadro
una distesa di girasoli
accesi di giallo come il sole.

Un girasole per ogni caduto
di questo male

Il quadro è nato, finito quando il numero dei morti ha toccato il suo picco.

8 #cronacheincoronate

Tag

, ,

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Oggi racconta la quarantena Cinzia Della Ciana in due video elaborati con Francesco Smelzo. Due performances poetiche sinestetiche: parole – suono – immagini. Il cielo in una stanza che segna la singolarità storico-religiosa della Pasqua 2020 e La primavera di Kant, la pandemia in chiave filosofica. Chiude una poesia di Cinzia Della Ciana dedicata alle donne vittime di violenza che la quarantena ha recluso nel luogo di pena. La mascherina come bavaglio. A loro la profonda solidarietà di tutte le autrici e autori del blog.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla.

CRONACHE INCORONATE

IL CIELO IN UNA STANZA – PASQUA 2020 DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

PRIMAVERA DI KANT DI CINZIA DELLA CIANA E FRANCESCO SMELZO

CRONACHE INCORONATE

DONNE MASCHERATE DI CINZIA DELLA CIANA

Fossimo come loro
da sempre col velo
eleganti senza volto,
il molto ch’è tutto
se detto collo sguardo.
Noi nude emancipate
noi sfacciate con la patente del niente
ora sfacciate dal bavaglio
noi fragili incapaci di gestire il serraglio
basso lo sguardo
incerto e perso
– senza bocca non respira –
condensiamo solo vapore
negli occhiali da sole
masticando parole di paura.
Noi analfabete di femminilità
adesso sillabiamo a fatica.
Io fanatica di libertà ora
tifo per ogni diversa grammatica.

 

 

7 #cronacheincoronate

Tag

, ,

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Flavio Almerighi propone la sua Quarantena 33, che è proprio la trentatreesima di una serie di brevi cronache di questi giorni. Non si salva quasi nessuno dall’ ironia almerighiana, spinta fino al sarcasmo, sferza noi, se stesso e il mondo, diverte e si diverte, a volte, veramente. Antonella Pizzo contribuisce con tre suoi recenti testi poetici scritti in tema. È riconoscibile il taglio, un timbro a me noto, preciso e pulito della mia amica poetessa, la sua chiara voce.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

QUARANTENA 33 DI FLAVIO ALMERIGHI

Luis Sepulveda, ricordi Carolina quante volte La Gabbianella e il Gatto? Se n’è andato anche lui, oggi, per il coronaccio malefico. Intanto i dirigenti lumbard scalpitano, vogliono riaprire e turnà a lavurà; se ne sbattono i coglioni della salute pubblica e gli oltre undicimila morti (più della metà di tutte le vittime in Italia) non dicono nulla (ovvio, i morti non parlano) ai vertici e al loro presidente cerebroandato, o alla confindustria: quel che conta sono i ghelli (i danè) e se gli operi non sdrumano i padroni non guadagnano. Di fatto questa è la secessione, fra perquise e stragi di vecchietti nelle case di riposo. Quando si dice la faccia come il culo! Mi ritengo fortunato a non risiedere in Lombardia. Eh, scusate, oggi si ride poco, ogni tanto è bene mettere in moto il cervello, collegarlo e pensare una bella Norimberga nazionale. Andrà tutto bene a chi???? Dai, domani vado dal mio amico Djiangor a fare rifornimento di albi di Cronaca Vera, Jacula, Sukia e Corna Vissute, così domani si torna a ridere.

Siracusa, 4 aprile 2020

CRONACHE INCORONATE

COSE DI CASA NOSTRA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Non è che abbia sempre ispirazione per le cronache. La poesia risponde a un bisogno, anche le cronache. Specie inizialmente, quando il silenzio era troppo e servivano a stemperare l’angoscia, a incanalarla, come si fa col dolore. Nella quotidianità del giorno per giorno, passo dopo passo, per uscire fuori dal tunnel. Ora che altri, scrittori e no, noti o meno, più letti, visibili, apprezzati sono arrivati alla stessa “occorrenza”: scrivere per raccontare questi giorni, il mio desiderio mi sembra possa sedarsi. Cosa raccontare oggi della mia normalità? Mentre ci sono gli ultimi barlumi di prosa appesi sulla punta della lingua?
Due cose di casa nostra. Una molto vicina a me, l’altra molto lontana da me, ma che comunque mi appartiene. La pizza e il nostro Capo del Governo. Cominciamo dalla pizza. La pizza a casa mia è un must, un cult un leitmotiv. Mi sono sparata tutti gli inglesismi possibili per significare che è molto apprezzata. Sapendo che piace a tutti in famiglia, la sera di più sere di questa quarantena l’ho preparata. Dalla notizia letta in rete che il lievito scarseggia, ho capito che non è stata un’idea solo mia. Il fine di preparare impasti fragranti di forno è di questi tempi intermedio tra il nutrimento necessario e il consolatorio. Riguardo alla ricetta dell’impasto io ne ho una standard che uso da una ventina d’anni. Ultimamente sto sperimentando nuove proporzioni tra grammi di lievito e tempo di lievitazione. Riducendo i primi aumentando i secondi. Funziona. La pasta lievita ugualmente.
Il secondo punto all’ordine del giorno di questa cronaca è qualche nota poetica sul nostro Presidente del Consiglio. Sempre fine elegante e misurato, in questa circostanza eccezionale Giuseppe Conte sta riuscendo ad ottenere il consenso del paese, conquistando le donne e lasciando impressionati gli uomini per coraggio e determinazione. Non so a voi, ma a me fa venire in mente quella poesia della Dickinson che dice:

Noi non sappiamo mai quanto siamo alti
finché non ci chiedono di alzarci
ed allora, se siamo conformi al progetto,
le nostre stature toccano i cieli.

Nella tragica sfortuna di questo morbo bastardo, abbiamo avuto la fortuna di avere questo Presidente del Consiglio, che sta limitando fortissimamente la libertà di ciascuno, ma si intuisce che lo fa con l’alto senso di responsabilità della carica istituzionale che riveste, in nome dell’esigenza di salvaguardia della salute di singoli e collettività. Cioè il motivo per cui è ammissibile farlo in uno stato democratico. Non so il futuro, non ho la palla di vetro, ma adesso in questo momento, mi sento nelle mani di un uomo saggio, equilibrato, super partes, che sta lavorando duramente e non tirerà la corda del contenimento/protezione oltre la misura che la collettività alla quale appartengo può sostenere. Concludendo. Chi ha bisogno veramente (sto parlando di fame e salute) spero che chieda aiuto prima di deflagrare in gesti insani e ne riceva per quanto gli occorre, chi ha dovuto cessare le attività lavorative, professionali e commerciali, spero ne ottenga ristoro dagli stanziamenti previsti, ma senza precipitarsi come accattoni, se possono contare su propri risparmi, chi vive di delinquenza si licenzi, chi è approfittatore, squalo, selvaggio speculatore, spero che si converta alla bontà e potrei continuare…il senso è quello che si intuisce, sulla fiducia. Virate. Vade retro covid.
Tutto andrà bene.

CRONACHE INCORONATE

TRE POESIE DI ANTONELLA PIZZO

Aprile uno

lo strazio indicibile vorrei ora narrare
dietro ogni maschera una storia
sopra i letti i nudi corpi immobili
la solitudine schianta il desiderio di vita
il grido della croce riecheggia nei corridoi
quando incontrai il becchino
sfiorai il ridicolo con il mio andare a zonzo

chi cerca di contare i punti della piastrella all’uncinetto
tre alti tre bassi tre fili tre respiri tre spilli
una gettata una passata una chiamata nessuna risposta
chi augura buona pasqua e buone cose
chi legge la lista della spesa

il governatore dell’isola chiuse lo stretto
impedì ogni arrivo e partenza
farfalle smarrite in una stanza chiusa
crepe in uno spazio ristretto
tre parole in fila tre parole
immuni nostra salvezza.

Aprile due

Al ritorno della scampagnata la canzone andò sfumando
la compagine si sparpagliò per strada
le nacchere furono abbandonate sopra lo scaffale
qualcuno suggerì di fare una nuotata al fiume
un altro invece sognò di buttarsi in pigiama dentro l’oceano indiano
altri tuonavano di pirati dei caraibi e di squali tigre
qualcuno scavò una profonda buca all’isola del tesoro
e vi si nascose dentro fino al collo
un altro si arrampicò sopra l’albero del pane
un altro ancora sventrò un pipistrello nano e se ne fece un portachiavi ludico.

L’anno duemilaventi non cominciò nel migliore dei modi
un essere minuscolo che è e non è, vivente o non vivente
un misero mistero nel mistero si insinuò e intossicò i nostri giorni
finirono i baci e gli abbracci, finirono le feste e gli amori
le strette di mano, i batti cinque a palmo aperto
fu tutto un discutere di dati, un deserto d’argilla, fu un crepaccio
scafandri e tende d’isolamento
didattica a distanza e smart working
fa fame e buio, fu rissa e disperazione
processione di virologi
sapienti soporiferi maligni
un bimbo di Palermo partì per raggiungere il nonno.
noi restammo a casa ad attendere la fine.

Aprile tre
I
Ho camminato tanto, passo dopo passo
al limite delle forze
ho i piedi sanguinanti, trafitte le ginocchia
sento l’odore della sabbia e il rumore dell’onda che squassa l’aria
si butta senza freni sugli scogli
una nebbia mi ha colpita agli occhi
si è attaccata alle cornee e mi ha rosicchiato le immagini
una voce mi indica la direzione
segui il sentiero ad est, gira a nord poi scendi a sud, con un balzo supera l’ ostacolo
quanta fatica e quanto sforzo, a che ti serve il mare?
è solo tanta acqua, una distesa inutile di sale.
II
Accanto alla cima accanto alle contigue stelle
nulla risale nulla volge alla fine
se il serpente ingaggia la lotta
la fine arretra senza sconto di pena
avvolgi la mente in diafane parole
e sibila la coscienza inocula la mente
certe stelle vagheggiano il ritorno del satellite perduto in fondo alla galassia
che si rovinò alla fine dei tempi nel magnum magmatico primordiale

 

6 #cronacheincoronate

Tag

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire Cinzia Della Ciana e Deborah Mega con propri testi  che oggi vi propongo. Chiude questo post una mia cronaca del 31 marzo dedicata al silenzio. Cinzia Della Ciana nel suo racconto sposa con levità la fantascienza, la citazione cinematografica e il surreale dei giorni nostri. Deborah Mega racconta l’esperienza attualissima e concreta  della  Didattica a distanza, che oggi si sperimenta, ma probabilmente, rivoluzionerà la scuola di domani.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

DELL’INQUIETITUDINE EXTRATERRESTRE DI CINZIA DELLA CIANA

Oggi ore 13, TG edizione speciale.
Dopo la sigla squillante la telecamera allarga sulla giornalista che sbatte ripetutamente le ciglia abbagliando gli spettatori con il suo sguardo ipnotizzato. Quindi implacabile annuncia:
“Oggi alle 8,30 tutti i video di computer, tablet e smartphone della nazione si sono accesi all’unisono. Sullo schermo di ognuno è apparso uno strano tipo che potete osservare sulla foto alle mie spalle: grande testa, collo periscopico e cuore luminescente pulsante di rosso. Il soggetto, non ben identificato ma dall’inequivocabile natura aliena, ha lanciato l’appello accorato che sentirete dal filmato che ci accingiamo a mandare in onda. Il tutto è al vaglio delle Autorità. Chiunque avesse avuto contatti con lui è invitato a rivolgersi al più vicino Presidio per consentire che si attivino i controlli del caso. Chiunque lo abbia avvistato ha l’obbligo di segnalarlo alla Pubblica Sicurezza, o anche semplicemente mandando un whatsapp al numero in sovraimpressione. Non c’è da allarmarsi, andrà tutto bene!”
Dopo di che un vocina  prendeva a fare eco  sgranata fra due occhi celesti.
“Salve sono E.T. , vi ricordate di me?  Sono E.T., l’ Extra Terrestre, quello che trentotto anni fa atterrò sul vostro pianeta con gli alieni botanici, che poi partirono scordandosi di me e abbandonandomi qui sulla Terra. Sono quello che a forza di dire  “Telefono Casa” ritornò a casa con l’astronave che venne a riprendermi.
Umani vi prego ascoltatemi, sono disperato!
Direte voi perché? Cerco di spiegarmi. Senza il permesso di soggiorno del Comandante alieno sono tornato sulla vostra pianeta, ma credo proprio che non dovevo farlo, non so perché, ma sono sicuro che ho sbagliato qualcosa, sono sicura che non è il momento.
E’ successo che qualche settimana fa mi sono affacciato alla Galassia P38 e ho visto il  Pianeta delle acque e dei boschi; così mi è venuta una grande nostalgia. Mi sono detto “quasi quasi prendo astronave di ricambio, faccio giretto, voglio vedere cosa combinano amici Umani. Questa volta voglio  però vedere cose nuove, basta America!”
Insomma volevo venire qui,  nel posto dove è nato l’umano che ha scoperto l’America, Colombo mi pare si chiami. E così sono atterrato in Italia.
Ma purtroppo ripeto qualcosa non va, è tutto molto strano e spero non sia colpa mia “non c’è nessuno in giro!”
Io era venuto per farmi nuovi amici, volevo mangiare la pizza, quella vera, mica quella della California, volevo vedere il Colosseo. Invece no, tutto è deserto, le strade sono vuote, tutto è chiuso, sbarrato.
Umani ho fame e non so dove mangiare, non so dove dormire, nessuno mi fa entrare né a casa propria né da altra parte, ma i bambini dove sono? E quel che è peggio è che l’astronave si è guastata!
Il primo che ho incontrato appena atterrato aveva una macchina bellissima con tante  luci colorate e scintillanti;  mi ha stoppato con la paletta e mi ha chiesto “Qual è il motivo del suo spostamento? Ha il modello? Se non ce l’ha  riempia questo!”
Io sono rimasto male, perché non pensavo che per un giretto mi ci volesse il permesso di soggiorno alieno. E mentre il mio cuore diventava rosso per tentare di comunicare telepaticamente con l’umano, questo è diventato all’improvviso bianco bianco, mi ha guardato come se avesse davanti la morte secca e, impaurito, è arretrato verso un altro umano che stava dentro la macchina. Gli ha sussurrato all’orecchio “Guarda qui come ci si riduce” e quindi ha ordinato “Ho capito non c’è dubbio, si tratta di spostamento per motivi di salute… ma non stia qui impalato, vada direttamente al Pronto Soccorso, subito circolare!!”
Ma perché dico non ha voluto fare amicizia con me?! Perché non ha voluto sapere come stavo dopo tanti anni che mancavo dalla Terra e senza chiedermi  nulla mi ha mandato dritto all’ospedale?!
Mi sono  incamminato sconsolato alla ricerca dell’ospedale. A un certo punto ho visto una fila di persone davanti a un negozio, uno di quelli che ha la croce verde in alto.  Ho pensato che forse lì avrei trovato riparo e mangiare. Ma la gente era strana, stava tutta in fila, tutta con la mascherina in faccia. Eppure quando sono sceso sulla Terra mi pareva che il carnevale fosse finito, altrimenti mi sarei portato la mia di mascherina. Tutti stavano distanti l’uno dall’altro, nessuno si parlava, tutti pensavano solo a fare alla svelta a entrare. Quando ho fatto per avvicinarmi ad uno, questi mi ha detto “Ehi fermati, deve rispettare la distanza, almeno a un metro da me, non mi venire addosso capito?!
Allora ho esclamato “Mangiare” e un altro umano con il volto schifito ha replicato “Finiremo come te: tutti morti di fame! Ma vai a casa!
Che scortesia a uno che è appena arrivato! Non ho voluto fare polemiche e me ne sono andato zitto zitto, molto triste.
In ogni strada in cui passavo leggevo solo cartelloni con la frase “Io resto a casa”.
Anche ai balconi e alle finestre strisce di carta ripetevano “Io sto a casa”.  Altri guardandomi dalle terrazze dicevano: “Casa, casa!
Certo mi sono detto, questi umani non mi vogliono proprio!
Dopo aver percorso un lungo viale e in fondo svoltato l’angolo, sono arrivato davanti a un posto molto verde. Che bello! Ero tanto stanco e volevo farmi un pisolino sotto le piante, ma il grande parco era sbarrato con il lucchetto. Mi sono seduto sulla panchina, ma una donna con un cane piccolino al guinzaglio  che mi annusava,  mi ha fermato “Lo sa che è vietato sedersi?”.
Io allora mi sono fatto coraggio e ho detto “Casa”.
Lei mi ha risposto “Io  resto a casa” e poi quasi arrabbiata “Certo che io resto a casa, che domande? Ora sono fuori a far fare pipì a Puppy, ma la mia casa è qui, nei pressi.” Poi guardandomi male ha proseguito ”Senti lo so che vuoi fare la spia, ma io sono in regola, sono in prossimità della mia abitazione, a meno di 400 metri!
Ma che vi è successo umani?! Dico, che vi è preso?
Camminando sono arrivato un po’ in periferia, anche lì niente macchine, grandi strade come autostrade senza nessun veicolo. Poi ho visto che c’era un capannone e fuori un serpente di persone lungo lungo. Mi sono detto “forse qui posso trovare qualcosa di buono”.
Mi sono fatto coraggio. La fila girava intorno al capannone quasi due volte come una coda arrotolata. Tutti sempre con le mascherine, ma questa volta avevano anche un carrello. Ho creduto che solo quelli col carrello dovessero fare la fila e quindi sono passato avanti a tutti. Stavo per entrare quando delle grida selvagge mi hanno insultato “Ma dove vai? Mettiti in fila extra comunitario del cavolo!”
Io ho detto “Sono extra terrestre senza carrello”.
Ma la gente si agitava fino a che è uscito dalla porta automatica un umano nero tutto vestito di nero che mi ha dato dei guanti e mi ha invitato a metterli alla svelta aggiungendo di entrare veloce perché si doveva  evitare la rivolta.  Ma io ho le dita lunghe e i guanti non mi entravano. L’umano spazientito ha sentenziatoNon può entrare, mancano le misure minime di sicurezza!”
Umani no, non si si può vivere così! Io non ce la faccio, proprio non posso!
Ho provato a prendere una bicicletta abbandonata per farmi una pedalata in cielo e vedere un po’ se dall’alto le cose cambiavano, ma mi sono scontrato con un drone impertinente che mi ha inseguiva e non riuscivo a staccarmelo da dietro.
Basta! Io Umani io “Telefono Casa”.
Casa” sì, voglio una casa, la mia però, che mi vengano a prendere.
In questa  Vostra Terra mai più, mai più!

CRONACHE INCORONATE

LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Insegno ormai da ventiquattro anni ed è una delle esperienze più belle che mi siano successe nella vita. Ogni giorno ripeto meccanicamente la stessa sequenza di azioni che mi conducono ad essere in classe, a salutare i miei alunni, a organizzare la giornata scolastica al meglio delle mie possibilità ed energie. Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che non esiste una giornata uguale alla precedente: ogni giorno si imparano nuove cose, ci si mette alla prova, si resta soddisfatti per qualche ragione oppure insoddisfatti, si calibra un intervento educativo mettendosi in discussione, ci si mette nei panni degli studenti per presentare e spiegare nella maniera più adeguata un argomento. Raramente, nel mio caso, si interviene per punire, più frequentemente si interviene per premiare un comportamento positivo. Considero i miei alunni come se fossero figli miei, li tratto senza distinzioni e sento che loro avvertono l’empatia di cui sono capace. Ora, di punto in bianco, il 5 marzo scorso ho scoperto, con inspiegabile sgomento, di non poter ritornare a scuola a compiere il mio dovere. Immaginate di essere persone estremamente abitudinarie, di compiere lo stesso tragitto anche stradale, con le stesse procedure per tantissimo tempo, di essere sempre presenti ad un dovere (piacevole) e scoprire ad un tratto che non è più possibile svolgerlo nello stesso modo. Inizialmente, e sfido chiunque ad affermare il contrario, tutti noi docenti abbiamo provato un senso di precarietà, di spaesamento, di abbandono. Occorreva però affrontare la nuova situazione e il nuovo scenario che si originava dalle macerie di un’istituzione che, a causa della promiscuità e dell’impossibilità di far rispettare le distanze di sicurezza previste, poteva essere eccellente luogo e veicolo di contagio. La nuova didattica, definita Didattica a Distanza (DAD), per un primo periodo non è stata resa obbligatoria anche se io, forte di una buona padronanza nell’uso dei mezzi tecnologici grazie ai blog che gestisco, a diversi corsi di formazione e ad una certa caparbietà caratteriale, ho ritenuto di attuarla immediatamente. Ho compreso che occorreva rimboccarsi le maniche e trovare il modo di arrivare ai miei alunni per stabilire nuovamente un contatto, una connessione. La prima emergenza è stata infatti quella comunicativa: farsi vedere, di qui la necessità di presentarsi sempre in ordine, vestita, truccata, farsi ascoltare, spiegare a viva voce, fornire istruzioni didattiche, sostenere e motivare a distanza i miei studenti. Ho tre classi, una prima, una seconda e una terza classe di scuola secondaria di primo grado, in cui insegno italiano. Immediatamente dunque, rispettando il mio orario di servizio e la successione giornaliera delle discipline che insegno (grammatica, antologia, epica, letteratura, latino), ho fissato il nuovo orario che avrei rispettato. Ho eliminato solo la prima ora e la sesta perché il buon senso mi suggeriva di fare in questo modo. La decisione in effetti era quella giusta perché in seguito è stata confermata dalla mia dirigente durante il primo Collegio dei Docenti che abbiamo tenuto in videoconferenza su Zoom. La scuola in cui insegno non aveva attivato la Google Suite, una piattaforma di applicativi Google con cui creare classi virtuali, effettuare videolezioni in sincrono con gli alunni e tanto altro. Così ciascun docente si è attivato a suo modo, secondo il proprio spirito di iniziativa, le proprie competenze tecnologiche, il proprio intuito. La classe docente come tutte le categorie è variegata, però ciascuno, a suo modo, ha cercato di stabilire un contatto con i suoi alunni, con Whatsapp, Skype, Telegram, Google Suite, diffondendo il proprio numero di telefono e rinunciando spesso alla propria privacy. Posso dire che è stato bellissimo rivedere i miei alunni e sono certa che anche loro abbiano apprezzato lo sforzo di noi insegnanti. Ho creato o fatto creare diverse chat di Whatsapp per ristabilire la connessione con i miei alunni, il problema da risolvere però era quello di organizzare delle videolezioni. Dapprima ho utilizzato Google Hangouts che sembrava uno strumento valido, bastava che i ragazzi lo installassero sui loro telefonini o computer e che accedessero tramite un codice che io avevo generato e che inviavo loro su Whatsapp. Dopo le prime due lezioni però, quando cominciavano ad affacciarsi tutti i miei alunni, ho scoperto che la linea supportava solo una decina di alunni. Successivamente dunque ho preferito usare Skype con cui mi sto trovando benissimo. I tempi della DAD sono più stretti rispetto alla lezione classica, per cui si selezionano ulteriormente i contenuti significativi e si propongono compiti di realtà mirati per permettere il raggiungimento di determinate competenze. È stato dunque ripensato tutto il nostro modo di fare didattica. Dalla classe tradizionale con cattedra sulla pedana, lavagna d’ardesia, carte geografiche appese, si è passati alla classe aumentata con l’introduzione di Lim, portatili, tablet, registri elettronici, ebook per giungere alla classe liquida, esplosa, provvisoria, di questa lunga quarantena, secondo la definizione di Bauman applicata alla società contemporanea. Certo è che il lavoro sommerso è aumentato ulteriormente, perché occorre ancora più tempo per preparare lezioni, caricare allegati, materiali, registrazioni audio, link da visionare, correggere i compiti che i ragazzi ci inviano a tutte le ore del giorno e della notte. Molte famiglie si sono trovate in difficoltà perchè non tutti possono usufruire di computer e di giga per le connessioni. A questo proposito, la scuola ha fornito computer in comodato d’uso e perfino giga nei casi di difficoltà, inoltre ha attivato la Google Suite di cui, a breve, scopriremo tutte le potenzialità. Un’ulteriore conferma però l’ho avuta: i ragazzi responsabili e propositivi lo sono anche in tempo di DAD e quelli più sfaticati e meno volenterosi lo sono ancor di più. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

Siracusa 31 marzo 2020

IL SILENZIO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Una cosa strana che non riesco a spiegarmi è il silenzio. In questo mondo urlante di sgomitatori da palcoscenico. Narcisi scalmanati, tuttologi, fidanzatine e virago, bulletti, trascinatori, ganzi, stronzi, casanova. C’è stato per molti giorni un grande silenzio. Io non parlo di adesso, ma di prima, di quei giorni immediatamente precedenti e immediatamente successivi a quando Giuseppe Conte la prima volta parla alla Nazione della necessità di provvedimenti restrittivi. Ve lo ricordate? Non dice praticamente niente. Non spiega. Non giustifica. Non anticipa. Convoca tutti istituisce le zone rosse, ha una faccia indefinibile tra “Cosa posso dire?” e “Devo farlo perché devo farlo” e niente. Solo ringraziamenti al personale medico, operatori sanitari, medici, ministro della salute. Lascia la parola al Ministro della salute, il quale a sua volta non fa che ringraziare. Il Governo è stato il primo portatore del grande silenzio. Dal silenzio comprendo la gravità del problema. E il silenzio dominava anche qui su facebook, sempre così pronto a farmi sapere di tutto, prima dei notiziari, prima che abbia il tempo di leggere i giornali. Silenzio. Sembrava che il coronavirus avesse tutta la sua gravità di problema nel silenzio. Una sospensione panica, un senso d’attesa prima della catastrofe. Il mondo che girava intorno costretto a fermarsi a forza di decreti. E poiché la morte non giungeva alle nostre porte, anche abbastanza incomprensibilmente. C’era chi urlava ch’era stupido tutto ciò che l’infezione da Coronavirus era solo una banale influenza e, siccome gridava, sembrava più vero del silenzio. O meglio sembrava silenzio anche l’urlo. Tutto intorno si chiudeva in isolamento, contenimento, distanziamento sociale. Come nei film prima di un attacco quando si blinda l’astronave. Scudi protonici. Barriere respingenti. Si fa buio, le paratie scorrevoli in un clangore metallico serrano i boccaporti. Perché tutto tace? Possibile che dentro gli ospedali nessuno senta il bisogno di raccontare, i parenti, gli amici? Dove sono gli ammalati? E dove sono tutti questi morti? Dovranno forse venire? Quanto si espanderà il male? Chi è contagioso il vicino, il parente, il passante? Da dove giunge l’attacco che può essere fatale? È veramente giunta la mia ora? Forse erano queste le domande che aleggiavano sospese. Un grumo di interrogativi. Il missile appena partito non si sa dove va a colpire, ma gli osservatori con gli strumenti giusti sanno in anticipo qual è l’obiettivo. E anche qui ben presto si capisce che il cuore ferito dell’Italia infetta è lombardo. Quel cuore s’incendia di fuoco e di dolore. E via via altrove altri focolai, ma almeno finora non con quella virulenza. Schegge infuocate dappertutto. Poi al silenzio è subentrato un gran parlare. Tutti parlano della pandemia, statistiche decessi, effetti sull’economia. Ancora adesso siamo dentro l’analisi, l’informazione, il racconto. È il modo con cui il mostro si affronta, si esorcizza. Si comunica e perciò si metabolizza. Non siamo più sull’orlo dell’abisso ma dentro l’occhio del ciclone e perciò consapevoli, che, se anche sconquassati, il vortice ci sputerà.
E nel gran parlare che si oppone al silenzio precedente c’è tutta l’ansia accumulata, il dolore introitato, l’impegno dei professionisti, la lotta strenua degli operatori, il nostro essere umani, ancora più umani, ancora più fragili, estremamente simili. Bambini arraffoni e inconsapevoli. Carenti di pace interiore.

La Pasqua di Angelo Maria Ripellino

 

La pigrizia di Cristo che si sveglia dal sepolcro,
la sua sghemba goffaggine di orso ferito,
il suo stiracchiarsi dal sonno, e la testa
pesante come quella di un infermo,
portato a un concerto dopo mesi di letto.
I suoi occhi intrisi di nera muffa,
le braccia sottili come lunghissimi ceri.
E un giornalaio che strilla: «Mala Pasqua»,
l’albagía dei badchónim e dei gavazzieri,
che cantano la storia della sua morte,
e venditori che spacciano i suoi santini,
i chiodi e il legno della croce, e la rossa garza
che coprí le sue fístole,
e il bàlsamo e i lini.
La nausea di perdonare, di fingersi forte,
la nausea di essere Cristo,
fratello di Lazzaro.

La poesia di Angelo Maria Ripellino è stata oggetto di commento su questo blog qui

5 #cronacheincoronate

Tag

Prosegue il racconto dei giorni vissuti al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  i link agli altri post delle cronache incoronate precedenti. Hanno raccolto l’invito a contribuire con proprie cronache Anna Maria Bonfiglio e Deborah Mega. Il loro racconto è pubblicato qui a seguire.

Vi ricordo che chiunque può proporre al blog Limina mundi (liminamundi@gmail.com) il proprio vissuto di questi giorni di epidemia e contenimento. Il turbamento, lo stravolgimento, il dolore ma anche lo spirito di resistenza, di reazione, e, talvolta il sorriso, nonostante tutto. Un modo per stare vicini, per allontanare la paura, per esorcizzarla. 

CRONACHE INCORONATE

CONSIDERAZIONI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI DEBORAH MEGA

Sembra di rivivere i tempi del diluvio in attesa di lanciare la colomba che non torni ad indicare che la Terra è divenuta nuovamente vivibile. Attraversiamo un momento di panico e di grande difficoltà a causa del dilagare di un virus di origine sconosciuta. Ha un nome regale, Coronavirus, che fa pensare a monarchi e regine dai vestiti sontuosi, ma che abbatte, in modo terribile e a volte irrimediabile, fisici e coscienze. Non ho mai vissuto un evento simile, i miei mi hanno sempre raccontato della Spagnola, un’altra pandemia influenzale responsabile di elevata mortalità che, dopo la grande guerra, tra il 1918 e il 1920, uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo. E ora, anche noi, per non farci mancare niente, stiamo conoscendo un’influenza fortemente infettiva ma democratica, talmente potente da uccidere e, nel migliore dei casi, da cambiare le nostre abitudini di vita. Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, una miriade di particelle virali potrebbero diffondersi nelle vicinanze. Ecco dunque la necessità di mantenere la distanza di sicurezza e di evitare il contagio restando in casa, fra le mura domestiche di cui tra poco assumeremo il colore. Non dovremmo neanche lamentarci perché non siamo in trincea, abbiamo tempo e cibo a volontà, libri che non abbiamo mai il tempo di leggere, abbiamo internet, piattaforme di didattica a distanza per dimostrare che, oltre a tutto il resto, siamo anche docenti tecnologici. Ma c’è uno strumento che è diventato più necessario di qualsiasi altro: la mascherina. Mi viene in mente la coppia Sordi/Vitti in Polvere di stelle quando si esibivano nella loro canzone d’avanspettacolo Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! Il nostro attuale oggetto di culto è diventata la famigerata mascherina, divenuta più necessaria del pane e del profilattico, uno dei dispositivi di protezione individuale su cui c’è anche chi specula, approfittando del momento di panico generalizzato. Mentre ci aggiriamo come zombie, da una camera all’altra, l’incertezza è divenuta una condanna mentre la noia, di questi tempi, è la cosa migliore che ci possa accadere. Attendiamo che si esauriscano i giorni della quarantena e potremo tornare ad abbracciarci con affetto sincero o con ipocrisia neanche troppo celata, passerà questo momento e torneremo ad inquinare ambiente e rapporti con la solita bastarda indifferenza. Andrà tutto bene. #andràtuttobene

CRONACHE INCORONATE

IL RACCONTO DI ANNA MARIA BONFIGLIO

Il giorno che presi coscienza del fatto che Covid19 aveva raggiunto l’Italia fui presa da uno di quegli stati di ansia che mi assalgono quando mi accade qualcosa che non posso controllare. Era un sabato e la televisione mandava le immagini di una gran folla di gente che lasciava la Lombardia per scendere verso il sud. Andai a letto agitata e nel mezzo della notte mi svegliai con il respiro che mi stringeva il petto: cosa ci aspettava, cosa “mi” aspettava, ero sola, se fossi stata male chi mi avrebbe aiutato dal momento che nessuno poteva raggiungermi? Provai a praticare per qualche momento una sorta di training autogeno e a poco a poco l’ansia si acquietò e potei riaddormentarmi. Al mattino mi svegliai con la preoccupazione di trovare un modo di organizzarmi per poter sopperire a tutte le necessità della vita di ogni giorno. Avvolsi una sciarpa attorno al collo e mi diressi in quella specie di bazar situato vicino casa per procurarmi il gel disinfettante per le mani, i prodotti igienizzanti per la casa, i guanti e le mascherine. Adesso si presentava il problema della mia collaboratrice domestica: avrebbe potuto e voluto continuare a venire? Ed io ero sicura di volerlo? Non ne ero sicura ma ne avevo bisogno, e il dubbio mi tormentava. Il giorno dopo Patrizia si presentò come ogni martedì ed io, confesso, mi sentii sollevata, igienizzò tutto e mi assicurò che lo stesso aveva fatto a casa sua e nella sua auto. Dieci anni di collaborazione mi davano fiducia nella sua correttezza e dunque il primo passo verso una pianificazione del nuovo corso di vita era fatto. Adesso bisognava pensare all’approvvigionamento delle derrate alimentari. Il mio supermercato di riferimento per due giorni fu telefonicamente irraggiungibile, dopo tentativi multipli riuscii a contattare la responsabile, con la quale avevo da tempo ottimi rapporti, e con lei stabilimmo le modalità per poterci mettere in comunicazione e farmi consegnare la spesa a domicilio. Sopraggiungeva ora il problema di accogliere adeguatamente il rider; mascherina io e mascherina lui, guanti io e guanti lui, pos per la carta bancomat, sacchetti sulla soglia di casa e amen, era andata. Non so in grazia di che cosa, ma dopo quel momento ebbi la sensazione che si fosse squarciato un velo e che finalmente potessi vedere la limpidezza del cielo. Quello che mi accadde però fu di cancellare dalle mie abitudini la cura del mio aspetto esteriore: abituata a vestirmi convenientemente e a truccarmi anche se restavo in casa, mi ritrovavo senza alcuna voglia di perpetuare le mie abitudini, anzi evitavo lo specchio e mi sentivo carica di tutti i miei anni come non mi era fino a quel momento successo. Non leggevo, non scrivevo, rifuggivo tutta la retorica mediatica e naturalmente non vedevo nessuno, essendo i miei familiari residenti in altre città e alcuni proprio in Lombardia, cosa che mi inquietava parecchio. Così passarono sei settimane e mezzo.
Il 5 aprile, Domenica delle Palme, seguii in tv la celebrazione della Messa a San Pietro, vidi la stanchezza e la tristezza nello sguardo spento del Papa, e la desolazione di una cerimonia che improvvisamente cancellava gli sfarzi e le folle. Eppure Francesco era lì e ci parlava, mestamente, dolorosamente, stava nella sua parte. Pensai che era quello che dovevamo fare tutti e decisi che dovevo sterzare, lasciare la trazzera che avevo infilato e rimettermi sulla carreggiata principale. La mattina dopo mi lavai e mi acconciai i capelli, mi truccai e indossai un maglione rosso granato, poi accesi il cellulare e registrai un video: “Oggi ho deciso di dare una svolta alle mie giornate”. In quel momento realizzai che avevo vissuto un “lutto”, la perdita di qualcosa di immateriale a cui non sapevo attribuire un nome e, per l’ennesima volta nel difficile cammino della mia vita, sperimentai le risorse inimmaginabili dell’essere umano, creatura camaleontesca che riesce a trovare la pelle giusta per adattarsi e sopravvivere.
Ce la faremo.

Siracusa 29 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE VIDEOCHIAMATE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS DI LOREDANA SEMANTICA

Ieri mentre pulivo il viale che attraversa il giardino (più viale che giardino) arriva una chiamata. Al rientro mi avvisa mio figlio (nonricordoqualedeidue) “Mentre eri fuori ha squillato due volte il telefono” ed io “Ma perché non mi avete chiamato?”. Controllo la rubrica e vedo che il chiamante è un mio collega pensionato che conosco da una vita. Gli mando un messaggio WhatsApp “Come stai Gaetano? Noi qui tutti bene”. Avevo appena finito di scrivere il messaggio che arriva una sua videochiamata. Rispondo e lo vedo sullo schermo. “Ciao, Gaetano, come va?” E lui ” Ciao, ma perché prima non hai risposto?” Ora c’è da dire che io e il collega ci stimiamo a vicenda, io in particolare apprezzo di lui la franchezza, ma non c’è poi tutta questa gran frequenza e credo di essere libera di farmi la doccia, non sentire lo squillo, avere letteralmente le mani in pasta o stare in giardino a spazzare il viale, senza per questo dover dar conto a chi mi chiama al cellulare. Credo. Ma Gaetano è così, se ha da farti una domanda che per risposta meriterebbe “ma sono pure fatti miei!” te la fa. Ovviamente gli rispondo con la verità. Io sono mite e i miti rispondono sempre. Così, mi sembra, il grande Dostoievskij. Gaetano mi dice “Ma non ti vedo, è tutto buio” ed io “Sì, sono in camera mia a luce spenta. Aspetta va che l’accendo” Accendo la luce e mi vedo anch’io nello schermo in un quadratino più piccolo sovrapposto all’immagine di Gaetano. Lui sorride. Io ho i capelli inguardabili, ma la luce dell’abat jour camuffa bene la cosa. Segue normale conversazione di questi tempi assurdi di unità e calamità. La videochiamata mi fa pensare che è un secolo che non vedo sorelle e mamma. Appena chiudo con Gaetano, via WhatsApp, coinvolgo tutte in una chiamata via skype per le 15 di oggi. E la chiamata si svolge. Possiamo vederci un po’ in faccia, raccontarci questi giorni strani, come ci siamo organizzati, che stiamo facendo un po’ tutti in famiglia. Mia mamma girovaga nella stanza da pranzo da dove è collegata la mia sorella minore. Ogni tanto infila la testa dentro al pc, non credo veda granché, non credo abbia capito molto, ma almeno l’ho vista. E così pure le mie sorelle. Cioè loro hanno capito, ma così le ho viste. Oggi appena prima di accingermi a mettere giù questa cronaca, ho pensato che, passata questa epidemia, delle persone insopportabili diremo “Mih è peggio del coronavirus!”. Lo so non c’entra niente con tutto il resto, ma volevo dirlo per prima, come se fossimo già oltre…

Tutto andrà bene.

4 #cronacheincoronate

Tag

Proseguo il racconto dei giorni al tempo del coronavirus. Un’iniziativa del blog proposta qui. In calce a quel post di presentazione  il link agli altri post contenenti le cronache dei giorni precedenti.

Siracusa 21 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA POESIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La poesia al tempo del coronavirus non c’è. Leggo quella degli altri. La mia s’è fermata. Per me è come se tra la superficie e il profondo si fosse interposta una lamina. Non so se sia ansia, bisogno di fare, disordine in giro, disinfettare. La poesia sgorga, quando c’è. Ha un che di naturale. Nel silenzio, ma non solo, nel bisogno di espandersi, come pasta lievitata, viene fuori da una zona misteriosa, irraggiungibile da una coscienza lucida. Quella zona potrei chiamarla forno, ispirazione o forse camera oscura. Ecco. C’è un disturbo della camera oscura. Non è luce che abbaglia. Non è ombra. E’ che le profondità si sono appartate. Non immergo il mio pensiero nel fiume carsico che le percorre. La mia coscienza ora vuole essere presente a se stessa. La comunicazione allora risale in superficie. La prosa è la forma più adatta per dire il passo del tempo. Sto parlando ai bambini. In fondo. Ora come allora sono un essere di questo mondo, non poeta o veggente, non etereo o santo. Nemmeno tanto eremita. Ora devo essere vigile. Captare i segnali di pericolo. Tenere a mente le scorte. Fare la spesa alimentare. Rapportarmi in un modo nuovo col lavoro. Leggere il mondo nelle sue notizie e percepire l’andamento dello sconvolgimento. Tenere d’occhio i monitoraggi della protezione civile. Il dato più forte è il numero dei morti. Numeri che dietro hanno anime e respiri. Attendo un segnale. Un segno meno tra le differenze di oggi e di ieri. Nemmeno uno zero nei grandi numeri. Nemmeno una volta. Figuriamoci il segno meno quando arriverà. Tutto dipende dal tempo e dalla resistenza consapevole e forte dei miei connazionali. Irrigidirsi come a una chiamata militare. Siamo tutti soldati della propria e altrui salute. Niente caccia alle streghe solo fermezza, far lavorare il cervello. La poesia può aspettare…

Siracusa 24 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA NOIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La noia non è mai – o quasi mai stata – nel ventaglio dei miei sentimenti. Non me ne voglia Moravia, se la noia mi è aliena, forse vi sono talmente immersa che neanche me ne rendo conto, in virtù di spinte interiori mai sopite ormai insisto pervicace per abbrivio, inseguendo sogni che tento di inverare. Certo però che non capisco, di più, compatisco quei giovani che sono pervasi dalla noia. Seduti ai tavolini del bar a consumare l’esistenza. Non intendo sindacare il desiderio di aggregazione tra giovani che è normale, bensì lo sguardo vacuo e senza vitalità di certe figure annoiate che vivacchiano senza slanci. La noia non esiste. Non esiste al tempo del coronavirus e neanche in altri momenti. Parlatemi di stanchezza, depressione, avvilimento, tristezza, malinconia. Parlatemi di entusiasmo, energia, volontà, progettualità, organizzazione, curiosità. Parlatemi di sconfitte, di vittorie, di lotte. La noia non esiste. E anche se dico mi annoio è solo una scusa per sfuggire a qualche obbligo poco gradito. Mi annoio perché devo fare altro, altro che, ovviamente, non mi annoia. Riesco a volte a provare noia vicino a persone che non mi piacciono. Allora evito accuratamente le persone che non mi piacciono. Un altro caso in cui mi annoio è quando le persone che amo, quelle di cui mi circondo, mi invitano a un’attività non gradita. Ed io per amor loro mi lascio convincere. Monopoli ad esempio o Risiko. Sono coerente, giocare non fa per me. Vabbè qualche gioco con le carte da gioco un po’ mi avvince, sia con le carte francesi che con le siciliane, ma senza esagerare, massimo due tre ore, poi soccombo. Insomma al tempo del coronavirus niente noia, nonostante l’obbligo di stare a casa, il giorno vola, la notte sorprendentemente dormo. Probabilmente stare a casa, risponde al mio bisogno più segreto, accantonato a lungo, ora assecondato. Tra le cose che ho avviato c’è questa rubrica di Cronache incoronate. Ho fotografato i miei quadri, elaborato le foto. Ho aperto un negozio virtuale delle mie opere e ne ho curato le presentazioni. In mente altri tre pannelli decorativi da realizzare. Ho pronte le foto per tre nuove ricette illustrate per la mia pagina IN NUCE, devo caricarle e scrivere i testi. Per l’ambito professionale sto sperimentando lo smart working, chiedendomi se avro’ la possibilità di optare per questa modalità anche dopo la fine dell’emergenza… In sintesi ho continui progetti che metto in cantiere e porto avanti, avendo sempre la sensazione che il migliore (progetto, periodo, soddisfazione) debba ancora venire. Sul fronte epidemia le cose vanno non tanto bene. Qui qualcuno comincia a morire, sempre più vicino, temo che il cerchio possa stringersi, prima che in Sicilia si spenga il contagio. E’ impressionante il modo in cui questa malattia piomba addosso e in pochi giorni rubi una vita. Aspettiamo la liberazione. Non possiamo arrenderci. Mai smettere di credere.

Tutto andrà bene.

Siracusa 27 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LE MANCANZE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Cos’è la prima cosa che farai finita l’emergenza? Leggo qua e là amici che lo chiedono. Ecco la domanda è intrigante. Permette di sognare. Ne abbiamo bisogno, specie adesso che cominciamo a dubitare. Stimola il desiderio. Sesso rispondono alcuni. Altri prendere l’auto e via on the road, una corsa folle, un viaggio tanto desiderato, riunirsi con gli amici, una festa, una sbornia, andare a cena fuori…a me manca di poter abbracciare i miei figli. Sono già a casa da dieci giorni consecutivi è difficile che io possa contagiarli, ma sono loro a temere di poter trasmettere il contagio. Magari essendo asintomatici. Sanno che i giovani se la cavano meglio e non vogliono mettere a rischio noi genitori un po’ datati. Per cui in linea di massima manteniamo la distanza di circa un metro gli uni dagli altri anche in casa. Ognuno poi ha scelto la sua zona di stazionamento e conviviamo. Serenamente. Il mio piccolo sostiene che dieci secondi di abbraccio trasmettono energia positiva. Sarà quell’energia che mi manca, l’energia della tenerezza, l’affetto che vivifica. Vorrei una tregua almeno. Per due minuti il virus sospende l’attività, trattiene il respiro, si astiene dal contagio. Il tempo di un abbraccio e poi di nuovo sul fronte. Per armi pazienza, speranza, resistenza. Mascherina ed amuchina.

Tutto andrà bene (forse)

3 #cronacheincoronate

Questa quarta, quinta e sesta cronaca, precedute da prima seconda e terza cronaca, già pubblicate qui lo scorso giovedì, danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog con questo post. 

Siracusa 16 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LA CENA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Crescono poco i casi in Sicilia. È un sollievo. La sanità siciliana non reggerebbe un impatto analogo a quello lombardo. È forse già un segno dell’efficacia del contenimento. Questo mi permette di dedicarmi alla cena più serenamente. I miei ragazzi sono a casa. In altri tempi spesso, per non dire sempre, sono fuori tra studio e amici. Stasera per cena avevo in mente di sfruttare cinque morbidoni che occhieggiano dalla busta del pane. Soffici, fragranti, cosparsi di sesamo, mi hanno ispirato il mio panino top. Pomodoro, uova sode a fette, maionese e cipolletta fresca a pezzetti. Semplice e godurioso. Poi ho ricordato che in frigo c’era qualche fetta di pollo ed ho diversificato. Pollo arrosto a pezzetti, provola e provolone fusi, ketchup, maionese. La ricetta è copiata dai paninari. Il formaggio dovrebbe essere lo svizzero, ma i supermercati chiudono alle 18, non c’è modo di comprarlo. I panini a cena hanno successo. Mio figlio maggiore “però però mamma, niente male” ed io ” sono meglio dei paninari?” risponde il minore ” insomma, mamma, adesso non esageriamo” . Cari paninari, sono a buon punto per il sorpasso. Intanto mi godo i miei figli a tavola. Si parla. Si sta bene insieme. Al tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene

Siracusa, 18 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

CUCITO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi ho avuto poco tempo per qualunque cosa. Sono stata impegnata a cucire dieci mascherine protettive. Le mascherine ormai sono una merce rara e costosa. Qualche paese ce le sequestra, qualche paese ce le regala, ma quelle che arrivano sono destinate ai sanitari. Intanto le scorte di casa nostra si stanno esaurendo. Mio figlio ha provato ad acquistarle in internet. Provenivano dalla Cina e i tempi di consegna erano lunghissimi. Ho deciso di cucirle io. Per modello ho usato una mascherina chirurgica usa e getta, per tessuto una tela riciclata. La tela di cotone doppio e fitto era stata confezionata in una federa di cuscino che per anni e anni ha contenuto piume. Qualche mese fa in una gigantesca opera di riordino degli armadi le piume sono state trasferite in altri cuscini e la federa, lavata a temperatura di 90°, era stata messa tra i tessuti disponibili per migliori usi. Questo è il tempo in cui serve. Ho ricavato dalla federa otto quadrati di circa ventidue centimetri per lato. A destra e sinistra, dopo una passata di punto zig zag, ho rimboccato l’orlo e l’ho fissato col punto dritto. In alto e in basso ho rimboccato il lembo per mezzo millimetro e poi, in basso l’ho rimboccato nuovamente per un altro mezzo millimetro, fissando l’orlino così creato col punto dritto, in alto invece, ho rimboccato il lembo ancora per circa un centimetro creando così un orlo più alto, fissato sempre a punto dritto. A questo punto ho formato tre pieghe nella parte centrale della mascherina, e fissato le tre pieghe a destra e a sinistra con un tratto di punto dritto. Le pieghe sono cucite solo agli estremi perché al momento che si indossa la mascherina devono potersi aprire per accogliere la sporgenza del naso e della bocca. Dentro l’orlo alto con l’aiuto di una spilla da balia, ho passato un elastico, circa 55 centimetri di lunghezza, lasciandolo pendere a destra e sinistra. Questi estremi vanno fissati con punti forti a mano agli estremi dell’orlo in basso. Si formano degli anelli che indossando la mascherina vanno posizionati dietro le orecchie, trattenendo la mascherina aderente al viso. L’orlo in alto sta sul naso, l’orlo più sottile in basso sta sotto il mento. Finite le mascherine ho bollito l’acqua e le ho messe a bagno nell’acqua bollente con un po’ di detersivo. Adesso devo andare a sciacquarle e stendere perché si asciughino. Domani le stiro. Domani devono essere pronte. Domani è ancora il tempo del coronavirus.

Tutto andrà bene.

ps. le altre 2 mascherine delle 10 cucite oggi le ho confezionate in altro modo

Siracusa, 20 marzo 2020

CRONACHE INCORONATE

LO SMART WORKING AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La mia azienda in tutta fretta ha messo su un bell’apparato per lo smart working. Con lo smart working o lavoro agile un po’ si lavora a casa, un po’ in azienda. Di questi tempi a casa e basta. Io sono stata resa operativa ieri sera. Ovviamente ho rinviato a stamani ogni connessione. Quando ho provato stamattina tutto ha funzionato perfettamente. Oh meraviglia! In remoto sul mio affollatissimo desktop. Come sempre, nelle cose che mi piacciono e mi sorprendono, mi ci sono buttata a capofitto. Dopo 5 ore di lavoro avevo un freddo cane e la schiena a pezzi. Non mi ha salvata neppure il the caldo che avevo sorseggiato mentre lavoravo. Ho dovuto far ricorso alla mitica vestaglia turchese supercalda. Preparando il pranzo la situazione è migliorata. Dopo pranzo ho realizzato che non era un fatto di immobilità, mancanza di riscaldamento o primi segni del contagio, bensì un cattivo rapporto sedia piano di lavoro. Come un bravo datore di lavoro di me stessa ho migliorato l’ergonomia della postazione. Ho preso una sedia più alta e con i braccioli, l’ho rialzata fino a che seduta il gomito fosse in linea con la tastiera. Sotto i piedi una bella pedana di fortuna: una solida scatola di legno grezzo. In verità, anche se dico di aver fatto tutto io, si è premurato mio figlio minore, ma mi piaceva spacciarmi per autocrate autosufficiente. Insomma una bella esperienza, entusiasmante, non ho ancora deciso se preferibile al lavoro sul posto. Intanto sono potuta andare in bagno ben tre volte. Nel mio bagno. Anche questo è un vantaggio dello smart working.

Tutto andrà bene

Loredana Semantica

2 #cronacheincoronate

Questa prima, seconda e terza cronaca danno seguito all”iniziativa proposta su questo blog qui.

Siracusa 14 marzo 2020

LA SPESA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata a fare la spesa. Da sola. All’ingresso breve fila di pochi minuti. Un uomo con la mascherina dava l’ok per entrare. Decido d’essere veloce. Prendo ciò che so che ci piace, un’occhiata rapida alla data di scadenza, nessuna al risparmio.
Nei corridoi tutti ci teniamo lontani gli uni dagli altri, se il corridoio è occupato, giriamo al largo, se qualcuno perde tempo a scegliere andiamo altrove.
Due vecchiacci che facevano la spesa, un uomo e una donna, senza mascherina e senza paura, mi tampinavano. Sorvolavano a meno di un metro dal mio passo, incrociavano la mia traiettoria, spingevano i carrelli ad intralciarmi. C’è mancato poco che li falcidiassi. Alla salumeria una linea teneva distanti gli acquirenti dal bancone, la fila era coi numeri e sparpagliata. I salumieri raccomandavano “distanziatevi, siete troppo vicini”. Ho rinunciato all’affettato fresco, tutto preconfezionato. Alla cassa la cassiera aveva la mascherina. Mi sono sentita sollevata. Starnutisce. Ho insaccato tutto sono uscita con due buste. Le più pesanti che abbia mai portato. Arrivo a casa. La maglia è zuppa. Stamani spalla sfilata.

Tutto andrà bene.

Siracusa sempre 14 marzo 2020

GLI SMARRIMENTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Ieri sono andata al lavoro. Al rientro cerco in borsa le chiavi per aprire la porta di casa. Non trovo le chiavi. Suono al citofono e mi faccio aprire. A casa nei posti dove le lascio di consueto nessuna traccia di chiavi. Non sul tavolo, non sul “buzzolo” di marmo vicino alla finestra, nemmeno negli svuotatasche dell’ingresso soggiorno. Vuote le tasche di giacca e giubbotto usati in questi giorni. Chiamo il collega, mi controlli se nella stanza ho lasciato le chiavi. Non ci sono sulla sedia, non nell’armadio nemmeno sulla scrivania. Verifica telefonica fallita. Quale ghiotta occasione per i miei di infierire col gusto di sparare sulla perfezione. Il miglior commento quello di mio marito “ti dovrò togliere le chiavi di casa”. Come un flash mi torna alla memoria che in centro parcheggio ho fermato la macchina, aperto lo sportello e mi sono tolta la giacca per il caldo, la primavera sta arrivando. Vuoi vedere che in quel momento dalla tasca della giacca sono cadute le chiavi ? Afferro borsa giubbotto e chiavi della macchina, ritorno al lavoro. Il pensiero ondeggia tra “dove ho perduto ‘ste chiavi?” e “che caspita racconto a un controllo della polizia?” Il dubbio che perdere le chiavi sia uno stato di necessità. Per me lo è: quando perdo le chiavi, sto perdendo la testa. Mi fermo al parcheggio. Passo in rassegna ogni metro quadrato. Ripercorro la strada che ho percorso uscendo dal lavoro, con gli occhi fissi all’asfalto. Nessuno sbrilluccichio di conforto. Chiavi smarrite. Mi arrendo. Torno a casa. Entro in camera da letto. La maglia zuppa. Prendo la vestaglia turchese di ciniglia supercalda . Nella tasca c’è un peso. Forse…vuoi vedere. Le chiavi, nella tasca destra, ce le avevo messe ieri.

Tutto andrà bene.

Siracusa 15 marzo 2020

LE PULIZIE DI CASA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Domenica a casa. Di mattina sono piena di energia. Dopo colazione decido di fare pulizie. La veranda chiusa a vetri è inguardabile. Tutta appannata. Mi armo di un bastone telescopico che avevo comprato in tempi migliori proprio allo scopo. È dotato di un terminale largo e piatto, molto snodabile. Nel secchio circa cinque litri di acqua . Scarto l’alcool denaturato come prodotto per la pulizia. L’alcool è prezioso. Sebbene lo usi abitualmente, preferisco riservarlo a migliori impieghi. La disinfezione delle superfici o delle mani ad esempio. Scelgo un prodotto fortemente sgrassante a base di ammoniaca. Chissa l’ammoniaca che effetto fa ai virus. Dovrebbe essere dirompente. Ciò che sgrassa li distrugge. Uso un panno in microfibra blu. Lo bagno nell’acqua saponata, lo strizzo, lo appoggio al terminale piatto del bastone telescopico e pulisco le vetrate. Il panno tende a cadere. Lo fisso alla base piatta del bastone con due elastici. Il sistema risulta ingegnoso. Funziona. Cambio l’acqua quando si intorbidisce. Sono molto soddisfatta di come procedono i lavori. Ad un tratto spingendo più in alto lo sguardo mi accorgo che sul lato esterno della vetrata c’è una chiocciola. Lo sapevo già ch’era lì. C’è da tempo. Ha scelto quel luogo per svernare. Il suo letargo si compie tre metri sopra il disimpegno che da sempre fa da cuccia al cane. Due esseri viventi in un parallelepipedo con pareti in vetro e muratura e un lato aperto sul giardino. Si fanno compagnia. Probabilmente la notte hanno un respiro armonico. Decido che quando arriverò a quel punto, circumnavighero’ col panno blu la chiocciola. La lascerò al suo posto. A dormire finché vuole. La primavera è vicina. La pulizia può aspettare. Penso che il premier inglese non sarebbe d’accordo. Dobbiamo abituarci a dire addio ai nostri cari. Ad una chiocciolina il minimo che dovremmo fare è fracassarle il guscio e pestarla sotto i piedi. Non sarei una buona inglese. Viva l’Italia.

Tutto andrà bene.

Loredana Semantica

la chiocciolina in letargo. F.to Loredana Semantica

“la chiocciola in letargo” foto di Loredana Semantica

1 #cronacheincoronate #andràtuttobene

by Kamil Vojnar

Cari amici, è tempo di Coronavirus. “Una cosa seria” come dice il governo, che non solo oggi rischia di ucciderci o mandarci in terapia intensiva, ma che è probabile, dico io, domani inciderà sugli equilibri politici e l’economia mondiali. Questi momenti, in cui un intero Paese, vivo e produttivo come l’Italia, si ferma, resteranno nella storia, i nostri scritti di oggi potrebbero testimoniarli domani. Che ne dite di inviare alla redazione del blog i vostri racconti, pagine di diario, lettere, immagini, cronache su ciò che stiamo vivendo? Raccontate un episodio di questi giorni vissuti tra: “io resto a casa”, strade deserte e famiglie riunite. Con un po’ di humor se vi riesce, quel tanto che basta ad alleggerire lo spirito. Le potremmo chiamare Cronache incoronate. Mandate i vostri contributi alla casella liminamundi@gmail.com oppure postateli nei commenti al post, sotto gli hashtag   #cronacheincoronate #andràtuttobene.

L’intervista a Viviana Viviani: Se mi ami sopravvalutami

Tag

, ,

Questa intervista appartiene ad un’iniziativa del blog Limina mundi che intende dedicare la propria attenzione alle pubblicazioni letterarie (romanzi, racconti, sillogi, saggi ecc.) recenti, siano esse state oggetto o meno di segnalazione alla redazione stessa. Ciò con l’intento di favorire la conoscenza dell’offerta del mercato letterario attuale e degli autori delle pubblicazioni.
La redazione ringrazia Viviana Viviani, per aver accettato di rispondere ad alcune domande sulla sua opera: Se mi ami sopravvalutami, Controluna, 2019

1. Ricordi quando e in che modo è nato il tuo amore per la scrittura?

Ho imparato a leggere e scrivere a tre anni, grazie a una madre maestra, e a scuola ero tra i pochi ad essere felice quando c’era il tema in classe. Poi, quando ho scelto di studiare ingegneria, ho smesso di scrivere (ma non di leggere) per un lungo periodo. Credo fosse il mio modo per non sentire troppo il peso di quella rinuncia: renderla definitiva. Ma la passione è rimasta, mi ha seguita come un fiume sotterraneo, e alla fine è riemersa.

2. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? Quali scrittori italiani o stranieri ti hanno influenzato maggiormente o senti più vicini al tuo modo di vedere la vita e l’arte?

Per quanto riguarda la poesia, due autrici in particolare: Wislawa Szymborska e Viviane Lamarque. Credo che dalla sintesi tra la grande intelligenza, la razionalità chirurgica ma densa di emozione della prima, e l’apparente ingenuità infantile, in realtà ricca di consapevolezza, della seconda, potrebbe nascere la poesia perfetta. Ma le tre più belle poesie d’amore in assoluto per me sono state scritte da uomini: “Il minacciato” di Borges, l’amore feroce e ossessivo, “Ho sceso dandoti il braccio” di Montale, l’amore quotidiano e compiuto, e “Scrivo a te donna” di Salvatore Fiume, l’amore segreto, forse solo immaginato.

3. Come nasce la tua scrittura? Che importanza hanno la componente autobiografica e l’osservazione della realtà circostante? Quale rapporto hai con i luoghi dove sei nato o in cui vivi e quanto “entrano” nell’opera?

La componente autobiografica è di certo importante, ma cerco di nasconderla: si rischia sempre di essere noiosi quando si parla troppo di sé. Mi reputo invece una buona osservatrice, soprattutto delle contraddizioni umane. Lavorare in un ambito esterno alla letteratura, quello aziendale, in un certo senso mi aiuta a stare vicino alla realtà quotidiana.

4. Ci parli della tua pubblicazione?

“Se mi ami sopravvalutami” è una silloge poetica, prosastica ma non troppo. Alcuni componimenti usano un linguaggio anche crudo, altri sono più leggeri e non disdegnano rime e assonanze. Parlo spesso di amore, ma anche amicizia, lavoro, tecnologia, vecchiaia, con un occhio particolare alle nuove forme di comunicazione, le chat, i social. Il testo più noto, “Non mandarmi il tuo cazzo in chat”, ne è esempio. Nella prefazione, Franz Krauspenhaar dice che colpisco “i vizi del cuore con un po’ di perfidia tutta femminile”, e trovo sia un grande complimento.

5. Pensi che sia necessaria o utile nel panorama letterario attuale e perché?

Credo sia utile, se non necessaria – ma cosa è necessario? La poesia in generale è quanto di più deliziosamente inutile – in quanto a detta di molti offre uno sguardo nuovo sulla realtà. Nuovo in cosa, non saprei dirlo. Non si inventa mai nulla. Semplicemente è la mia voce, che prima taceva. Molti poeti contemporanei tendono, a mio parere, a far prevalere il suono sul senso, accostando le parole a prescindere dal significato, alla ricerca di una musicalità un po’ fine a se stessa. Io cerco invece di fare una poesia che racconti, se non una storia, almeno una situazione, un’idea. Al tempo stesso rifuggo ogni istinto morale o pedagogico. Mi piace che la poesia abbia qualcosa da dire, senza però la pretesa di insegnare nulla.

6. Quando e in che modo è scoccata la scintilla che ti ha spinto a creare l’opera?

Ho iniziato a pubblicare su Facebook qualche poesia, alcune le avevo lì da tempo, ma la maggior parte sono recenti. Ho visto reazioni positive e ho continuato. Credo che i social siano un grande laboratorio culturale, e un’immensa risorsa di confronto e libertà. Insomma credo che su questo Umberto Eco, pur essendo un grande, avesse torto. Avranno pur dato voce a legioni di imbecilli, ma anche a falangi e testuggini di creativi, spesso di valore, a volte anche geniali.

7. Come l’hai scritta? Di getto come Pessoa che nella sua “giornata trionfale” scrisse 30 componimenti di seguito senza interrompersi oppure a poco a poco? E poi con sistematicità, ad orari prestabiliti oppure quando potevi o durante la notte, sacra per l’ispirazione?

Giorno per giorno, ispirandomi alla vita quotidiana, fuori e dentro i social. Di solito le idee mi vengono di notte, poi butto giù la prima bozza in pausa pranzo e la rielaboro alla sera. Ma perché mi viene spontaneo così. In realtà sono abbastanza pigra e indisciplinata, purtroppo.

8. La copertina e il titolo. Chi, come, quando e perché?

Il titolo è lo stesso di una delle poesie, l’ho proposto io all’editore ed è piaciuto. La copertina è invece completamente dell’editore.

9. Come hai trovato un editore?
Naturalmente su Facebook! Mi hanno contattato loro, non ho dovuto nemmeno propormi. Credevo fossero leggende, invece succede davvero.

10. A quale pubblico pensi sia rivolta la pubblicazione?
Molto eterogeneo, con un picco forse per le donne tra i 30 e i 50, ma ricevo apprezzamenti da entrambi i sessi e da tutte le età.

11. In che modo stai promuovendo il tuo libro?
Principalmente sul web. Stavo organizzando una serie di presentazioni, quando è arrivato il Coronavirus che ha congelato tutto. Spero torneremo presto alla normalità, nel frattempo credo sia il momento ideale per leggere tutti di più. Non solo il mio libro, eh!

12. Qual è il passo della tua pubblicazione che ritieni più riuscito o a cui sei più legato e perché? (N.B. riportarlo virgolettato nel testo della risposta, anche se lungo, è necessario alla comprensione della stessa)

Sono molto affezionata a tutte le poesie della silloge, faccio fatica a scegliere. Ripropongo quella più nota, Non mandarmi il tuo cazzo in chat, e un’altra che amo molto, Il mendicante ha un dobermann

NON MANDARMI IL TUO C@ZZO IN CHAT
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.
Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.
Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.
Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.
Non conosco le risse
dietro le tue cicatrici
e non so se odori più di bosco
di biblioteca o di autogrill.
Non mandarmi il tuo c@zzo in chat
o finirà tra i tanti c@zzi senza storia
che vivono nelle chat
spade di pixel sguainate nel nulla
non voglio sapere la sua solitudine
prima di conoscere la tua.

Il mendicante ha un dobermann

Il mendicante ha un dobermann,
mi guarda mentre dorme
cammino più veloce
sulla strada dell’ufficio.

La collega lavora bene
tra le gambe del direttore,
avrà un contratto migliore
io più lavoro arretrato.

Lui dice che non mi ama
ne ha una più felice
ma cedo alle sue urgenze
quando è stanco di allegria.

La mia amica è buona
mi odia se non piango
per chi annega e brucia
nel TG del pomeriggio.

Il mendicante è un dobermann,
se solo mi avvicino
mi sbrana di pietà.

Un euro a un lavavetri
colpo di straccio al cuore
pulisce anche le colpe
di cui sono innocente.

13. Che aspettative hai in riferimento a quest’opera?

Più che un’aspettativa una speranza, forse persino eccessiva: che scrivere diventi il mio mestiere.

14. Una domanda che faresti a te stesso su questo tuo lavoro e che a nessuno è venuto in mente di farti?

Ne ho ben due!

“A che lettore vorresti arrivare?”

A quello che non ha mai amato la poesia, che dice di non capirla, che la ricorda dai tempi della scuola come qualcosa di pesante. Quello che lavora troppo, che non ha tempo, che non ha voglia, che ha fretta, che però viene catturato casualmente da una parola, un verso, un’idea. Quello che non sa chi sia la Szymborska, ma magari dopo aver letto questa intervista si va a cercare le sue poesie su Google. Vorrei essere un seme.

“E qual è il tuo grande timore?”

Fermarmi qui, come quei cantanti di una sola canzone. E passare alla “storia” come la “poetessa del cazzo”. Il che comunque non sarebbe poco.

15. Quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Hai già in lavorazione una nuova opera e di che tratta? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho in lavorazione una seconda silloge e anche un romanzo. Vi regalo volentieri un inedito. C’è chi dice io sia ossessionata dalla vecchiaia, in realtà trovo sia un tema affascinante e poco trattato, nella poesia e nella letterature in generale.

DA VECCHIA

Da vecchia non ballerò il liscio,
non l’ho saputo fare mai,
non giocherò a carte, non cucirò,
da vecchia mi farò
di botox come eroina,
truccata da vecchia gallina,
da giovane ero bella, dirò.
Da vecchia, mentirò.

Viviana Viviani è nata a Ferrara nel 1974 e vive a Bologna. È ingegnere. Ha pubblicato racconti su varie antologie. Giornalista pubblicista, ha scritto sulla rivista on line LucidaMente e oggi scrive su Pangea News e Hic Rhodus. Nel 2012 è stata finalista del premio Giallo Mensa di Mondadori e nel 2013 ha pubblicato il romanzo “Il canto dell’anatroccolo”, con Corbo Editore, nella collana di Roberto Pazzi. Nel 2018 il suo progetto di scrittura multimediale “Penitenziagite – Un cadavere nella rete”, scritto a quattro mani con l’amico Stefano Machera, è arrivato in finale al Macchianera Awards tra i siti letterari. Ha appena pubblicato la silloge poetica “Se mi ami sopravvalutami” con Controluna – Il seme bianco.

wwayne

Just another WordPress.com site

perìgeion

un atto di poesia

La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

concorsoguidogozzano

Blog della segreteria del Concorso nazionale di poesia e narrativa "Guido Gozzano"

alefanti

parole allo specchio

LIMINA MUNDI

Per l'alto mare aperto

pier maria galli

[è necessario che la poesia divenga un sintomo della realtà]

SOLCHI

Quando verrai, o dio dei ritorni, mi coprirò di rugiada e forse morirò per ogni possibile resurrezione

Di poche foglie

Just another WordPress.com site

larosainpiu

LIT-TLE blog di Salvatore Sblando - since 2007

Incauti Accomodamenti

nel ricordo la strada appare quel poco pietrosa ovunque segni della grande piena primaverile, sempreverdi vari, larici, un labirinto ininterrotto di alberi vivi e morti. Camminavo sola nella polvere gialla, altrove tu raccoglievi pietre e pezzi di plastica per il cuore da dedicare a un’altra

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: