Oggi

… È che comprendo, sebbene non riesca a trasmetterlo. È cupo, seppur diurno, ma questo è: la vita immine. Sono ancora vivo! Come narciso che spira non per il proprio viso, bensì per approfondir l’abisso. E lo si capisce bene, dato che basta un attimo, soltanto uno, un singolo momento, per accorgersi che tutto ciò che è contenuto qui dentro si rivela vano, e un’ardua fatica, vana anch’essa, il suo accumularlo, un solo istante, un singolo momento –dico! – per prendere in mano l’accendino, e dar fuoco a ogni minimo libro abitante quest’umile edificio. La guerra non è che silenzio e triste scempio, in confronto alle grida di gioia che emetterei: come arde! Scadendo il cielo, scandalo di me stesso.

Oggi

La guerra, che comincia ogni giorno dopo, ha sviluppato un collerico collettivo, per il quale la maggior parte degli umiliati, subendo il timore atroce della morte, cerca, qualunque esso sia, un metodo per scampare alla propria scomparsa. Decidono di, in massa, recarsi in Biblio, per consegnare – o come dicono loro: «per donare» – le loro
memorie, le riflessioni personali, i diari quotidiani e tutti quei romanzi che custodivano, gelosamente e pudicamente, nel cassetto del comò di casa, da chissà quanto tempo:
ludica fatica ben spesa dietro a un’utopia. Ho iniziato a rifiutare molte di codeste copie, poiché, oltre a giungermi in numero esagerato – qualcuno è arrivato addirittura a redarre interi tomi consegnandomi una vera e propria collana enciclopedica sulla sua stessa vita –, troppe sono rilegate semplicemente con lo spago o tenute assieme tramite graffette scarse, dimostrando il poco senso al loro interno, come quella di chi ha portato un manoscritto senza un rigo scritto e un valido motivo. Ma quale valore gli attribuiscono?
Loro non comprendono, però, e allora mi fanno trovare, già stamane, davanti all’uscio chiuso della bella Biblio, plichi di fogli e pile di quadernoni parenti protocolli da smantellare, realtà malgrado: son ondate di menti traviate – o subisso, sinonimo di… I maggior scaltri, credendosi poi i minor corti, mi spediscono i pacchi via posta, con i quali allegano pure una lettera di ringraziamento, che è precisazione delle motivazioni di tale scelta. Così, posto in difficoltà, non ho la benché minima possibilità di ridare tutto questo indietro: indifeso, m’hanno reso! Evito infatti di buttar nel rusco l’intero gruppo: ricompenso – ma con quale pazienza! –, riconoscendola, la giusta inventiva.
M’incammino dunque: destinazione il magazzino, con lo scopo di trovare uno scaffale vuoto nel quale collocare l’intero materiale, pensando già, nel mentre, a una nuova possibile catalogazione, data la straordinaria occasione. Niente mi viene però in mente: anche solamente il diario di quest’umiliato, che stringo in mano, muta nel suo essere inconsistente. A un certo punto, attirata la mia attenzione, lo scaravento sulla scrivania, già invasa da pendolari petenti il treno diretto agli scaffali, e la scala prendo, perché noto un libro che sporge molto, forse troppo, rischiando di far cadere tutti gli altri, quei suoi compagni dell’ultimo ripiano, quell’alto. Piazzo la scala, ma provo prima, comunque, a raggiungerlo, alzando giusto dei piedi le punte. Non ci arrivo, come del resto ogni singola volta.
Torno dalla scala, sulla quale salgo, nonostante m’intimorisca: sono in balìa d’un caso vacillante, e, sbilenca, mi ricorda ancora l’angusta figura, che, diventandola, mi si manifesta quando m’addentro, ancora oscuro, del magazzino costume e uso. Raggiungo finalmente il volume, ma, nello spingerlo indietro, mi si rivolta contro, gettandosi per terra. Lo fisso per minimo un minuto: combattute, tutte queste vite vissute, per dì marcenti, nei pressi di giardini adiacenti, mi ribadiscono, infastidite, che le ho lasciate troppo a lungo al soliloquio del loro eloquio, infimo destino. E proprio non posso nemmeno asserire, per farmi meglio sentire, che dormano tranquille, poiché seppellite, malnutrite: nessun lume conduce luce, come il segreto cielo non si introduce.
Loro fine, mi perplime. Chiedo perdono, non per questo o quel coso, ma per ciò che realmente sono: bevuto di gusto il succo, ne ho goduto giusto il dubbio. Ma perché parlo, mi perdo, sbando? E con chi piango? Perché abbandonarlo? Seduto, vuol ritornar volume? Perché ambiscono, gli umiliati, a prender parte a questo cimitero e a mischiarsi con quest’altri astanti, i quali, oltre a esser gravidi dei loro stessi anni, hanno anche assaporato, portandoselo in seno, l’amaro dell’assoluto, compiuto dell’incompiuto? Come convivranno se comunicano diverse lingue? Già loro s’oppongono, noto… Ignorano coloro che sono destinati a un oblio ben peggiore rispetto a quello della rete o della scomparsa in quanto tale, perché sì – finalmente l’infine della stessa fine? –, decido di non catalogarli, né d’archiviarli, semplicemente posarli qua, dove nessuno viene, e mai verrà a conoscenza della loro esistenza. Nessuno rimpiangerà il racconto e il dettato costante della propria e solita pratica, atroce e vera vita, che si differenzia, in loro e per loro, soprattutto per le mansioni specifiche che svolgevano a lavoro: due automi, dopotutto, si mimano a vicenda dopo gli ordini ricevuti. Anzi, ad armi pari non han bisogno nemmen degli umani. Ma per le idee? Le stesse, essequie genuflesse: medesime per ogni essere presente in queste povere pieghe, già di polvere piene: tutti attori del proprio evo, presenti mai assenti al proprio tempo; falla qui vi manca.
Scendo dalla scala. Prendo tra le mani il libro che si è gettato a terra. Lo sasso in uno scatolone, tumulo inodore: lo metterò, domani, già a posto? Mentre ritorno, stanco e sporco, alla mia postazione, «Odio l’oblio» sento sentire.

Oggi

Basta dormire: è l’ora! Dolorose tentazioni, seguirò le mie ambizioni. Finalmente darò vita a un epos d’eros che finora ha albergato la mia mente e non vede l’ora di evadere.
Sento già un motivo, anzi: una sinfonia leggiadra e candida, dispersa nell’eremo del mio cervello, che migrerà sulla carta, mai sazia, mai paga! Condividerò con la cruda realtà questa mia sciagura, la mia intima natura, vera e unica paura, e dovrà accettarlo, il mio canto, come un «sono» pari agli altri. Parto ora dal porto e mi perdo cieco alla sua ricerca, fino a quando ogni sarto occupantesi di canto non sarà trasportato al foglio, e il proprio corpo mostrato, con tanto ardore, e sul comodino di chi ha capito, e qui in Biblio pervertito. Fioriranno, e sì, gli alberi abitanti la solitudine – sede di sete – che gorgoglia, come noia, tra questi libri e umiliati, i quali proferiscono ciò che non comprendono.
Le giornate, sembranti pegno dell’eterno e dentro le quali m’abbandono come un corpo morto fluttuante tra le correnti dei lenti letti, ignorando il luogo in cui posarmi e riposarmi, godranno, perciò, di un tramonto favoloso. Ne ho e ne avrò, e del tempo e del suono.