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Le brevi storie di questa raccolta sono spiazzanti racconti del quotidiano, miniature curiose e circonvoluzioni della mente. Con abilità funambolica Alessandro Trasciatti scatta istantanee a partire da intuizioni e stravaganze, indaga le svirgolature dalla normalità, ritrae situazioni al limite del paradosso in cui convivono ironia e humor nero, erudizione ed esigenze corporali, aspirazioni letterarie di giovani bohémien e assurdi dialoghi con la mobilia della giungla casalinga.
I personaggi di Acrobazie si muovono trasognati e in precario equilibrio sulla soglia del verosimile, cercano un senso che dia forma al vuoto, «un punto fermo da cui ripartire».
Nella variopinta rassegna di sogni, amori giovanili e fantabiografie, si avvicendano affetti asinini, matrimoni unilaterali, violinisti sordomuti e inferni da Commedia.
Colpiscono i toni teneri e buffi e la scrittura tersa: con queste polaroid del possibile, Trasciatti propone l’autoironia come soluzione di fronte all’incomprensibile e le fantasticherie del passato come rifugio dal mondo. Acrobazie esplora i pertugi tra veglia e sonno, attraverso carambole stilistiche che fluiscono lievi e lasciano spazio al tepore di un sorriso.

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1
Sterilmente ricerco da anni il mio luogo più integro e segreto, il mio centro nascosto, ma non trovo che angoli parziali e periferici. Del più recondito dei miei spazi ho tentato di parlarti in più d’una veglia, scarsa di luce ma gremita di parole, coi termosifoni spenti e noi avvolti in coperte di lana. Sedevamo sul divano giù al pianterreno. La “stanza del computer” la chiamavamo, perché era lui l’unico inquilino permanente di quelle quattro pareti fredde, dipinte di celeste chiaro. Su un lato una libreria folta di volumi di mio padre: riviste di elettronica, manuali di pedagogia, fotocopie rilegate, confusioni in varie fogge. Nel mezzo una scrivania cosparsa di penne e pennarelli, squadre, righelli, viti e dadi erranti, piccoli ordigni fuori uso in attesa di riparazione. Sulla scrivania il computer, appunto, avvolto in fogli di nylon trasparente a difesa dalla polvere, col suo ronzio insidioso – una volta acceso – e la sua luce raggelante.
Non c’era altro posto nella casa per parlarti. Non di sopra, coi genitori persi in perenni tenzoni da dopocena sull’uso dell’aglio negli intingoli, smodato secondo lui, appena percettibile secondo lei. Non di sopra, con i gatti acciambellati ovunque, i fratelli pacifisti in corteo contro la guerra, le sorelle aspiranti veline a controllare i fianchi negli specchi.
Non di sopra, nella mia camera che non avevi mai amato, piena com’era di cianfrusaglie colorate, ricercate con perversa cura, leziosamente giustapposte con tardivo gusto surrealista per l’inutile. Forse i libri ti piacevano, ma t’impedivo quasi di
toccarli per paura – fondata devo dire – che tu ne scambiassi l’ordine e infrangessi l’equilibrio di quelle teorie coscienziose di Einaudi, Sellerio, Adelphi, Gallimard. Non lo facevi, lo so, per cattiveria e nemmeno per eccessiva sciatteria, ma solo perché non arrivavi al fondo della mia minuzia maniacale e affettuosa al punto che riservavo ai miei volumi l’ultima occhiata prima di dormire. Come spiegarti la voluttà di guardarli e riguardarli, di verificarne le simmetrie, di constatare il loro numero accresciuto? Come farti capire, senza cadere nel ridicolo, il piacere materno di riordinarne le file e di reperire nuovi spazi quando gli scaffali traboccavano?
Non c’era altro angolo per parlarti se non la “stanza del computer”, inaccogliente e sottilmente ostile, ma silenziosa e lontana dai locali più abitati. E poi non era solo più facile chiacchierare senza timore di essere interrotti, potevamo anche leggermente amarci. Con le orecchie tese, è vero, ai rumori di eventuali avvicinamenti, ma in verità i passi erano benevolmente lenti – ovvio che tutti sapessero di noi – ed avevamo sempre il tempo sufficiente per ricomporci. Ci piaceva però pensare di essere davvero esposti alla ronda serale di chiusura delle porte, alle paternali, ai castighi espiatori, desideravamo anacronistiche punizioni corporali che nessuno ci inflisse. Ci piaceva pensarci come frutti proibiti l’uno all’altra, così non arrivammo mai ai limiti d’amore, anche perché era sempre tardi, faceva freddo ed il divano era scomodo. Meglio fermarsi, dunque, e rimandare le effusioni ad altra data.
Non c’era davvero altro anfratto per parlarti del più segreto dei miei luoghi, quello che, malgrado le approssimazioni, non ho mai trovato. Ti parlerò, allora, degli altri piccoli
recessi in cui mi sono rintanato in questi anni.

9
Sulla mia scrivania ho posto un foglio rigido di plastica trasparente per poterci mettere sotto qualche reliquia iconografica in cui specchiarmi ogni volta che mi siedo. Sono immagini di attori, tessere di associazioni, santini e, soprattutto, foto di te, foto di me.
Ero ansioso aspettandoti l’altra sera. Fumavo sigarette, mi sudavano le mani. Un mese era passato senza vedersi. Pensavo già che ti avrei detto: “Scusami se sono agitato, non posso farci niente”. Accesi la TV. Guardai distratto. Spensi.
Mi cosparsi la faccia col dopobarba che mi avevi regalato per Natale: “Dono di fidanzata”, sussurrasti. L’ho sempre usato poco, in verità, sono rimasto attaccato al mio. Non offenderti per questo. Riconosco che il tuo era un’essenza fine, ma sono pigro nelle mie abitudini olfattive. Giravo per la casa. Non arrivavi. Alle sette e mezza avevi detto. Erano quasi le otto.
In cucina mia madre stava terminando di preparare la cena. Non avrei potuto trattenerti a lungo, non avevi mai mangiato qui, nemmeno nei momenti migliori, figuriamoci ora. Finalmente suonasti. Al citofono dissi: “Sei tu?”. Infatti.
Scesi di corsa le scale. Aprii, eri lì e per me fu confusione. Come fosse tutto come prima e niente come prima. Entrasti. Eri di fretta. La tua fretta solita a cui ero affezionato. Mi dicesti di essere in ritardo, di dover fare presto. Non credo che fosse per difenderti dalla mia presenza, no. Eri sempre stata così. Era il tuo lato attivo, questo. Mi parlasti di assemblee, di presidi pacifisti in città (la guerra del Golfo, qui da
noi, era ancora fatta di scontri verbali e servizi televisivi), di sorelle che ti aspettavano, di professori. Volevi salire? Ti sfiorai il braccio in una stretta incerta che avrebbe voluto essere ospitale, affettuosa e riparare l’amore che ti avevo tolto, ma che pure non voleva darti l’impressione di un ripensamento, una stretta lieve che era paura di ferirti ancora e, soprattutto, paura delle tue reazioni, dei tuoi lucidi rimproveri, paura di te. Durò un attimo e ti accompagnai in fretta su in camera. “Ecco il libro”, dissi, “questo è quanto”. Eppure non era vero, non era quanto. Così continuai: “Posso darti qualcuno
dei regali che non ti ho portato per Natale?”. “Così, in fretta e furia?” rispondesti. “No, hai ragione, un’altra volta con più calma”. Mi accorsi di temere un tuo ritorno, sarebbe stato un sollievo consegnarti tutto in quel momento. Avevo paura sul serio. Perché eri bella. Parlavi, parlavi. Non ti sentivo, riuscivo solo a guardarti. Come avevo fatto a lasciarti? Ero stato davvero io? Dal mio reliquario sulla scrivania prendesti alcune foto, non feci in tempo a chiederti quali. Uscisti sempre rivolgendoti a me. Ti replicavo a mezze frasi. Ti domandai qualcosa che non avevo capito. Pensavo alle foto. Erano di certo le mie che ti eri portata dietro. Mi attraversò un filo di compiacimento. Eri già fuori. Faceva freddo. Ti salutai restando sulla porta. Tornai in camera per verificare quali foto avevi scelto per ricordarmi. Non compresi subito quello che vidi. In quella vetrinetta di memorie il volto mancante era il tuo.

 

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ALESSANDRO TRASCIATTI è nato a Lucca nel 1965. Francesista di formazione, ha lavorato prima come archivista e postino, poi come editore dei Libratti, collana di letteratura illustrata nata dal blog Il Trasciatti – lunario inattuale di letteratura e desueta umanità. Tra le sue pubblicazioni troviamo Prose per viaggiatori pendolari (Mobydick 2002), Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo (Garfagnana 2013), Avevo costruito un sogno. Storie e fatiche di un postino artista (Ediesse 2014), Scampoli (Oèdipus 2017). Negli anni ha scritto per diverse riviste letterarie e non, tra cui Il Grandevetro, Sinopia, Poesia, Paragone, Gente Viaggi; suoi testi sono apparsi anche su spazi online come La Balena Bianca, Altri Animali, NiedernGasse. Attualmente
collabora con Nuova Tèchne – rivista di bizzarie letterarie e non (Quodlibet).

Hanno detto di lui:
«I modelli di Trasciatti potrebbero essere due autori come Antonio Delfini e Robert Walser, al netto delle distanze; lo fanno pensare la sua misura, la prosa limpida e allegra, la presa soggettiva sulla realtà, e la levità con cui tocca la disperazione facendola subito evaporare.» – Andrea Cirolla, Doppiozero

«A suo modo [Trasciatti] è uno Cheval-Fitzcarraldo.» – Nazareno Giusti, Avvenire