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Color Study, Squares with Concentric Circles, Vasilij Kandinskij,1913

 

Quindici quartine di endecasillabi a rime alternate o incrociate, epigrafiche e lapidarie, filosofiche e sentenziose, costituiscono questo breve poemetto in cui Silvio Raffo, in brevi strofe rimate, alla maniera dei cantastorie,  riassume, ricapitola e giudica la sua fabula di uomo e di poeta. Come l’autore stesso suggerisce nell’esergo della quartina di preludio, si tratta di una meditatio in limine vitae, se non proprio di un redde rationem in mortis examine. Ripetuti sono i riferimenti al trapasso (Fine, Eterno, Morte).

Ma è una “contemplazione della morte” inedita, sorprendente, disinnescata della sua carica tragica. Simili meditazioni intimistiche, ricapitolative e giudicanti, hanno d’abitudine un tono austero, sentenzioso, una vocazione oracolare e una forte valenza patetica, spesso angosciante quando non disperata.

Qui invece si respira un’aria serena, pacificata, eufemizzante, come redenta: il colore è chiaro e soffuso, il tono mansueto e pago. La saggezza del presente ammanta il passato di un velo assolutorio e in luogo degli angosciosi presagi di un’apocalisse incombente compaiono le rivelazioni e la grazia di un’epifania, i segnali di una rigenerazione.

 

XXI

Moltiplicare i giorni dell’attesa

nella certezza di un’estrema festa.

Eterno si fa il tempo, e l’ardua impresa

si fa leggera. Gioia pura è questa.

 

Emendato il presente dal giogo delle passioni e dalle lusinghe della speranza che avevano travagliato il passato, l’animo è pronto alla rinascita:

 

XXIV

Esaurito ogni palpito, ogni afflato

deposta ogni speranza che ci affanni,

non c’è minaccia di futuri inganni.

Ed è come se nulla fosse stato.

 

Anche il linguaggio poetico si conforma alla ritrovata serenità di questo clima interiore. É un linguaggio piano, ancorché qua e là ricercato nel lessico e nella sintassi (vedasi ad esempio l’iperbato «Del Minotauro immagino la stanza/di pareti fasciata ultrasonore-/…», o anche l’apertura della IX quartina: «Si congela il rigore dell’inverno/in vitrea sospensione adamantina./…», dal contenuto metaforico sobrio e accessibile; un linguaggio nitido ed efficace, ora pregiato ora contiguo al parlare corrente ed echeggiante talora quello di certi rimatori crepuscolari.

L’alternanza dei modi e dei tempi verbali rendono vivido e mobile questo diario interiore, per altro vario nell’eloquenza, frammentario nell’andamento (la progressione delle strofe, segnate in numeri romani, è lacunosa) e disorganico nella struttura e tuttavia calato in un solo colore poetico e reso omogeneo da un unico, intenso afflato ispirativo. Molte strofe sono all’indicativo presente singolare, in prima persona o in seconda retorica, e, in un’iperpercettività visionaria, registrano l’hic et nunc  del momento ispirativo.

Due, di taglio precettivo, sono in imperativo di seconda singolare.

 

XIX

Impara la sacralità del rito,

del ritmo che scandisce la giornata,

della luce deserta inanimata

nel fluire di un tempo ormai impietrito.

 

 

XXVII

Tu serbali preziosi nel ricordo

Questi giorni d’amianto e d’ametista

In cui fra Cielo e Terra un mutuo accordo

Fu stabilito-fulgida conquista.

 

La nona strofe, ode alla magia metafisica e trascendente dell’inverno, ragguardevole per la pregiata fattura e la forza icastica del secondo verso, ha un respiro corale, universale e all’ “io” subentra il “noi”:

 

IX

Si congela il rigore dell’inverno

In vitrea sospensione adamantina.

Nel silenzio incantato ci avvicina

Il costante contatto con l’Eterno.

 

 

Sentenziose e motteggianti sono le strofe XV e XVII

XV

Trasumanare è l’unica avventura-

Annullare del corpo ogni barriera-

Del tempo valicare la frontiera.

Questa è dell’infinito la misura.

 

XVII

“O tu uccidi l’insidia o lei t’uccide”

Ma con l’odioso invisibile tarlo

può saggia strategia sempre ignorarlo.

Il male annienta solo chi lo vide.

 

 

La scena della strofe tredicesima è una visione tutta mitologica.

 

XIII

Del Minotauro immagino la stanza

di pareti fasciata ultrasonore-

Arianna il filo tende, alla distanza

Teseo avanza nel fitto tenebrore.

 

 

Una sola quartina, la settima, in prima persona di imperfetto e gravida di metafore, è retrospettiva, e riassume una vita passata incostante, elusiva, dispersiva e fuggitiva:

 

VII

Ondivago e fedele ad ogni riva

sul capriccioso vortice eludevo

ogni approdo; gioiosa e fuggitiva

al largo la mia rotta disperdevo.

 

Nell’ordinamento metrico, dove comunque obbligata è la tonica in decima su parola piana, si riscontrano varie soluzioni ritmiche dell’endecasillabo e si ravvisa altresì qualche sporadico inciampo, specie in alcuni endecasillabi di fine strofa. Deroghe queste certamente volute, a mo’ di vezzo, forse, per dare un tocco informale, antiaccademico e “naif”, all’eloquio poetico oltre che, verosimilmente, per tutelare la comprensibilità del dettato. La strofe di congedo, virgiliana, richiama un memorabile passo del IV libro delle Georgiche:

 

XXIX

Così i morti non muoiono, e la vita

Non è quel soffio che si fa respiro.

In un vortice solo, in cieco giro,

Un flusso ininterrotto s’infinita.

 

His quidam signis atque haec exempla secuti
esse apibus partem divinae mentis et haustus
aetherios dixere; deum namque ire per omnes
terrasque tractusque maris caelumque profundum.
Hinc pecudes, armenta, viros, genus omne ferarum,
quemque sibi tenues nascentem arcessere vitas;
scilicet huc reddi deinde ac resoluta referri
omnia nec morti esse locum, sed viva volare
sideris in numerum atque alto succedere caelo.

 

(Virgilio, Georgiche, IV 219-227)

 

“In base a questi segni e osservando il loro comportamento

qualcuno ritiene che nelle api vi sia una parte della mente divina

e un’origine celeste: perché il dio penetra in ogni cosa,

nelle terre, sopra le distese marine, dentro il cielo profondo;

e greggi, armenti, uomini e tutti gli animali, nascendo,

dal dio attingono la loro effimera vita;

poi, dissolti i corpi, al dio ritornano e a lui si rimettono,

né esiste per loro un luogo di morte,

ma vivi volano alle stelle ed entrano nell’immensità del cielo.”

 

Insieme ricapitolazione e confessione, profezia e sentenza, questa breve raccolta di strofe in rima, a un tempo testimonianza e lascito, è come percorsa da una fede tutelare, da uno spirito di speranza, benevolo e conciliante.

Leggere questi versi fa bene all’anima.

Luciano Domenighini

 

Biobibliografia di Luciano Domenighini

 

Luciano Domenighini è nato a Malegno (BS) nel 1952. Ottenuta la Maturità Classica si è laureato in Medicina e ha svolto la professione medica quale medico di Medicina Generale, attività che svolge tuttora. Negli anni universitari, a Parma, presso una radio locale ha condotto per quattro anni una rubrica radiofonica di musica operistica. Come poeta ha pubblicato tre raccolte di poesie: Liriche Esemplari (2004), Le belle lettere (2017), Il giardino dei semplici (2019); come critico letterario, l’antologia di profili critici di poeti emergenti La lampada di Aladino, (2014) e infine, in veste di traduttore, due raccolte di traduzioni dal francese: Petite Anthologie, (2015), Saggio di traduzione, (2016) e due dal latino Poemi didascalici latini, (2017) e Poeti satirici latini, (2019). Attualmente ha in preparazione una nuova silloge poetica e una raccolta di traduzioni dal greco.