Questo scritto appartiene alla raccolta “Cronache sospese”, a questo link l’introduzione

DERIVA 8.8.2018

Di che parliamo quando parliamo di scrittura. un uccello in volo che emette il suo verso e dichiara perciò di stare al mondo. esserci è l’idea condivisa in questa babele mediatica a colpi di like. per sintesi trasversale dell’armamentario empirico. esserci per riconoscersi nel parossismo delle immagini. leggere del caffè alle cinque del mattino dopo una notte insonne.  raccontare il latte il suo essere senza sapore. un’entità che scivola in gola consegnando la mucca che l’ha prodotto, l’erba che l’ha nutrito, la raccolta del liquido, il suo inscatolamento e distribuzione – per essere così soliti e sicuri – alla nullità del sapore inesistente. sostare nell’indifferenza dell’abbondanza. appaiando alla certezza del cibo che scolora nella notte l’incertezza delle domande irrisolte.

Quale possa essere il colore dello sciabordio delle onde sui barconi della speranza. se sia veramente il rosso il colore che veste i bambini e se questi indossano pannolini coi culi grossi che appesantiti d’acqua vanno a fondo. cosa urlano alle adolescenti di colore gli uomini che le stuprano. cosa sussurrano altrimenti col fiato maleodorante che sarà vomito nel ricordo. e le madri dove sono le madri. i padri stipati figli di un’altra terra. nel piatto c’è il vuoto. devono sfamare i campi. nutrire la cena. anche lavarsi è un bisogno. dei benedetti confini solo un ricordo. per l’ospitalità dei pellegrini. ora invece s’innalzano muri d’acqua e rifiuti. non c’è salvezza. inutile e arrogante la deriva impera.

I padroni hanno sempre le scarpe grosse. sferrano calci. da dove viene la fama ai negrieri. da un vaso rotto agli incendi. morire in Grecia abbracciati nel fuoco. in quest’estate d’inferno. il mondo va avanti a vaccini e pedate. urlano più forte ancora più forte gli ignoranti. è la legge dell’eccesso. tirando la corda questa si rompe. avete riempito le siringhe di vermi. avete le ronde nel quartiere di notte. ormai siete dentro cercate un lavoro. gli altri là fuori moriranno di fame e vivranno di stenti. si paga la guerra  per decenni. tatuata sulla pelle dei contrari. disossate la terra. quattro vacche per magre che siano proprie. fate del luogo d’infanzia un paradiso. almeno se potete una nuova terra.

Chiusi nel nostro malessere singolare. ciascuno nel proprio brodo d’inquietitudine canta sempre più acuto il delirio d’impotenza.