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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Anila  Resuli

qui corpo trave argine dove non sente
il crampo il muscolo da cui sciogliersi
dove non argina il sangue non l’odore
chiama narici non luce l’occhio
prima del sole. qui corpo è trave
e trappola e sordo e arido bosco
è come chiamarlo la mattina dopo il buio.

dammi il polso, mentre fuori fa buche
la pioggia, il pavimento da rosa diventa scuro
e punge i piedi il sasso inumidito
ma lava, sì, lava di acqua ed acqua tornava
si diceva tra le mura. acqua tornava,
rimaneva, spessa, una foresta.

sono nata ieri, una mattina, domenica,
una scure sull’occhio di mia madre accecò
le voci, le urla rese a cordoni trapelanti
ombelichi larghi, tagliate le tube
perché fossi unica, priva di lividi,
priva di occhi familiari, di ginocchia
unite in grido, perché fossi unica
e piatta e larghissima e sciatta la pancia
a divorare ogni grido, prima che dicesse
cosa la bocca dice, prima che aprissero
i pugni negli occhi, prima che guardassero
gli occhi, prima che guardassi e mangiassi
dalla mangiatoia di casa, nel cortile dei muri
del vino, dell’uva compresa tra altalena
e cappio, come un scendere e risalire per ricordare
quanto breve la vita, quanto unta di fiamma,
di ventri che inghiottiscono respiri
prima di nascere.

sono nata ieri, come una ladra, una gazza
bianca e nera nell’occhio, un frantume
spesso coricato sull’erba che fa colore ma tace,
intorbidisce soltanto nel volto la fame,
non dice ma tace come si sa tacere nei nascondini
da bambini che urlano i propri nomi,
a voci sbattono piedi, ginocchia,
polveri, come se piovesse.

[…]

(2014)

***

si sono fermati il vento, il cielo
che alza la polvere mentre cammini,
le nomee delle maree
tra i muri d’acqua e pelli ovunque
hanno sentito l’ululato dei lupi
hanno tolto gli abiti
si sono dati il bacio sulla fronte
bambini
risacche di caduti
uno due
tremila voci
hanno nominato la terra
hanno piegato, vestito la madre e il padre
praticato il perdono, detto la preghiera
sottovoce o urlando, mille volte,
ché Dio è morto tra gli alberi tagliandosi
le vene; Dio è morto senza nome.
non dimenticarti di andare all’acqua
a lasciare una mollica di pane:
attaccati alla spiaggia ci sono i resti morsi
delle unghie che hanno graffiato l’acqua,
hanno demolito la saliva e teso giù il collo
in picchiata sono caduti, si sono suicidati
hanno scelto di sentire come si fa a morire
con le scarpe addosso
ed una sete da far male.

***

se c’è qualcosa da dire
mi ricordo appena di parlarti –
nei piedi le lumache camminano strisciando
ma cerco di non colpirle; l’acqua cresce i gusci,
alimenta il riverbero e distrae. distratti
camminando ci siamo visti solo la mattina.
avrò abbastanza luce per ricordare,
eri appena due passi più lungo, passi come dita
e stretto stretto, oltre il fiato. ed il Buddha;
la stanza ti sorrideva; ed i fiori;
i fiori rimarcavano il profumo di Dove della tua pelle –
boccheggiava. avrò passi di te da ricordare domani,
avrò le ginocchia crocifisse
ed il petto in fuori perché l’aria mancherà di cucire
e si stringerà affine alla tua pelle. stretta,
in un piccolo giro del fianco, udirò dall’occhio sinistro
il timpano più stretto al cuore.
non noti come stimola l’aria il cielo,
le borracce di piogge scese come catene unite
nel grembo pendono, traggono ciò che dentro
è muschio senza vitalità, quasi cerca l’uscita
più breve per tornare alla casa dove morire
senza il rumore delle mura, solo.

ma se c’è qualcosa da dire
lo ripeterò come frastuono,
torbido guscio che schiaccia ciò che dentro è feto,
mio nostro pugno di sangue, che si scompone
e delinea la vena del seno, attorciglia il fiato
ed un battito più giù unisono cresce;
ma avrai poco da raccontare senza la sonorità
della lingua; insegnerai la lingua con cui parlasti
la prima volta, con le tempie unite
a pensare al nome da darci tra le mura dei vivi,
le fotografie sole si guardavano ammirandosi la fronte.

come sei piccola
nel tuo grembo tagliato in due – e cucito
ti ho lasciato un nome piccolo
da bisbigliarlo col rumore dell’acqua
e non sei più nata.

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