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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Veronica Pinto

#2

Che torni l’ape nel dramma del bosco
a indicarmi la via
e la rondine a ricordarmi del nido disfatto.
Venga ancora
La tigre sull’iceberg a incoraggiarmi, a nuotare
Un temporale a sentenziare la fine.
Ritorni il tuono a dirmi la verità che gli umani
non sapevano come.

Che possa ridiventare l’elettrone che ero
quel giorno notte d’anni fa, in orbita
sempre attratto dalla fusione.
Che si nasconda ancora la prateria nella manica
E nel colletto molti nuovi ami
Sulla mia bocca un morso di sole.

Strana quiete

Ah. Non sono più triste
non mi abbatte come prima la malinconia.
L’albero storto mi fa voglia
di vestirlo, e questo vento
che rinfreschi geli
non mi disturba neanche un po’.
Che accarezzi schiaffeggi pare
faccia quello che deve.
Eppure tempo fa affogavo anch’io
alla sola vista delle nuvole basse
tra le montagne, e un certo paesaggio
come a Brecht il fratello
le lacrime – sempre- mi faceva spuntare.
Dov’è finito quel tormento?
Che ne è di quei sospiri?
Erano i miei occhi o proprio le cose
che in quel momento, chiunque,
avrebbero pietrificato?
Vieni da me giovane prato
-chi ti ha lasciato, senz’acqua,
così a lungo sotto il sole?
mare agitato picchiato dalle onde
nebbiolina sopraffatta da luce tetra.
Venite qui tristi cose
basta con le lagne.
Vi stringerò tutte, vi terrò strette
dolcissime e acquietate.

Perché solo la lingua di te si fa ricordare
Qui davanti sul libro in posa
e le mani anche le mani ma una alla volta sfocate
poi il culo quel moto carnoso sotto la pressione
delle dita e gli angoli delle labbra in alto.

Flashback

Perché solo un sopracciglio arriva
un pelo sopra la bocca tenace e quel bagno dolce
nella tua fica la mia saliva, quel sapore.
Perché quel posto dove il fiume e il mare si incontrano.
Associazione, associazione.

E perché un primo piano delle tue cosce contratte
A quest’ora, dopo mangiato
prima di un orgasmo
quand’anche i piedi mi gridavano
e si contorcevano quando nei miei occhi chiusi
potevi passare la mano, sentire come correvano
a destra sinistra come bestie in prigione, da fuori
ma dentro, come impazzivano in ogni luogo.

Perché solo le spalle coperte da un telo
solo un seno visto da lontano
Mentre fischio e mi lavo
minuscola àncora di notti, di drammi
e una caviglia perché.

Quella caviglia, di quella precisa sera
in cui persi la testa e pregai i meteoriti
di avere cura di noi
Dopo/tutto, perché.

Sirene

Può anche succedere che cinque sirene
suonino contemporaneamente. Raro ma succede.
Di solito invece segue un ordine, così:
La prima annuncia che tutto finirà a breve
La seconda segnala che si può uscire
La quarta consiglia di aspettare.
La terza da tempo non si distingue dalle altre
(dev’esserci un problema agli altoparlanti).
Quando la quinta sirena della giornata
comincia a suonare, la gente confusa
non sa se è l’ora giusta di morire
o il momento in cui ci si deve sbrigare.
E tutto funziona in modo così allarmistico
che anche la vita salva appare di striscio, un rischio. Non perché si debba correre ma perché anche per quella c’è un segnale.

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