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by Abbas Kiarostami

 

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

 

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta

– da brughiera –

sulla terra del viale.

 

Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

 

Antonella Anedda, In una stessa terra, da  Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999

 

Nonostante la consapevolezza dei limiti del linguaggio, Antonella Anedda scrive perché è in pensiero per la vita, per coloro che sono felici ma su cui incombono la caducità e la precarietà mentre già arriva la sera di ciascuno. Semplicemente, quasi umilmente, la poetessa innalza la sua preghiera laica spiegando che scrive perché ha pietà del buio e di tutti coloro che indietreggiano di fronte ad una difficoltà, che sono con le spalle al muro, appoggiati ad una ringhiera. Si scrive per avanzare nell’enigma, per tentare di comprendere il perché delle cose e degli eventi, perché niente e nessuno è difeso e protetto e anche le parole sono più fragili delle cose stesse, come la parola bosco quando è priva di uccelli e di rami. Solo il coraggio e la pazienza possono sostenerci. Anedda compie la sua ricerca poetica, la sua lotta etica e allo stesso tempo personale per tentare di comprendere il vuoto in cui siamo calati. Scrittrice, poetessa, traduttrice, critica d’arte, è nota per la voce sommessa eppure efficace, per l’utilizzo di parole polisemiche, per l’attaccamento alla vita e alla realtà, per l’attenzione ai dettagli, a oggetti quotidiani, a gesti ordinari e in questo si ritrova l’insegnamento della Cvetaeva, della Achmatova, di Celan, di Mandel’štam. ” La poesia non serve a niente. Non aiuta. Non cura” ma è essenziale perché salva dall’oblio, difende e protegge il reale, rievoca e nomina cose e creature che senza di essa si perderebbero, fagocitate dal buio e dal silenzio. Nominare vuol dire dare vita alle ombre, agli scarti, ai sussurri, ai dettagli. Ecco dunque che la Anedda può scrivere «Vedo dal buio / come dal più radioso dei balconi» ed ecco l’impegno etico della poesia, che insegna a comprendere l’altro e a porsi in condizione di ascolto. Il testo poetico ci spinge all’ascolto dell’irrazionale e dell’inespresso, di quella interiorità che oggi andrebbe certamente recuperata e allo stesso tempo ci invita all’ascolto empatico e rispettoso del punto di vista dell’altro. Scrive Anedda «Sogno un linguaggio capace di dire io senza l’invadenza dell’io, una lingua che provi la vertigine dello spazio e avanzi nel solco di se stessa con un peso e non con un potere. Un io capace di sguardo, di ascolto, ma con il proprio sguardo e il proprio orecchio e la propria imperiosa voce, deposti di lato: accantonati». Poesia dunque che diventa necessaria scuola di umanità, da perseguire e da ricercare.

Deborah Mega

 

 

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