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Costume Design by Eiko Ishioka

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
– sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

Claudia Ruggeri, Lamento della sposa barocca (octopus) da Inferno Minore

Esistono poesie che non necessitano di alcun commento, di nessuna critica letteraria, di nessuna osservazione tanto sono compiute, concluse, criptiche. E’ il caso della poesia proposta oggi, una delle più belle di Claudia Ruggeri, grandissima poetessa napoletana leccese d’adozione, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario dalla nascita e scomparsa prematuramente per sua volontà nel 1996. Ci sono creature inadatte a vivere, che giungono come meteore, vivono tra di noi per breve tempo ma sono solo di passaggio, appartengono ad un altro mondo, ad un’altra dimensione. Claudia, poetessa della meraviglia, è una di queste.

Si affaccia sul panorama leccese a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento durante una festa dell’Unità, si presenta vestita di nero fino ai piedi e con un cappello rosso. La sua poesia scorre come lava incandescente, destinata a spettatori più che a lettori e in effetti i suoi readings lasciano stupefatta e ammutolita la platea. In quegli anni il Salento è un’officina di cultura grazie alla presenza di  Antonio Verri, alle riviste come L’Incantiere, curata da Arrigo Colombo e Walter Vergallo, L‘Immaginazione di Manni e alla rassegna di letteratura contemporanea SalentoPoesia. La Ruggeri esordisce nel 1987, quando la sua prima lirica viene pubblicata su L’Incantiere nel suo numero zero. Donato Valli la definì più una prosa lirica che un testo poetico. Poesia neobarocca, addirittura borbonica è stata descritta fin dalla sua prima apparizione. Di certo appare incatalogabile, ricca di citazioni colte, di commistioni molto varie, derivata quasi da un gioco di specchi deformanti, da una commistione tra teatro classico e teatro dell’assurdo eppure libera, che sfugge a qualsiasi etichetta o definizione. I modelli della Ruggeri da lei magistralmente gestiti in modo visionario e onirico sono la Bibbia, Dante, D’Annunzio, Saba, Dino Campana, Shakespeare, Beckett, Melville, per poi passare ai contemporanei come Franco Fortini, Dario Bellezza e Andrea Zanzotto. Michelangelo Zizzi ha scritto che «Claudia è poesia. Paga il male che è nelle cose del Mondo. Ella è purezza. Una purezza che ha assorbito l’alterità. Una purezza bambina che gioca il pericolo. La purezza di chi si riconosce nelle cose non finite. Una poesia sacra, che aspira all’immortalità, vuole verità». La sua opera prima, Inferno minore, si presenta come un poema in tre atti proprio come l’Inferno dantesco, modello irraggiungibile, è rimasto incompiuto ed è stato edito postumo nel 2007 da Pequod. L’opera è dedicata a Franco Fortini, la Ruggeri lo confessa sia nell’incipit che in una lettera al poeta fiorentino. La seconda raccolta dal titolo Le pagine del travaso, che comprende la produzione dal 1993 al 1996, è rimasta inedita, ed è depositata nell’archivio “A. Bonsanti” del Gabinetto G. P. Vieusseux in attesa di analisi esegetica. Numerosi sono i riferimenti biblici o alla numerologia, le 22 danze ricordano i primi versi del Salmo 22 dell’Antico Testamento, il 33 dei fuochi invece è il numero dei giusti e degli anni di Cristo. Anche la figura del Matto è uno degli Arcani maggiori nei tarocchi. Secondo Fortini sono troppi i modelli di riferimento della Ruggeri, più volte infatti egli la invitò a ridurre il numero di citazioni presenti perché appesantivano il discorso poetico rendendolo meno originale. In una lettera datata 10 marzo 1990 le scrisse: “Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sè e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e né voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. L’incipit del lamento della sposa barocca presenta un’immagine di grande umiltà : lavare i piedi è un gesto religioso, sacro, di contro, c’è l’altissimo. Qualcuno ha pensato che la sposa barocca sia la Vergine Maria e che il suo lamento si dispieghi in una chiesa. Si sarebbe fatta altissima come i cieli o come il canto che si sconquassa in voce umana e che torna folle, evidente il riferimento a Dante e al folle volo. Gli archetipi danteschi che lei spesso utilizza sono tratti non solo dalla Commedia ma anche dalla Vita Nova. Le voci sono trasmesse in coro (schiere) con l’ausilio dell’organo, altro strumento religioso per eccellenza,  che ricorda il canto gregoriano o certe solenni composizioni di Bach. Anche l’assalto è un qualcosa che si leva alto, come la purezza delle colonne di capitelli corinzi che sorreggono le volte delle cattedrali, schierate come i cantori evocati prima. Di seguito si allude alla maledizione dell’arcangelo Gabriele quando accompagnò fuori dal paradiso terrestre Adamo ed Eva, originando un vento in grado di far scattare vele in mille luoghi, vele sono anche quelle delle volte, che cadono ruvide. Sarebbe stata un mese estivo, un insetto dotato di ali, come l’arcangelo Gabriele; dal coro angelico e dalla cattedrale si passa allo spazio fisico della balera con tutto ciò che di corporale include. Avrebbe dato al suo interlocutore la sorte di sapere, di sorreggere il soffitto della cattedrale (barocca) che diventa veste di pace, di assenza, dal decoro invidiato, nel senso di visione, non di invidia. Infine il verbo impigliare evoca l’immagine di un polipo a otto tentacoli (ma anche il ragno ha otto zampe) e di un’impronta, forse segno del passaggio di ciascuno di noi, da cui escono le torture. Inutile aggiungere che Claudia plasma la poesia, la metrica, il linguaggio, che arricchisce di termini stranieri, arcaici, aulici, trobadorici, dialettali. Anche Claudia fece il “folle volo”, perché la vita autentica non esisteva più, non per lei almeno. “L’autentico non c’è in nessun luogo. Non c’è più verità; e su questa terra (ma non esiste nessuna altra terra, nessun altro cielo), non possiamo scoprire nemmeno un raggio di luce”. Molti la considerarono una dilettante, una liceale con qualche ambizione poetica; Mauro Desiati, disse che Claudia Ruggeri scriveva divinamente, che la sua poesia era una piccola epifania postmoderna. Aggiunse  che entrare nella sua poesia era come avventurarsi nel Paese delle Meraviglie, perché scopri tutto un mondo fatto di figure inquietanti, a metà tra l’onirismo e la veglia, tra il sonno e la vita. Di certo c’è che era insoddisfatta di sé e della sua scrittura, della vita in genere da cui decise di fuggire riecheggiando i versi di una sua poesia: “ e volli / il “folle volo” cieca sicura tutta / Volli la fine delle streghe volli // Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi / Di memoria di chi sfilò il suo manto / poggiò per sempre il Libro…” L’impazienza tragica ebbe la meglio.

Deborah Mega

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