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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Francesco Tomada

Da L’infanzia vista da qui, Sottomondo, 2005 (rist. Dot.com Press 2015)

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

(a Stefania, finalmente)

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore
come sembrava impossibile che tu fossi madre
come sembrava impossibile morire di parto
nell’anno duemila di Dio

pesavi di meno di questo cognome che oggi
io porto da solo che se si potesse prenderlo
in braccio e sollevarlo come facevo con te
sarei un uomo diverso e avrei un sorriso
più facile da regalare ai miei figli

Da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008

(sono queste le righe che cercavo per Rose)

Cosa c’è nel museo di Auschwitz

ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione

occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa

valigie per milioni
di possibili ritorni a casa

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
– non posso proprio chiamarlo vivere –

c’è una stanza intera piena di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti

Io vivo qui pt. II

Ti voglio descrivere un orizzonte:
dal pendio del Podgora alla conca dove riposa la città e poi su al labbro scuro
del Sabotino saranno tre chilometri in linea d’aria.

Adesso lo voglio misurare:
per riempire il cielo serve un pugno di rondini in volo;
novant’anni fa per prendere questa terra morirono quattrocentomila soldati.

Gorizia ha quarantamila abitanti, per ciascuno di noi ci sono dieci morti.
Le rondini invece non bastano per tutti.
Per questo, quando ne arriva una, fa primavera.

Da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli, 2014

(senza titolo)

Ho visto:
il corpo di una talpa morta sull’asfalto
sui resti quasi decomposti delle orecchie
due farfalle azzurre che battevano le ali
sembrava volessero sollevarla
una bellezza assoluta ma triste

ho pensato:
allora gli angeli esistono davvero
però non riescono a portarci in cielo

A conti fatti

Lo puoi vedere ancora nei miei occhi:
sono stato un bambino con poca gioia

invece il tuo sorriso esplode spesso senza alcun motivo
allora ho pensato che ne potesse avanzare per me
e anche per altri

per questo è nel tuo ventre
che ho cercato i miei figli

Da Non si può imporre il colore ad una rosa,  Carteggi Letterari, 2016

Viene buio presto

Il tavolo con i piatti sporchi della cena
una bottiglia di vino bevuta a metà
e io penso a quando giuravamo
di restare insieme per sempre
abbiamo mentito
l’eternità non esiste
amare è un verbo che ha senso soltanto al presente
così prima che tu possa sparecchiare
allungo la mia mano per stringere la tua
come i bambini che non vogliono dormire
perché hanno paura
di non svegliarsi più

Nel giorno del quarantanovesimo compleanno

Adesso sono sulla punta della vita
da qui si vede lontanissimo
in ogni direzione

mio nonno che dorme sulla poltrona
con un gatto marrone sulle ginocchia

il pallone calciato verso la porta dell’autorimessa
una volta su trenta si infila nel sette
e io divento Anastasi

i seni piccoli di mia madre sotto la vestaglia
quando si piegava per rifare i letti e poi tu
quando ho visto il tuo corpo per la prima volta
ho pensato che finalmente
il mondo mi aveva perdonato

i figli che i miei figli
adesso dicono di non volere mai
e speriamo che uno almeno sia bambina

io che invecchio peggio di te e allora
per strada dovrai
ricominciare a tenermi per mano

tutto adesso è qui
la cura con cui mio nonno sceglieva le parole
è diventata il mio silenzio
un pallone sgonfio da calciare in giardino
tutto adesso è qui

e come un arto amputato
sento già il calore della mano
che ancora non mi hai dato

 

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