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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di:

Paola Casulli

 

Udire un’ombra tra le nuvole
e trasalire nel riconoscere
la luce di un treno appena passato
o della neve appassita sui cancelli,
precipitata sui tetti
a incombere sulle tele di ragno del giardino.
Quelle piccole cose,
quei fiori finti che mettevi al centro di una tavola addobbata
per un cielo sgombro, per i tuoi ragazzi
che mordevano la paura di non concedersi alla vita.
Per te che ora te ne stai lì
ferma come una Madonna dipinta sul letto,
quel dolce peso della bellezza che muore.

Nessuno resta,
nessuno ha parole in mezzo ai campi senza destino, e le rive
sono vuote di fiato in mezzo a tanta dissacrazione.
Davanti ai quadri di chi contempla, vuoti. Di chi chiede di innamorarsi ancora.
Solo lei rincorre a bracciate l’acqua della propria quiete,
che la bellezza è puro disimpare mestieri.
Nessuno resta
in questa aurora obliqua
dove pure le formiche ci somigliano
con i neri dorsi sui crinali.

E poi è di nuovo sabato.
Le nostre scapole ricordano i punti oscuri,
quel modo arbitrario di essere felici e tuttavia
è così poco lungimirante il tuo viso
quando sorridi
e fai brillare gli occhi in quell’angolo del letto
dove fiorisce l’oleandro.
Adesso tu che siedi come chi siede sotto un albero
a chiedermi un ritratto.
Io non faccio domande.
Sei così bello
è meglio che io non veda
è meglio che io non veda niente.

Ogni tanto, nel sonno, mi sveglio.
Resto lì, fermo e assorto.
Vita semplice.
Vita tra mura bianche di chiesa, questa mia casa sicura.
Poi mi volto di lato.
Vedo lei. Vedo la metà dei vivi
e malgrado l’implacabile lunghezza della notte
sento la quiete dell’esule.
L’ardente battaglia volgere alla fine.
Resta quel breve istante in cui il profilo della mia anima
versa luce nei miei occhi
e tutto ha un celestiale ritorno.

Il giorno che arrivai sulla spiaggia
con la mia onda all’incontrario e mani
protese contro la duna che sembrava franare.
Quel giorno dico,
ci fu l’abbandono del fuoco, la fuga dalla verità,
questo fiore ancora dischiuso nell’ordine nauseabondo delle certezze perdute.
E io e te ci siamo perduti
nell’istante della pagina bianca
il deterioramento di ogni parola
che non trova fibra, carta, mano
per dire Amore.
Ed io a chiedermi
oscuramente
la soglia dei deserti.

 

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