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Scicli (Ragusa) Chiesa di S. Matteo e scorcio di Palazzo Fava, foto di Loredana Semantica

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare il rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta. Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.

Monte Ilice, 3 Settembre 1854                                                                                   

Mia cara Marianna. Avevo promesso di scriverti ed ecco come tengo la mia promessa! In venti giorni che son qui, a correr pei campi, sola! tutta sola! intendi? dallo spuntar del sole insino a sera, a sedermi sull’erba sotto questi immensi castagni, ad ascoltare il canto degli uccelletti che sono allegri, saltellano come me e ringraziano il buon Dio, non ho trovato un minuto, un piccolo minuto, per dirti che ti voglio bene cento volte dippiù adesso che son lontana da te e che non ti ho più accanto ad ogni ora del giorno come laggiù, al convento. Quanto sarei felice se tu fossi qui, con me, a raccogliere fiorellini, ad inseguire le farfalle, a fantasticare all’ombra di questi alberi, allorché il sole è più cocente, a passeggiare abbracciate in queste belle sere, al lume di luna, senz’altro rumore che il ronzìo degli insetti, che mi sembra melodioso perché mi dice che sono in campagna, in piena aria libera, e il canto di quell’uccello malinconico di cui non so il nome, ma che mi fa venire agli occhi lagrime dolcissime quando la sera sto ad ascoltarlo dalla mia finestra. Com’è bella la campagna, Marianna mia! Se tu fossi qui, con me! Se tu potessi vedere codesti monti, al chiaro di luna o al sorger del sole, e le grandi ombre dei boschi, e l’azzurro del cielo, e il verde delle vigne che si nascondono nelle valli e circondano le casette, e quel mare ceruleo, immenso, che luccica laggiù, lontan lontano, e tutti quei villaggi che si arrampicano sul pendìo dei monti, che sono grandi e sembrano piccini accanto alla maestà del nostro Mongibello! Se vedessi com’è bello da vicino il nostro Etna! Dal belvedere del convento si vedeva come un gran monte isolato, colla cima sempre coperta di neve; adesso io conto le vette di tutti i codesti monticelli che gli fanno corona, scorgo le sue valli profonde, le sue pendici boschive, la sua vetta superba su cui la neve, diramandosi pei burroni, disegna immensi solchi bruni. Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare! Allorché ringrazio il Signore di tutte queste belle cose, io lo faccio con una parola, con una lagrima, con uno sguardo, sola in mezzo ai campi inginocchiata sul musco dei boschi o seduta sull’erba. Ma mi pare che il buon Dio debba esserne più contento perché lo ringrazio con tutta l’anima, e il mio pensiero non è imprigionato sotto le oscure volte del coro, ma si stende per le ombre maestose di questi boschi, e per tutta l’immensità di questo cielo e di quest’orizzonte. Ci chiamano le elette perché siamo destinate a divenire spose del Signore: ma il buon Dio non ha forse fatto per tutti queste belle cose? E perché soltanto le sue spose dovrebbero esserne prive? Come son felice, mio Dio! Ti rammenti di Rosalia la quale voleva provarci che il mondo fosse più bello al di fuori del nostro convento? Non sapevamo persuadercene, ti ricordi? e le davamo la berta! se non fossi uscita dal convento non avrei mai creduto che Rosalia potesse aver ragione. Il nostro mondo era ben ristretto: l’altarino, quei poveri fiori che intristivano nei vasi privi d’aria. il belvedere dal quale vedevasi un mucchio di tetti, e poi da lontano, come in una lanterna magica, la campagna, il mare e tutte le belle cose create da Dio, il nostro piccolo giardino, che par fatto a posta per lasciar scorgere i muri claustrali al disopra degli alberi, e che si percorre tutto in cento passi, ove ci si permetteva di passeggiare per un’ora sotto la sorveglianza della Direttrice, ma senza poter correre e trastullarci… ecco tutto! E poi, vedi… io non so facevamo bene a non pensare un poco di più alla nostra famiglia! Io sono la più disgraziata di tutte le educande, è vero, perché ho perduto la mamma!… Ma ora sento che amo il mio babbo assai più della Madre Direttrice, delle mie consorelle e del mio confessore; sento che io l’amo con più confidenza, con maggior tenerezza il mio caro babbo, sebbene possa dire di non conoscerlo intimamente che da venti giorni. Tu sai che io fui chiusa in convento quando non toccavo ancora i sette anni, allorché la mia povera mamma mi lasciò sola!… Mi dissero che mi davano un’altra famiglia, delle altre madri che mi avrebbero voluto bene… È vero, sì… ma l’amore che ho per mio padre mi fa comprendere che ben diverso sarebbe stato l’affetto della povera madre mia. 6 Tu non puoi immaginarti quello che io provo dentro di me allorché il mio caro babbo mi dà il buon giorno e mi abbraccia! Nessuno ci abbracciava mai laggiù, tu lo sai, Marianna!… la regola lo proibisce… Eppure non mi pare che ci sia male a sentirsi così amate…[…]

Storia di una capinera, Giovanni Verga, 1871

Storia di una capinera, da cui è tratto l’incipit di oggi, è un romanzo epistolare di Giovanni Verga, scritto nel 1869, durante uno dei soggiorni fiorentini dello scrittore e pubblicato nel 1870 a puntate sulla rivista del Lampugnani Il Corriere delle dame con il titolo La capinera, successivamente nel 1871 a Milano sempre da parte dello stesso editore. Secondo un’indagine svolta agli inizi del XX secolo dalla Società Bibliografica Italiana, il romanzo riscosse un notevole successo di pubblico tanto da vendere ventimila copie in vent’anni circa. Il romanzo è in alcuni punti  autobiografico: nell’estate del 1854, in seguito all’epidemia di colera che si era scatenata su Catania, la famiglia Verga si rifugiò a Tebidi, una località vicina a Vizzini.  Verga, all’epoca quindicenne, si innamorò di una giovane educanda del monastero di San Sebastiano. Il libro si apre con una pagina introduttiva in cui l’autore spiega le ragioni del titolo scelto per la sua opera. La capinera rinchiusa in una gabbia è destinata a morire di dolore per aver perso la libertà, allo stesso modo avviene alla sua protagonista. Maria è una diciannovenne rimasta orfana di madre e rinchiusa all’età di sette anni in un convento di Catania; la ragazza è destinata a diventare monaca di clausura per motivi di indigenza economica della famiglia di provenienza. A causa dell’epidemia di colera, Maria ha l’occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilice e vivere alcuni mesi con la sua famiglia composta dal padre, dalla sua seconda moglie, dalla sorella Giuditta e dal fratello Gigi. A Monte Ilice Maria comincia ad intrattenere un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, come lei tornata a casa dai genitori a causa del colera. Il primo periodo viene vissuto da Maria con grande spensieratezza: Monte Ilice infatti rappresenta tutto l’opposto dell’ambiente claustrale da lei conosciuto: al grigiore degli spazi angusti e alle severe regole di condotta, si oppone «una bella casetta posta sul pendìo della collina» dove «per andare all’abitazione più vicina bisogna correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli». La sola ombra che offusca il cuore di Maria è il pensiero di dover tornare alla vita di clausura, invidia, perciò, Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento. A poca distanza dalla casa di Maria, abita la famiglia Valentini, amici della sua famiglia e con i quali i suoi fratelli trascorrono molto tempo. Maria diventa così amica di Annetta, figlia dei Valentini. Conosce anche il figlio maggiore, che tutti chiamano Nino. Nei giorni trascorsi insieme, Maria e Nino hanno l’occasione di avvicinarsi e così nel cuore della giovane educanda si insinua un sentimento del tutto nuovo per lei: l’amore. Maria scambia il sentimento per una strana inspiegabile malinconia e quando riesce finalmente a capire la natura del proprio malessere si spaventa ancora di più. La situazione peggiora quando Nino le fa capire di ricambiare i suoi sentimenti e la invita a lasciare il convento. Esaltata e allo stesso tempo stordita dalla rivelazione, Maria cade in un nuovo stato depressivo, quando la matrigna le ribadisce la necessità di diventare suora. Cessato l’allarme dell’epidemia, la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte prima di partire Nino si presenta alla finestra di Maria per salutarla, ma la giovane perde i sensi per un grave attacco di tosse. Anche la famiglia di Maria fa ritorno a Catania, la giovane rientra nel convento ma si ammala frequentemente. Lei intanto si punisce digiunando e mortificando la propria carne soprattutto quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e Giuditta. Nell’aprile del 1856 Maria prende i voti. Alla cerimonia assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino; i suoi sentimenti  la tormentano, accrescendo il suo senso di colpa dato che lei è combattuta tra l’amore per Nino e i suoi doveri di suora. Teme di impazzire e racconta a Marianna della presenza in convento di una suora pazza, suor Agata, che da quindici anni è rinchiusa nella «cella dei matti». Racconta anche di una macabra tradizione del convento, secondo la quale la cella dei matti non deve mai rimanere vuota. Maria è atterrita al pensiero di poter essere lei la prossima. Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta: da una finestra arriva perfino a distinguere i due sposi. Il bisogno di vedere Nino la spinge ad un tentativo di fuga dal convento, ma viene trattenuta dalle converse. Durante una grave crisi viene portata in infermeria dove, dopo tre giorni, muore. Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire (dietro espresso desiderio di Maria) gli effetti personali della defunta trovati sul suo letto di morte: un crocefisso d’argento, alcuni fogli manoscritti, una ciocca di capelli e alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa lasciata da Nino sul davanzale della sua finestra prima del rientro a Catania. Verga, non solo sviluppa il tema della monacazione forzata, all’epoca molto diffuso soprattutto per evitare di disperdere il patrimonio familiare distribuendolo tra i figli,  ma focalizza la sua attenzione sulla protagonista e sui suoi stati d’animo. Il narratore indaga le reazioni psicologiche della giovane, combattuta tra la devozione a Dio e l’altrettanto sincera passione per Nino. La struttura epistolare del romanzo consente la descrizione della personalità e dei pensieri più intimi della giovane. Le lettrici borghesi dell’epoca erano le destinatarie di queste narrazioni sentimentali e patetiche. Il romanzo di ispirazione romantica attraverso la descrizione del supplizio della donna raggiunge vette altissime di realismo e di struggimento delineando il ritratto di un’altra vinta, schiacciata e annientata da un destino crudele scelto per lei da altri.

Deborah Mega

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