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Fernanda Romagnoli

Confesso che ho qualche difficoltà a scegliere una “rosa” di poesia di Fernanda Romagnoli, alla quale intendo dedicare questo mercoledì di Forma Alchemica. La difficoltà non sta certo nel valore, perché la produzione di Fernanda ben rappresenta il senso del titolo di questa rubrica, che ho spiegato qui, nel penultimo capoverso della nota introduttiva. La difficoltà è piuttosto dovuta alla scelta di quale poesia sia maggiormente rappresentativa dell’eccellenza poetica di questa autrice.

La forma che la Romagnoli dà alla scrittura e la sapiente, sorprendente abilità di scegliere i lemmi da disporre nella perfetta architettura dei suoi versi, ben le meritano i commenti entusiastici espressi dai critici che “battezzarono” le sue raccolte. Appena quattro, sparse lungo tutto l’arco della sua vita: Capriccio, Roma 1943 Berretto rosso, Roma 1965 Confiteor, Guanda, Parma 1973 Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano 1980. Si sa poco di Fernanda Romagnoli, studi al Conservatorio, matrimonio con un militare, una vita scorsa tra gli anni dalla nascita nel 1916 alla morte nel 1986 in grande riservatezza, tanto che qualcuno ha osservato come si contrapponga alla vita in ombra e apparentemente  piana, senza scosse, tutta l’agitazione esposta nella potente dolorosità dei suoi versi.

E’ poco conosciuta Fernanda, scarse le sue note biografiche, ma per percepire la bellezza della sua scrittura per una volta io taccio e “lascio parlare il web”, riporto cioè tutte le citazioni di critici e poeti autorevoli presenti in wikiquote su Fernanda Romagnoli.

  • C’è in questi versi… il segno di un destino poetico, volto a una confessione di continuo sollevata dal puro diarismo per il rovello e l’attesa di una rivelazione, nella linea della grande Dickinson, di Cristina Rossetti. Esso nasce dall’ininterrotto scontro tra il quotidiano e il visionario. (Attilio Bertolucci)
  • Ci sono poeti che hanno un destino di silenzio, anche se a tratti sembra che la gloria, o la fama almeno, li abbia per un attimo baciati. Il silenzio, in vita e in morte, tranne che per qualche breve istante, pare essere il destino di Fernanda Romagnoli, poetessa romana morta nell’86 all’età di settant’anni. (Donatella Bisutti)
  • È un caso letterario Fernanda Romagnoli? Sì, lo è, nel senso più alto, meno effimero… Con Il tredicesimo invitato ha raggiunto una serena eternità da piccolo classico. (Dario Bellezza)
  • Eppure – come nei metafisici inglesi che certamente ha letto, o in Caproni cui deve qualcosa, o alla Guidacci che forse le è vicina – quanta vita sotterranea, rappresa, rimane in questa poesia della Romagnoli, capace ancora di fremere di agitarsi di lottare fra l’esistere e l’essere. (Marco Forti)
  • La poesia della Romagnoli rispecchia l’essenza della vita: stati d’animo, travagli di coscienza, accensioni spirituali di una donna coraggiosamente impegnata a leggere in sé la propria verità… (Diego Valeri)
  • La sua fortuna letteraria era stata come il percorso breve e subito cancellato di una stella cadente che si accende per qualche attimo solo quando è vicina al termine della sua corsa. Prima e dopo quell’attimo, nulla, o quasi. (Donatella Bisutti)
  • Possedere la verità in un’anima e un corpo era il grido, quale a noi risulta, più che un progetto, con cui si chiudeva Une saison en enfer. Il richiamo a Rimbaud tende a sottrarre alla convenzionalità dei due termini di un conflitto mai risolto la sostanza del libro drammatico che abbiamo davanti… (Vittorio Sereni)
  • Rarissimo evento, Fernanda Romagnoli è poeta. (Pietro Cimatti)
  • Una donna senza storia, Fernanda Romagnoli, se non questa sua quasi segreta passione dello scrivere: come la poetessa americana Emily Dickinson, che amava molto e alla quale per certi aspetti è affine. (Donatella Bisutti)

Riporto inoltre quanto dice Stefano Guglielmin nel suo blog Blanc de ta nuque, grazie al quale ho conosciuto questa poetessa: “Furono usati per la Romagno­li aggettivi come «grande», «misteriosa», «straordinaria». Poi, a un tratto, più nulla. Scomparsa. Come se non fosse mai esistita.”

E infine un passo della recensione di Giovanni Nuscis alla raccolta “Il tredicesimo invitato”

“Riguardo alla scrittura, la compostezza del dettato — il controllo sintattico e lessicale, le soluzioni di stile — ci fanno subito cogliere e ammirare, di Fernanda Romagnoli, la perizia artigianale, l’insistito, paziente lavoro sulla parola: l’essenzialità dei versi non può che rendere più persuasivi e autentici i sentimenti e i pensieri espressi.
La misura metrica prescelta è quella dell’endecasillabo, di tanto in tanto alternato con settenari, più di rado, con novenari. Costante è l’impiego di rime e assonanze, interne ed esterne. Tra gli strumenti retorici, ricorrono le metafore e le anafore, e ossimori, similitudini. Fuori dalle mode, dalle scuole, fuori dal tempo, questa poesia sembra aver atteso la conclusione della parentesi terrena dell’autrice per accrescersi e affermarsi: la morte come suggello di coerenza e verità, di rispondenza perfetta tra vita e poesia. La prima, riversata nella seconda.”

E dopo tutta questa ampia premessa con parole d’altri per introdurre la poesia, vi propongo questa sua in calce dal titolo “Tu”, nella quale la Romagnoli personifica l’anima in una reietta essenza, perennemente in esilio e misconosciuta, per poi riconoscerle l’apparire improvviso come ombra che su monti corre ridendo, guardando il cielo che la nomina e sigilla. Magnifica sequenza descrittiva con chiusa perfetta. La preferisco perché all’estraniazione della quale l’anima è vittima nella prima parte del testo, consegue il suo trionfo nella seconda, un trionfo da ninfa celeste, che fa l’anima effimera e giocosa, misteriosa e leggera, che mette in scacco il passante con faccia d’eremita o brigante, e soprattutto riscatta la dolorosità dell’io prostrato di tanta altra produzione della Romagnoli. Perché lei adesso mi piace pensarla così, come questo “tu”(e con questo “tu”), ombra che corre ridendo sui monti, di crinale in crinale,  ancora presente.

Loredana Semantica

Anima

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

Fernanda Romagnoli

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