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(foto dal web)

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, in “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Ed. Einaudi

Per questo nuovo appuntamento con Parole di donna ho scelto un testo di un’autrice contemporanea vivente, Chandra Livia Candiani. Da quando l’ho letta per la prima volta mi ci sono ritrovata molto perché particolarmente ricca di suggestioni condivisibili. A chi non capita di ritrovarsi al risveglio di fronte allo specchio e di dare un’occhiata sfuggente al proprio volto? Potremmo avere delle sorprese non da poco. Il riflesso rivela i segni della lotta, quella che conduciamo ogni giorno e che non ci abbandona neanche durante il sonno. Ci ritroviamo così ad alzarci poco riposati, a riprendere la routine quotidiana con lo sguardo feroce pronto ad una nuova battaglia. Occhi e bocca più di tutto rivelano il nostro stato d’animo, la fatica, la durezza di certe mattine.

La bambina pugile rappresenta ciascuno di noi, ha lottato e continua a lottare durante tutta la notte con un gigante invisibile, fatto di paure, di pensieri, di preoccupazioni, di sovrastrutture che a volte ci carichiamo sulle spalle. Anche il nostro atteggiamento di fronte al mondo e la nostra postura diventano contratti e indicano la chiusura per legittima difesa. E’ come se scagliassimo una grossa pietra verso l’alto e ne aspettassimo la caduta nonostante si sia precari, deboli e indifesi come un filo d’erba, un peso piuma, per utilizzare un termine specialistico del pugilato. Siamo in guerra con la terra che ci ha generati, con l’aria che respiriamo, con gli altri, soli come noi, siamo pronti all’azione, non abbiamo neanche paura di cedere, pazzi e temerari come siamo. Siamo inoltre accomunati e uniti da uno stesso destino di sofferenza e sopravvivenza che ci lega a tutte le generazioni passate e future. I temi privilegiati della Candiani non a caso sono l’io, il corpo e la sua relazione con il mondo, l’amore, l’altro, i drammi della vita, la morte. In questo testo come in molti altri, l’autrice si mette in relazione con il proprio tempo e con la sofferenza, inoltre non c’è una parola che sia di troppo, tanto che si parla spesso di leggerezza del suo stile e linguaggio, una levità che ricorda la Lamarque o la Szymborska. In una mirabile sintesi compone toni lirici con toni riflessivi, squarci orientali e meditativi con spunti metafisici e gnoseologici. Mentre si procede nella lettura infatti si manifesta una vena più malinconica e profonda, una volontà di ricercare verità rivelatrici. Ecco dunque che quello che ci resta è la poesia e la scrittura come strumenti di conoscenza e di difesa, che superino la dimensione esclusivamente estetica per diventare forme vitali di resistenza.

Deborah Mega

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