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René Magritte, Dècalcomanie, 1966

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: 

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

 – Grazie, caro. Questo lo so.

 – E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

 – Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando l’atroce cordoglio d’un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt’a un tratto che… sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de’ vizii, e della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser cagione a un povero innocente. Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in un albero genealogico, l’origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli. E allora? Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo. Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. E’ ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscer poco l’indole e le abitudini de’ suoi concittadini; o forse sperò che il suo lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro animo l’amore per lo studio. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de’ miei concittadini. Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione sconsacrata. Qua li affidò, senz’alcun discernimento, a titolo di beneficio, e come sinecura, a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per due lire al giorno, stando a guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore il tanfo della muffa e del vecchiume. Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti (come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire d’ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura, riducendosi finalmente a effetto l’antica speranza della buon’anima di monsignor Boccamazza, capitasse in questa biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con l’obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant’anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte. Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la seconda… sentirete. 

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904, Nuova Antologia

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L’incipit di oggi è quello di un grande romanzo di Luigi Pirandello che apparve dapprima a puntate sulla “Nuova Antologia” nel 1904 e che successivamente fu pubblicato in volume. La storia, narrata in prima persona, è infatti il racconto da parte del protagonista della propria vita e delle vicende che l’hanno portato ad essere il “fu” di se stesso, “morto in vita” e privo di identità e ruolo sociale. Si tratta di una narrazione omodiegetica a focalizzazione interna che ruota interamente attorno al tema, caro a Pirandello, dell’identità individuale: quella di Mattia Pascal e del suo alter ego, Adriano Meis. La vicenda è ambientata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e  si svolge in un paio d’anni circa. Dopo la morte del padre, la madre di Mattia, che ha pure un altro figlio di nome Roberto, sceglie di dare in gestione l’eredità del marito a Batta Malagna, amministratore poco onesto che giorno dopo giorno deruba la famiglia Pascal. I due giovani eredi, dal canto loro, sono poco accorti e troppo impegnati a divertirsi per occuparsi della gestione del patrimonio familiare. Mattia, inoltre, è costretto a sposare la nipote del Malagna, perché aspetta un bambino e per sopravvivere deve impiegarsi come bibliotecario e vivere con la moglie Romilda a casa della suocera, vedova Pescatore, donna arcigna che lo disistima profondamente. Ben presto la vita matrimoniale diventa insopportabile e, dopo la perdita di entrambe le figlie, Mattia decide di partire per Montecarlo, per tentare di arricchirsi al gioco, come aveva fatto suo padre molti anni prima. Le sue speranze vengono esaudite: vince infatti una somma considerevole alla roulette. Si rimette così in viaggio verso il paese natìo, deciso a riscattarsi. Durante il viaggio in treno, però, accade l’imprevedibile: Mattia legge sul giornale la cronaca di un suicidio avvenuto a Miragno, e scopre con grande stupore di essere stato identificato erroneamente nel cadavere di un disperato, già in stato di putrefazione e quindi irriconoscibile. Dopo un primo momento di totale smarrimento, Mattia decide di cogliere l’occasione per fuggire dalla vita poco entusiasmante che lo attende a casa. Abbandonata l’identità di Mattia Pascal, adotta il nuovo nome di Adriano Meis, confidando nella realizzazione di una nuova vita. Tenta così di ricostruirsi un’esistenza diversa all’insegna dell’autenticità e della libertà. Dopo un periodo trascorso a vagare tra Italia e Germania, Adriano si ferma a Roma, dove prende in affitto una stanza. Egli però non possiede documenti né un’identità che sia riconosciuta così non può denunciare un furto subìto nè sposare Adriana Paleari, la figlia del padrone di casa, di cui si è innamorato. Frustrato dalla sua condizione, decide di rinunciare anche all’identità di Adriano Meis, di cui inscena il suicidio e di riprendere la vecchia identità di Mattia Pascal. Tornato a Miragno però, scopre che sua moglie ha sposato un amico di vecchia data, Gerolamo Pomino da cui ha pure avuto una figlia. Mattia può solo riprendere il suo impiego di bibliotecario e si ritira a vita solitaria, la cui unica distrazione è la visita di tanto in tanto alla propria tomba perché egli è nient’altro che il “fu Mattia Pascal”. Lascerà il manoscritto nella biblioteca con l’obbligo di aprirlo soltanto cinquant’anni dopo la sua terza e definitiva morte. La prima morte è quella che lo vede morto suicida nel mulino della “Stìa”, la seconda quella in cui “muore” Adriano Meis, la terza sarà la sua, quella definitiva. Spesso il suo punto di vista sugli eventi è soggettivo e parziale, tanto da farci dubitare della sua attendibilità. Anche per ciò che riguarda lo stile, sono abilmente mescolati elementi teatrali e una sintassi vicina all’oralità, per trasmettere l’idea di frantumazione dell’identità tipica dell’uomo contemporaneo. La difficoltà di comprendere la realtà diventa anche un alibi per il narratore-protagonista. Ad esempio quando Mattia riferisce le ambascerie a Romilda da parte di Pomino, si giustifica in questo modo “Che colpa ho io se Romilda invece d’innamorarsi di Pomino, s’innamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui?” La sua posizione invece è tutt’altro che limpida nonostante i tentativi di autoconvincimento. Anche quando riferisce il suo ingresso nella sala da gioco, assicura che non aveva intenzione di giocare. Il cognome Pascal pure non sembra una scelta casuale, allude infatti alla resurrezione. Secondo alcuni studiosi, Pirandello nella scelta del cognome si sarebbe ispirato a un filosofo francese, Théophile Pascal. Dal punto di vista fisico si può dedurre che non sia un bell’uomo, di corporatura robusta con i capelli molto corti e la barba ben curata, presenta lo strabismo dell’occhio sinistro. Nelle vesti di Adriano Meis invece porta i capelli lunghi che lo fanno assomigliare ad un filosofo tedesco,  il nome di Adriano Meis invece gli fu offerto in treno, viaggiando con due signori che discutevano animatamente di iconografia cristiana. Nel cap. XIII Anselmo Paleari, il sessantenne proprietario della pensione in cui alloggia Adriano Meis espone la teoria filosofica della lanterninosofia. Secondo questa teoria, l’uomo ha la sfortuna di avere coscienza della propria vita, cioè di “sentirsi vivere”, ciascuno di noi porta dentro di sé un lanternino acceso che ci fa vedere il bene, il male e la mutevolezza delle situazioni. Questi lanternini, destinati a spegnersi ad un soffio prima o poi, rappresentano l’idea interiore del mondo esterno, quelli più grandi e colorati rappresentano le ideologie. Un fatto realmente accaduto in Sicilia e pubblicato nel 1889 con il titolo “La moglie dei due mariti” da uno sconosciuto scrittore siciliano, certo Vincenzo Guarrella, potrebbe aver dato a Pirandello l’ispirazione per il romanzo. Mattia Pascal è il primo personaggio in cerca d’autore che cerca di liberarsi dalla maschera, dalla forma, cui la società e il destino lo avevano condannato senza però riuscirci.

Deborah Mega

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