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Fluisce tra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, un chiarore che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza! Difficilissima lingua del povero!
rovente muro del solitario! strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni fuori
del tempo. Dissipa tu se tu vuoi questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa tu la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu se tu vuoi questa dissipata vita dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che m’agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu se tu vuoi questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se tu puoi, se tu sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile, se
non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu se tu
vuoi questa mia debole vita che s’incanta ad
ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu
se tu vuoi questo mio incantarsi, – dissipa tu
se tu vuoi la mia eterna ricerca del bello e
del buono e dei parassiti. Dissipa tu se tu puoi
la mia fanciullaggine; dissipa tu se tu vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che tu devi per forza assecondare,
per diminuire. Dissipa se tu puoi la forza che
mi congiunge a te: dissipa l’orrore che mi ritorna
a te. Lascia che l’ardore si faccia misericordia,
lascia che il coraggio si smonti in minuscole
parti, lascia l’inverno stirarsi importante nelle
sue celle, lascia la primavera portare via il
seme dell’indolenza, lascia l’estate bruciare
violenta e incauta; lascia l’inverno tornare
disfatto e squillante, lascia tutto – ritorna
a me; lascia l’inverno riposare sul suo letto
di fiume secco; lascia tutto, e ritorna alla
notte delicata delle mie mani. Lascia il sapore
della gloria ad altri, lascia l’uragano sfogarsi.
Lascia l’innocenza e ritorna al buio, lascia
l’incontro e ritorna alla luce. Lascia le maniglie
che coprono il sacramento, lascia il ritardo
che rovina il pomeriggio. Lascia, ritorna, paga,
disfa la luce, disfa la notte e l’incontro, lascia
nidi di speranze, e ritorna al buio, lascia credere
che la luce sia un eterno paragone.

Amelia Rosselli

(da La libellula. Panegirico della libertà)

Un testo importante e corposo quello che ho scelto di commentare per il terzo appuntamento con Parole di donna. Amelia Rosselli, una delle personalità più significative della poesia del Novecento, racconta l’indicibile che fluisce come un chiarore tra i membri di una ipotetica coppia. All’uomo che si ama viene detto in modo incalzante di disperdere la propria vita, definita debole, priva perfino della facoltà di lamentarsi. L’invito è rivolto anche, sempre se l’uomo lo voglia e ne abbia il tempo, a disperdere il pudore, l’effige, le ragioni cangianti, le richieste eccessive, l’orrore, tutto quanto c’è di buono e di negativo nella propria condizione e a dissipare gli ostacoli che le impediscono di vederlo. La poetessa rivela la sua caratteristica di incantarsi ad ogni passaggio di debole bellezza, di ricercare eternamente il bello e il buono ma anche i parassiti, evidente in questo passaggio l’ironia sottesa. La Rosselli invita a disperdere la propria fanciullaggine, il legame che li congiunge, l’incanto, il proprio innamoramento che dev’essere assecondato per diminuire. Lascia, gli dice, che l’ardore si faccia misericordia, forse nel senso di pietà umana, di generosità. L’invito è anche a dimenticare e lasciar perdere le stagioni con i loro effetti sugli animi umani, il sapore della gloria e a tornare alla  notte delicata delle sue mani e alla luce.

La fonte di questo testo, dichiarata dalla stessa autrice in nota all’edizione del 1985, è Montale, da Due nel crepuscolo contenuto ne La bufera ha tratto i versi “Fluisce tra te e me sul belvedere / un chiarore subacqueo che deforma”, da Mediterraneo “Dissipa tu se lo vuoi / questa debole vita che si lagna”, dalla chiusa de Il sogno del prigioniero “L’attesa è lunga, / il mio sogno di te non è finito”. E’ evidente la ricerca poetica innovativa e lo sperimentalismo linguistico dell’autrice, tanto da essere paragonata ai poeti del Gruppo ’63, anche se ne rimase volutamente ai margini, nonostante apprezzasse molto la poesia di Antonio Porta. Dal suo interesse per la musica e dalla sua conoscenza dell’armonia e della composizione musicale contemporanea derivò l’attenzione alla poesia, da lei definita “scienza e istinto insieme”. La sua conoscenza del francese degli anni parigini, dell’inglese appreso dalla madre e dalla scuola americana, infine dell’italiano, le permise di elaborare un linguaggio universale della poesia. Nel 1958 era stato composto il poemetto lungo La libellula, da cui è tratto questo testo, “in uno stato di ispirazione assoluta, felice addirittura”, come disse la stessa Rosselli alla radio nel 1992. Il sottotitolo Panegirico della libertà, aveva più a che fare col pane, giro del pane dunque, che con la libertà ma vuole anche evocare il movimento rotatorio delle ali della libellula. Nelle note della ristampa del 1985, la stessa autrice chiarì le citazioni dei suoi poeti più amati, essenziali alla sua formazione, presi come spunto e poi manipolati, Rimbaud. Campana, Montale. La Rosselli utilizza la tecnica della variazione, basata sulla ripetizione e rielaborazione di sillabe, apparentemente sciolta da intenzioni semantiche ma in realtà dai forti contenuti simbolici, passionali, ironici. Giudici a questo proposito ha parlato di “natura sismica” della lingua, ogni parola infatti tracima in altre vicine che la richiamano. E’ frequente anche l’anarchia grammaticale e sintattica come l’uso transitivo di “agonizzare” al verso 15, per citarne uno. Il linguaggio poetico sembra seguire un ordine, immediatamente superato e rovesciato l’attimo dopo per seguire una propria visionarietà, l’effetto che ne consegue è un insuperabile straniamento del lemma. La lingua della Rosselli diviene così mezzo di sperimentazione, invenzione ed esplorazione. Il linguaggio metrico pure è stravolto per sfruttare il gioco ritmico di assonanze e allitterazioni. I temi che percorrono la sua produzione poetica, sempre oscillante tra la lirica e la prosa, sono quelli della morte, del mistero, della nevrosi che la porterà al suicidio nel 1996. L’istinto all’ironia e alla sopravvivenza saranno gli elementi di forza e di contrasto a queste pulsioni drammatiche, sempre vive e accese in lei.

Deborah Mega

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