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_Il volo della luce, fotografia di Loredana Semantica_

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza.

Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Bompiani, 1941

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Il romanzo fu pubblicato a puntate dalla rivista letteraria Letteratura nel biennio 1938-1939, poi in un unico volume, Nome e lagrime per le edizioni Parenti e infine come Conversazione in Sicilia per la Bompiani nel 1941. Rappresenta il racconto di un viaggio, reale e simbolico del protagonista-narratore Silvestro, da Milano, dove abita da molti anni, fino alla Sicilia, dove è nato; un viaggio alla riscoperta delle proprie origini per giungere ad una più chiara consapevolezza del presente. Il viaggio di Silvestro inizia d’inverno, a seguito di una lettera del padre Costantino che lo informa di aver abbandonato la madre per seguire un’altra donna a Venezia. La nostalgia per la propria terra, abbandonata quindici anni prima, lo spinge a tornare nel piccolo villaggio di montagna dove ancora abita la madre Concezione proprio per la ricorrenza del suo onomastico. Durante il viaggio, Silvestro incontra alcuni personaggi che lo colpiscono particolarmente, un piccolo siciliano disperato con una moglie bambina, che lo scambia per americano e gli offre delle arance, un uomo in cerca di doveri più grandi, che chiama Gran Lombardo, due poliziotti, denominati dal protagonista Senza Baffi e Con Baffi, disprezzati dagli altri passeggeri. Giunto al paese, Silvestro ripercorre con la madre le tappe più significative della sua infanzia, accompagnandola nelle case in cui fa da infermiera ai malati di malaria e di tisi. Il giovane ha così l’occasione di entrare in contatto con un mondo dove regnano la miseria, la malattia, la rassegnazione; queste persone rappresentano il “mondo offeso”, la parte di umanità che viene quotidianamente oppressa. L’esperienza lo spinge a riflettere sull’intero genere umano, come anche il confronto con alcuni uomini del paese che insistono sulla necessità di imparare a soffrire per il mondo offeso, invece che per i propri dolori individuali. Il motivo del viaggio funge da tramite per recuperare la propria identità. Da notare inoltre la vitalità della madre che non si lascia abbattere dall’abbandono del coniuge donnaiolo ed egoista, piuttosto si adopera per sbarcare il lunario con ogni espediente.

Per il fatto che il protagonista solleciti la madre con “strane domande” il viaggio diventa “conversazione”, incontro del presente col passato. Egli incontra poi altri personaggi del paese, l’arrotino Calogero, che sostiene che nessuno ha più coltelli da affilare e si rallegra del temperino che Silvestro ha con sé, Ezechiele, che gli racconta di come il mondo sia offeso, il venditore di stoffe Porfirio e altri. Il romanzo è suddiviso in cinque parti: nella prima si affronta il tema dell’angoscia e della povertà; la seconda, piena di ricordi infantili, rappresenta la serenità dell’infanzia, la terza è quella della scoperta della malattia e della morte, la quarta affronta la discussione sui rimedi per combattere l’offesa; la quinta affronta il tema della morte. Nell’ultima parte del romanzo, la più simbolica, rientrando verso casa, Silvestro si ritrova nei pressi del cimitero dove gli appare l’ombra del fratello Liborio, che gli racconta di essere morto in guerra; l’indomani in effetti giungerà la notizia della sua morte. Prima di partire Silvestro s’incammina verso il monumento ai caduti dove si abbandona al pianto e al ricordo per tutti gli offesi scomparsi. Infine, dopo esser tornato a casa, nota la madre intenta a lavare i piedi ad un uomo inizialmente non riconosciuto dal protagonista: è il padre ma è come se si trasformasse nel nonno o in un viandante. Come scrisse Giovanni Falaschi potrebbe trattarsi dell’Uomo ritrovato a cui la madre lava i piedi nel segno evangelico dell’umiltà. L’Umanità in questo modo viene purificata dai suoi peccati. Sconcertato, Silvestro, si allontana senza neanche salutare il padre, è pronto infatti a ripartire, a lasciare una Sicilia “fuori dal tempo” e a fare ritorno alla vita attiva, animato dalla coscienza di “nuovi doveri”. Elio Vittorini cominciò a scrivere Conversazione in Sicilia nel 1936-37 all’età di trent’anni. Il romanzo è sempre apparso oscuro e di difficile comprensione, di conseguenza non è mai stato molto letto nonostante sia uno dei migliori del Novecento. Lo scrittore utilizzò un linguaggio difficile per non incorrere nella censura fascista e per via di una componente ermetica da non sottovalutare in contrapposizione alla demagogia fascista e alla retorica di stampo dannunziano imperante in quegli anni. La lingua retorica era la lingua del potere che opprime i più deboli, i braccianti, gli operai. Vittorini sceglie di stare dalla loro parte e di conseguenza sceglie un linguaggio diverso da quello del potere. In lui dunque scelte linguistiche e ideologia politica coincidono. Lo scrittore rievoca la sua infanzia e il suo paese d’origine, mondo del passato e della speranza, ma spiega che il nome Sicilia è scelto perché suona meglio di Persia o Venezuela. Non si tratta però di un’autobiografia o di un libro di memorie. Secondo lui il mondo è bello nella sua varietà, purtroppo però è deturpato dal fatto che coloro che detengono il potere esercitano una violenza continua sui più deboli, egli però, privo di una visione dialettica di tipo marxista, non ne fa una questione di scontro tra le classi piuttosto identifica gli offesi con i poveri o con gli intellettuali che si rendono conto della violenza presente nel mondo, e i potenti con i violenti. In tutto il romanzo prevalgono i dialoghi, ma sono presenti anche riflessioni del narratore-protagonista. Il registro è informale o colloquiale, il lessico è comune spesso tratto dall’italiano regionale. Quello utilizzato nell’incipit evidenzia tramite molte negazioni la mancanza di qualcosa : i furori sono astratti per l’assenza di concretezza, il protagonista è muto come i suoi amici e la sua ragazza per l’assenza di parole, prova un senso di quiete per l’assenza di azione e di speranza. Gli astratti furori, non eroici, non vivi, si riferiscono ad un modo universale di sentire la storia, il fascismo, la guerra civile in Spagna, che confina con un misto di rabbia e impotenza. Quando poi dopo aver ricevuto la lettera del padre scatta il meccanismo dei ricordi il lessico diventa positivo e concreto attraverso termini come infanzia, Sicilia, fichidindia, montagne, zolfo, sapori. In seguito sono frequentissime negazioni seguite da affermazioni, non era grande, né molto bella…ma era un’arancia e così via. La tecnica narrativa utilizzata da Vittorini è molto suggestiva, in quanto permette di creare un alone di indeterminatezza e mistero attorno alla scena narrata. In alcuni momenti il tempo dell’azione si ferma rispetto a quello della narrazione: è il caso dei lunghissimi dialoghi tra i personaggi che perseverano nel ripetere poche frasi significative. È possibile leggere l’opera con due diverse chiavi di lettura: nel segno dell’allucinazione e questo giustificherebbe le ripetizioni e i dialoghi inoltre il ritorno quasi surreale e inverosimile nel finale di tutti i personaggi incontrati nel corso della storia. Un’altra possibile interpretazione legge l’intera opera in chiave allegorica. Vittorini ha voluto simboleggiare la rivoluzione che non trova il sostegno del popolo nella figura dell’arrotino, la filosofia che consola e spinge alla rassegnazione in Ezechiele mentre invece la cultura cattolica è rappresentata da Porfirio. Infine anche l’affermazione di Concezione è molto significativa: Non fu sul campo che morirono i Gracchi, che significa che la verità storica, all’epoca manipolata dal regime, andava ristabilita e rappresentava anche l’invito a schierarsi dalla parte giusta, quella dei vinti, dei perdenti schiacciati dal corso violento della storia.

Deborah Mega

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