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“Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo in Opere. Milano, Bompiani, 2003)

 

Il termine resilienza deriva dal latino “resalio” (risalgo) e lo si può ritrovare applicato a diversi campi specialistici, quello della metallurgia, in cui indica la capacità di un corpo di resistere alle forze d’urto, alla biologia, all’informatica, all’economia, alla psicologia.

In ambito psicologico per resilienza si intende la capacità tipica dell’uomo di resistere alle avversità della vita e a eventi traumatici, riuscendo perfino a riorganizzare positivamente la propria vita e a ricostruirsi, restando comunque fiduciosi e disponibili a cogliere le opportunità positive che la vita offre. Non va confusa con la forza di volontà che ci permette di perseguire gli obiettivi prefissati con costanza e determinazione.  E’ piuttosto quella stessa forza di volontà che ci spinge a perseguire una mèta nonostante le sconfitte perché si è consapevoli che i fallimenti sono tappe necessarie e inevitabili per raggiungere un traguardo. Fin dalle epoche più remote, l’uomo, animale razionale, si è distinto per l’incredibile capacità di sopravvivenza di cui è dotato, è riuscito così a resistere a guerre, malattie, carestie.

L’essere umano presenta una facoltà inimmaginabile: può scegliere razionalmente quale significato dare ad un evento e, di conseguenza,  quale reazione avere. Di fronte a violenze vere e proprie, a lutti, a sconvolgimenti esistenziali che rompono l’equilibrio preesistente, all’inizio ci si pongono interrogativi destinati a restare senza risposta. Perché è successo proprio a me? Cos’ho fatto di sbagliato per meritarlo? Che senso c’è dietro a tutto questo? Solo quando si giungerà alla conclusione che non esiste un senso perché siamo tutti sottoposti alle leggi di natura, possiamo elaborare la perdita di una persona cara o un grave insuccesso personale. Il dolore, la sofferenza, le avversità, inevitabili lungo il percorso di vita, diventano fonte di maggiore attenzione, comprensione e sensibilità verso la natura, il prossimo, la sofferenza altrui. Ho imparato tutto ciò anche dalla mia esperienza personale. Il dolore plasma e forma persone di sensibilità superiore. La psichiatra svizzera Elisabeth Kubler-Ross a questo proposito affermava che : “Le persone più belle che abbiamo conosciuto sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, lo sforzo, la perdita e hanno trovato la loro via per uscire dal buio. Queste persone hanno una stima, una sensibilità, e una comprensione della vita che le riempie di compassione,  gentilezza e un interesse di profondo amore. Le persone belle non capitano semplicemente; si sono formate.

Sarebbe troppo ora voler vedere il positivo a tutti i costi, il considerare le difficoltà addirittura opportunità di realizzazione e di mobilitazione delle proprie risorse. Non sto dicendo questo, anche se la difficoltà implica una dinamica positiva, una vitale spinta all’azione. Sarebbe il caso però di viverla come una sfida da cui si deve uscire vincenti. Le stesse battaglie superate predispongono a lottare con consapevolezza e con speranza nelle possibilità di riuscita. E’ importante a questo proposito aver fede. Esistono senza dubbio contesti di vita e relazioni umane che proteggono e sostengono divenendo fattori di protezione e di sviluppo della resilienza. Si tratta di elementi individuali come il buon temperamento, l’autonomia, l’autocontrollo, la capacità di interazione sociale e comunicativa e di elementi familiari come la relazione tra i genitori, il ruolo della madre nella cura dei propri figli e nella loro educazione durante i primi anni di vita,  la presenza di figure di riferimento vicine alla famiglia di origine. I fattori di rischio invece che espongono allo stress psicofisico, riducendo di fatto la capacità di resilienza sono secondo Werner e Smith (1982) fattori emozionali e interpersonali come la bassa autostima, lo scarso controllo delle emozioni, l’isolamento, il rifiuto dei pari, familiari come lo scarso o inesistente legame con i genitori, di sviluppo come deficit attentivi e cognitivi. In conclusione per sviluppare la resilienza occorrono ottimismo, che permette di pensare positivo e di mantenere la lucidità anche nelle situazioni più difficili, autostima unita a una buona dose di autoironia, controllo delle proprie emozioni, equilibrio interiore, emozioni positive, supporto sociale, dunque il sentirsi apprezzati e benvoluti, condizione che spinge a raccontarsi all’altro per trovare empatia e conforto.

“Sopportiamo” dunque la nostra presenza nel mondo, protestiamo, ribelliamoci, viviamo intensamente, modifichiamo il nostro sguardo e affrontiamo le avversità con coraggio, determinazione e certezza di riuscire a superarle perché come Albert Camus, citato anche in epigrafe, scrisse in Nozze, “non c’è amore del vivere senza disperazione di vivere”.

Deborah Mega

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