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I am vertical

But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

sucking up minerals and motherly love

so that each March I may gleam into leaf,

nor am I the beauty of a garden bed

attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

and a flower-head not tall, but more startling,

and I want the one’s longevity and the other’s daring.

 

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

the trees and flowers have been strewing their cool odors.

i walk among them, but none of them are noticing.

sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them–

thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

then the sky and I are in open conversation,

and I shall be useful when I lie down finally:

then the trees may touch me for once,

and the flowers have time for me.

 

Sylvia Plath

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale

non sono albero con radici nella terra

a succhiare minerali e amore di madre

così da luccicare di foglie ad ogni marzo

né sono bella come un angolo di giardino

che desta meraviglia per splendore di colori

senza sapere che presto sfiorirà.

Al mio confronto un albero è immortale

e la corolla di un fiore meno alta ma più ardita

vorrei del primo la lunga vita dell’altro l’anima viva.

 

Stanotte nella luce infinitesimale delle stelle

i fiori e gli alberi spandono profumi freddi

io li attraverso ma loro non si accorgono di me

a volte penso che mentre dormo

quando i pensieri svaniscono

assomiglio a loro perfettamente.

E’ più naturale per me stare supina

allora io ed i cieli parliamo senza riserve

io sarò utile quando resterò così per sempre

finalmente

gli alberi si piegheranno fino a toccarmi

e i fiori avranno un attimo (solo) per me.

 

Traduzione di Loredana Semantica

***

E’ un inno alla vita e allo stesso tempo alla morte questo testo scritto da Sylvia Plath nel 1961 e che ho scelto come primo di una lunga serie di testi che sento particolarmente. E’ un testo profondo, elegante, densissimo di significati e di interpretazioni. “Io sono verticale” recita il titolo, “ma preferirei essere orizzontale” riferisce l’incipit. Già quest’attacco è sconvolgente: esprime un desiderio che contrasta con l’affermazione espressa dal titolo. Nella prima strofa gli alberi e i fiori, elementi verticali della natura, rappresentano quello che la Plath vorrebbe essere: dell’albero, nutrito da sali minerali e dalla madre terra, vorrebbe la lunga vita, dei fiori dalla corolla fiera vorrebbe l’anima viva. Essi rispettivamente luccicano nel loro splendore lussureggiante al ritorno della primavera e destano stupore per gli splendidi colori. Dell’uno lei ammira l’immortalità, degli altri la bellezza e l’incoscienza del fatto che presto sfioriranno. Gli stessi alberi e fiori, nella seconda strofa, popolano un paesaggio solitario e indifferente in cui dominano profumi freddi. Alcuni critici nella simbologia dell’albero e del fiore vi hanno scorto un richiamo antropologico, rispettivamente all’uomo e alla donna. In effetti l’uso dell’aggettivo “freddo” riferito al profumo farebbe pensare a un atteggiamento di distacco da parte di uomini, rappresentati dagli alberi e da parte di donne, simboleggiate dai fiori. La poetessa sceglie questi elementi naturali come termini di paragone per esprimere il suo malessere, la sua diversità dal modello di donna ideale dominante nella società americana negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Lei si sente insignificante, poco valorizzata, inutile, poco amata.

Solo di notte l’autrice si sente simile agli alberi e ai fiori, quando dorme e i pensieri si dissolvono. Il sonno, essendo molto simile alla morte, è l’unico momento per lei in cui è possibile non pensare e dunque non soffrire, inoltre, mentre è distesa, è possibile dialogare con i cieli. Solo quando resterà supina per sempre sarà utile e godrà del tocco degli alberi e dei fiori, fino ad allora insensibili e indifferenti. Lei dunque ama la vita ma non possiede nè il tempo degli alberi nè il coraggio dei fiori per poter vivere serenamente, ecco allora che sentendosi inadeguata alla vita, desidera la morte. Se fosse orizzontale, come nel sonno, si confonderebbe con il cielo, dialogherebbe con le stelle e sarebbe avvolta dalle radici degli alberi. Se fosse orizzontale, si avvicinerebbe alla vita vegetativa delle piante, i suoi pensieri svanirebbero e lei assumerebbe la forma perfetta della natura. Stilisticamente è evidente la tendenza al tono pacato e colloquiale e l’uso di un lessico semplice e quotidiano.

La vita di Sylvia Plath fu segnata da elementi dolorosi: l’assenza ad esempio di radici salde, capaci di trasmettere nutrimento e amore materno e che le dessero la forza per crescere, il senso di precarietà tipico della condizione umana, la sensazione di non essere utile a nessuno, la perdita del padre quando aveva 9 anni, il difficile rapporto con la madre, le crisi depressive dovute al disturbo bipolare di cui soffriva e trattate con elettroshock. Da qui ne derivò una condizione di distacco dalla realtà, di alternanza tra stati euforici in cui era guidata da una grande ambizione perchè voleva eccellere in tutto e altri di depressione profonda che l’avrebbero spinta al suicidio, proprio per via di quel disperato dolore di esistere, di quel male di vivere invisibile e implacabile che la turbò sempre. Leggendo questo testo inoltre si avverte la sua profonda solitudine, che neanche l’arrivo di due figli riuscì a stemperare.

Sylvia Plath riposa nel cimitero di Heptonstall nello Yorkshire, descritto in November Graveyard, dove ha finalmente ritrovato la sua posizione “orizzontale”, nell’unico modo possibile per lei.

Deborah Mega

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