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Francesco Severini, Vagabolario – Capolettera “I” (2015)
Tempera e gouache su carta

“Incipit” è il titolo di una nuova rubrica che intendo curare quest’anno su LIMINA MUNDI. Si tratta di una voce verbale latina che viene dal verbo incipĕre, “incominciare” e che allude alla formula d’esordio di un’opera, alle parole iniziali di un testo letterario e per estensione di uno spettacolo o di un programma televisivo. Per incipit si intende l’intera parte iniziale di un testo che può avere lunghezza diversa e rappresenta la fase d’avvio di un testo. Permette di intuire lo sviluppo futuro nel senso che fin dalle prime dieci o venti righe è possibile presagire il percorso che sarà sviluppato successivamente. A questo proposito la retorica classica parlava di exordium, che aveva il compito di ben disporre l’ascoltatore o il lettore innescando il processo comunicativo e avviando quella complicità che auspicava Baudelaire tra scrittore e lettore di un romanzo. La diegesi cioè l’organizzazione della materia narrativa, attraverso analogie, simmetrie, contrapposizioni, si mette in moto solo se l’autore nel suo esordio ha catturato l’attenzione del lettore. Non si dice forse che chi ben comincia è a metà dell’opera?

Italo Calvino nell’Appendice alle Lezioni americane paragonava la circostanza di avviare una conferenza all’atto di cominciare a scrivere un romanzo. E’ il momento della scelta perchè ci viene offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili. “Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo […]Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare.” Gli antichi conoscevano bene l’importanza di questo momento e, all’inizio dei poemi epici, ricorrevano all’invocazione alla Musa. Esistono molte tipologie di incipit, ci sono quelli concreti  e dettagliati come nel Don Chisciotte di Cervantes o nel Robinson Crusoe di Dufoe, quelli indeterminati, biografici, cosmici come in L’uomo senza qualità di Musil o in alcuni racconti di Borges. A volte si ha un incipit descrittivo come in La lettera scarlatta di Hawthorne ambientato in una dogana o in Cuore di tenebra di Conrad, ambientato invece nel porto di Londra.

Esiste anche l’incipit che introduce in mezzo agli eventi, collocando il lettore in medias res, al centro della narrazione, consentendo un’immedesimazione istantanea. A volte viene adoperata una descrizione che procede dal generale al particolare come nei Promessi Sposi di Manzoni, si parte dalla descrizione del lago di Como e del paesaggio per focalizzare poi l’attenzione su un sentiero di campagna dove don Abbondio compie la sua passeggiata quotidiana.

La scelta dell’incipit dunque diviene un atto rituale, si tratta sempre di isolare la storia che si è deciso di raccontare dalla totalità del narrabile. Alla fine la scrittura stessa guiderà il racconto, come diceva Calvino “La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione.” Ed è questo l’obiettivo che si pone uno scrittore quando intraprende un romanzo, catturare l’attenzione del lettore e mantenerne acceso l’interesse fino alla fine. Questo è anche il mio obiettivo: selezionare incipit a mio avviso degni di attenzione perchè originali, coinvolgenti, conformi o meno al resto del racconto. Questi avvii costituiranno il pretesto per introdurre un commento o una riflessione sul testo scelto. Bene…cominciamo…

Deborah Mega

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