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Giacomo Balla, La Pazza, 1905, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

                                             “Quando una poesia è scritta è terminata,

                                                      ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia

                                                          in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

                                                                                                                                                                                              Pedro Salinas

Il termine apologia (dal greco απολογία) fa pensare a un discorso scritto o pronunciato in difesa di qualcuno o di un’idea. In questo caso, l’Apologia di Loredana Semantica rappresenta se mai se ne ravvisasse la necessità, nel senso che é completamente in grado di difendersi da sè, l’esaltazione di un bene supremo dai molteplici significati e dalle infinite possibilità di suggestione, il Silenzio. Siamo così completamente immersi nel frastuono e nel rumore da aver perso il gusto prezioso e la nozione stessa di silenzio, come fonte di contemplazione, di riflessione, di ispirazione, di riposo.

C’è un parallelismo nemmeno tanto nascosto, se solo ci si sofferma a riflettere, tra poesia e silenzio, entrambi possiedono caratteristiche comuni: l’indispensabilità, perchè di essi non se ne può fare a meno, la musicalità perchè risuonano provocando effetti indescrivibili e soggettivi in coloro che ascoltano e l’immortalità, per la funzione eternatrice della poesia e perchè il silenzio ci parla fin dall’inizio dei tempi e continuerà a farlo. La stessa morte sarà il ritorno al segreto del silenzio. Rispondono inoltre a due esigenze umane, quella di riflettere sulla vita per poi interpretarla. Grazie al silenzio e alla poesia è possibile soffermarsi a riflettere su se stessi, sugli altri, sulla vita in generale. Nel silenzio si amplifica la conoscenza di sè, degli altri e del mondo che ci circonda. Ed è quello che avviene nella preziosa silloge di Loredana Semantica, pubblicata su issuu, in cui, attraverso un percorso puntellato da una trentina di testi, il silenzio diviene virtù necessaria, resistenza di fronte all’obbligo del dover dire a tutti i costi, forte legame sociale, in una parola il silenzio agisce. Quante volte si sta vicino ad un amico senza parlare, ciascuno perso nei propri pensieri ma sentendosi uniti e in empatia come se si condividessero ricordi ed emozioni? Anche il silenzio allora diventa dialogo, relazione, comprensione, integrazione. D’altra parte chi non comprende il nostro silenzio a maggior ragione non comprenderebbe le nostre parole dunque meglio tacere che rischiare di essere fraintesi o non compresi. L’invito iniziale è rivolto ad un tu immaginario al quale, data l’inutilità della scrittura in alcuni casi, si intima di preferire di tacere per ossequiare il silenzio da venerare come un dio insieme alla dimenticanza. Il silenzio è santo, favorisce la meditazione interiore; non a caso anche i monaci benedettini privilegiavano il silenzio come strumento necessario in grado di favorire la ricerca di Dio, il proprio itinerario spirituale verso Dio. La scelta di tacere del resto è da considerare a tutti gli effetti un vero e proprio atto linguistico, non è un caso il riferimento alla saggezza popolare quando si dice che il silenzio vale più di mille parole. Il silenzio riveste anche le caratteristiche di un frutto stagionale, matura come l’uva o come le arance, cambia aspetto e colore, diventa reale, tangibile, visibile, si personifica, diventa un folletto quasi in grado di spalancare orizzonti di conoscenza divertendosi quando c’è chi non comprende le sue potenzialità. I profani infatti non comprendendolo ne sono esclusi. Il silenzio diviene anche stato d’animo, “colore” degli avvenimenti, capace di assorbire le infinite sfumature della vita, positive o negative che siano. Diviene anche blocco marmoreo, angelo di pietra, cosa si può dire ad un angelo di pietra, muto da secoli, se non ammutolire di fronte a lui? Ecco allora la necessità di farsi bavaglio, annegare, sprofondare, spegnere il sole, non avere parole, non trovarle, se non per coniugare il verbo tacere. Spesso càpita anche che si parli molto, si emettano suoni facendo vibrare le corde vocali ma non si dica niente di interessante, mentre per rispettare la santità del silenzio si dovrebbe solo tacere. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” diceva Wittgenstein e invece “non c’è modo di avere il silenzio… a sentire il battito del tempo” immersi come siamo in un mondo che fa baccano, che non si accorge del volo degli uccelli o dei petali che staccandosi dal fiore cadono volteggiando. Esistono anche i silenzi interattivi, quelli di cui ci parla Bruneau e cioè le pause in una conversazione o in un dibattito. In questo caso si tratta di silenzi che permettono di mantenere il controllo in una situazione e di riflettere su cosa aggiungere dopo ai fini dell’efficacia del messaggio nello scambio comunicativo. Come perseguire la saggezza del silenzio? Riuscire a giungere ad un silenzio consapevole? Osservare il silenzio è indice di discrezione, di raccoglimento, di attenzione verso gli altri. Tra i silenzi citati e analizzati da Loredana Semantica c’è anche quello dorato e personificato, sfaldato quasi in lamine appese e cangianti su cui si riflette la luminosità del cielo e di cui si può percepire il tintinnio metallico; “il silenzio trascorre in lamine d’oro/ che sulle labbra posano il cielo” scrive Semantica. Non si dice che il silenzio è d’oro e la parola d’argento? O che il silenzio è più puro della parola come diceva Proust nei Journées de lecture? Forse in virtù di questa suggestione è scaturito il verso citato. La quiete favorisce il lavoro della fantasia e l’attività fantastica giunge dove non può giungere quella razionale, talvolta però il pensiero della notte resta ” tra le bozze impubblicato” mentre bocche spalancate urlano la loro fame di silenzio, scrive Semantica. E c’è anche il silenzio ricercato, quella condizione di isolamento ed esilio talvolta scelto con ostinazione. Si immagina perfino il luogo in cui regna il silenzio: é bianco in cui ogni cosa sembra perdersi e anche gli occhi sono abbagliati da luce “che riverbera in laghi di neve”. Troppo si dice e si scrive dice Semantica mentre dovremmo invece osservare ogni tre giorni un minuto di silenzio per manifestare silenziosamente il nostro cordoglio di fronte alla perdita del foglio bianco su cui non ci sia nè scrittura nè di conseguenza voce che legge. Vi è analogia infatti tra suono/silenzio da un lato e grafema/pagina bianca dall’altro. Lo stesso suono proviene dal non suono dunque dal silenzio e anche le pause/spazi presenti nella lettura e nella scrittura musicale sono attimi di non suono. La scrittura di Loredana Semantica privilegia la scelta di temi esistenziali e drammatici, dalla conoscenza della realtà e dalla consapevolezza della caducità umana deriva un atteggiamento eroico di inquietudine e una visione disillusa e desolata del reale e della vita. Dal punto di vista formale si assiste spesso ad un abile gioco di rime, mascherate in assonanze, consonanze, anafore, che rivelano effetti ritmici e fonici notevoli alla ricerca della musicalità più suggestiva e appropriata al momento. E verrà il giorno in cui spariremo tutti “sotto una coltre di silenzio” ed allora si potranno ascoltare i sovrumani Silenzi, e profondissima quïete, di cui parlava Leopardi, quelli che trascendono l’umano. Mi piace ricordare alla fine di questo intervento critico che il re Salomone nell’Ecclesiaste scrisse che c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare. Finora abbiamo parlato, ora taciamo. A parlare resta il silenzio, se riusciremo a renderlo sovrumano dipende da noi.

Deborah Mega

 

In ogni luogo il vento

In ogni luogo il vento
arrivava col silenzio
al suo passaggio come luci
si spegnevano le voci
quasi le assorbisse dentro
ad una ad una costruendo
un’ enorme scatola di vuoto.

Di poche foglie

Quando il niente viene
e prende a calci
ti aiuterei sapessi come
tendere al sopralzo
ma questo mondo è strano
vuole e disvuole fa baccano
non c’è modo di avere il silenzio
pensare al volo degli uccelli
ai petali che staccandosi dal fiore
volteggiano tra il cuore ed il cemento
non c’è modo di restare
uniti per le mani aperte
congiunte palmo a palmo
a sentire il battito del tempo
mentre una foglia
frusciando leggera
si posa sul marmo
e sprofonda.

Trittico del sopruso

Noi nasciamo dal sopruso
quello versato sugli occhi ogni volta
dalla nascita al giorno di natale
quando aspettiamo ogni volta
che spuntino le primule
le ali sulla schiena
la catarsi
allunghiamo le braccia verso il sole
e germogliamo penne dal futuro.

Dal sopruso nasciamo e dalle pietre
maturate al sole di gennaio
come guerrieri sconfitti
teste tagliate
trentasei denti d’Idra
nella terra seminati
bianchi e lucenti
fioriti dal suo sangue.

Lucente fiorisce
e nelle ossa trema
il freddo in trasparenza
il gelo
il cuore che sfiancato tiene
battendo duro nel tallone
per i veli in superficie
per le coperte
per la neve che dorme
per la radice
per le zolle rivoltate
fino all’imo
per il silenzio delle piume
che divora la carne
che impressiona.

Loredana Semantica

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