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#2

L’angoscia della carne
una litania di lotte
mentre si aspira alla bellezza
una e sola delle cose.
Si fa desiderio e contemplazione
questa carità di infinito amore
se ogni cosa è incontro e dono.

L’angoscia del mutamento
origina e divora ciò che mi circonda
lo possiedo eppure piango
viva e presente ne è la perdita.
Niente è mio a questo mondo
non io non il mio corpo
né la mia parola.

Disponibile alla cura del reale
senza forzare l’attimo
attendo epifanie di vita

dentro e fuori di me
ascoltando nel silenzio
osservando nel buio

amo.

Deborah Mega

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Giogio De Chirico, Il contemplatore, 1976

Il penultimo incontro col silenzio è un testo di Deborah Mega di impronta filosofico-introspettiva. Confluiscono in questo scritto, esperienza di vita, consapevolezza delle proprie debolezze, aspirazioni, studi filosofici, educazione religiosa. Quest’ultima specialmente presente nei termini carità e amore.

E’ d’obbligo a questo punto la citazione della Bibbia, il noto Inno alla Carità o Inno all’amore col quale viene identificato un brano tratto dalla prima lettera ai Corinzi di San Paolo. Un testo stupendo, oserei dire fondante per la ricchezza e profondità del messaggio cristiano. Esso si avvia con l’incipit

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

e si conclude con l’enunciazione delle tre virtù teologali, cioè le virtù che deve possedere l’uomo nel suo rapporto con Dio

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

A questo link l’inno integrale nella versione della CEI 

E’ dunque chiaro il riferimento contenuto nella poesia a questo testo, altrettanto chiaro il dialogo interiore dell’autrice, nel quale si contrappone l’angoscia di essere carne e dunque da un lato soggetta alle tentazioni, dall’altro mortale, all’anelito ad essere amore caritatevole ch’è fatto di una totalità di donazione all’altro, dunque di alienazione di sé, di trasfigurazione di sé nella generosità della condotta, dei gesti, del pensiero.

Non meno angosciante il divenire del mondo, che fa vacillare le certezze, che continuamente genera e distrugge, privando degli affetti, delle cose materiali e creando nuove prospettive, nuovi incontri, ma anche motivi d’ansietà, rispetto ai quali l’io poetante cerca di suggerire una strada di soluzione che è l’accettazione della transitorietà di ogni cosa: corpo, mente, parola.

Nel testo ho notato che al travaglio sviluppato nelle figurazioni e argomentazione delle prime due strofe, ciascuna di sette versi, si contrappongono le ultime due più brevi, di appena tre versi ciascuna, in un’ interessante simmetria di forma. Le ultime due strofe espongono la soluzione del dramma del divenire e del finire enunciato nelle prime due strofe, soluzione che consiste semplicemente nel vivere, senza forzature attendendo il più possibile serenamente gli eventi (epifanie di vita), in uno spirito di pazienza e cura, di osservazione e attenzione, soprattutto in atteggiamento di amore.

Marc-Chagall-La-Mariée-.jpg

Marc Chagall, La mariee

Un piccolo appunto di forma è sull’uso del verbo amare nella prima persona singolare in chiusa, poiché anche senza questa esplicazione finale, l’accettazione dell’amore come chiave universale della vita e degli eventi, che, peraltro, è propria di ogni donna con maggiore chiarezza che per gli uomini, costituisce l’intero substrato, il filo conduttore del testo.  Quest’ultimo verso, a dispetto dell’amore, pecca di superfluo.

Per commento visuale alla poesia di Deborah scelgo De Chirico, una sua opera metafisica, che vorrebbe rappresentare la riflessione profonda che transita dal sé all’oltre presente nella poesia e un’opera di Chagall che tanto ha regalato in arte all’amore surreale. Fisico, fantastico e coniugale.

Loredana Semantica

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