Tag

, , ,

12189834_863847557061569_407384794445419684_n

Uno dei grandi meriti della scrittura in genere é fungere da strumento di impietosa e indiscussa critica dei costumi. Nella raccolta di racconti La grammatica di Dio del 2007, lo scrittore Stefano Benni rappresenta la realtà italiana dei nostri giorni, riflette sull’egoismo e sul cinismo di affaristi privi di scrupoli per i quali predominano le leggi di mercato e nulla contano gli altri.

Nella sala riunioni erano sedute una ventina di persone. C’era un tale silenzio che si potevano sentire le bollicine frizzare nelle bottiglie di acqua minerale. I volti seri denunciavano l’importanza del momento. A capo del tavolo c’era un vecchio dal volto duro. Il mento aguzzo e le folte sopracciglia bianche lo facevano assomigliare a un rapace, un’aquila reale che dominava tutti dalle vette della sua autorità. Anche se un leggero tremito delle mani denunciava la fatica degli anni, lui era il capo, e ogni sguardo e gesto lo rivelavano.

– Avevo sedici anni, – iniziò il vecchio – età trionfante e sordida, meravigliosa e tristissima. E volevo, più di ogni cosa, una ragazza da amare. Ma a sedici anni in quella città perbene, in quello scelto liceo, per accoppiarsi bisognava possedere due qualità: essere molto ricchi o molto belli. Io non ero ricco, non potevo permettermi una moto, o bei pullover a losanghe colorate, o magliette alla moda. Indossavo, quasi tutto l’anno, dei maglioni di lana grossa fatti a mano, e odoravo un po’ di naftalina. Non ero neanche bello. Avevo i brufoli ed ero regolarmente spettinato. Sotto la mia bocca era scolpita una ruga amara, la stessa che ho mantenuto ora. Ero alto, ma ingobbito dallo studio, e avevo sempre le unghie sporche, per quanto cercassi di curarle. Perciò, veri o falsi che fossero i miei difetti, io ne soffrivo, e stavo molto da solo. La domenica pomeriggio camminavo per ore e ore, dal centro alla periferia più lontana, guardando le coppiette con invidia. Prima di dormire sognavo baci, effusioni e amori sfrenati. Immaginavo discorsi e scene, commedie e drammi, in cui conquistavo o venivo conquistato. Ma nella realtà ero solo. Ingiustamente, insopportabilmente solo, come si può essere a quell’età. Davvero, vi domanderete voi, non possedevo nulla che potesse piacere a una ragazza? Ma sì, conoscevo tante poesie a memoria, avevo una bella voce e mi atteggiavo  a maledetto. Qualche volta mi ubriacavo e venivo a scuola dicendo che avevo dormito in strada, o che avevo partecipato a qualche rissa in un bar notturno. Qualche ragazza si interessava, ci credeva, ma poi preferiva uscire con uno che raccontasse delle bugie più normali.

Finché conobbi Fiorenza.

Venne nella nostra classe al secondo trimestre, trasferita da un’altra città. Tutti, alunni e professori, ci innamorammo di lei al primo sguardo. Era alta, snella, con gli occhi color nocciola e una frangetta ribelle. Quando la scostava, liberandosi la fronte con un gesto della mano, mi veniva in mente il voltar pagina di uno spartito musicale. Aveva un neo sulla guancia, antico e delizioso. Una voce dolce e sottile, anche se non parlava molto. A scuola era brava, cordiale con tutti ma riservata. Il suo fascino consisteva proprio in questo: nell’essere sempre, e con grazia, irraggiungibile. Per i miei compagni, si dava delle arie. Per le compagne, era presuntuosa o timida. Per i professori, era un po’ superba. Ma ne parlavano così perché il loro amore era respinto. Solo io capivo. Fiorenza era speciale, unica. Un fiore raro, trapiantato in un terreno che non era il suo. Perciò cominciai a parlare. Presi coraggio proprio perché ero senza speranza. Già da tutto il liceo gli alunni più anziani, richiamati dalla sua bellezza, venivano a corteggiarla e si prostravano ai suoi piedi. Cercavano di interessarla recitando ruoli spavaldi, buffoneschi, tenebrosi o mondani. Nulla da fare. Lei li teneva lontani, con un sorriso dolce in cui era disciolta una goccia di pungente crudeltà. Con me invece parlava volentieri. Di letteratura, della sua infanzia. Era nata in campagna come me, lei ricca, io povero. Come me si era arrampicata sugli alberi, e conosceva il buio stellato, il rumore del secchio nel pozzo e il mistero del fuoco nel camino. Così mi innamorai di lei, come tutti, ma in modo diverso da tutti. E nel mio ingenuo, folle sogno, pensai di esserne il preferito. Ahimè. Dall’Università arrivò il mio invincibile rivale. Un ragazzo biondo, bellissimo, per metà tedesco, che cambiava pullover e camicia ogni giorno e aveva una Vespa bionda come lui. Ogni giorno veniva a corteggiare Fiorenza all’uscita della scuola, finché una mattina lei salì sulla Vespa dorata. Le braccia allacciate al collo di lui, un sorriso sotto la frangetta che il vento scompigliava. Intuivo che quel corteggiatore poteva rubarmela. Così la disperazione mi fece osare, e mi spinse al gesto che cambiò la mia vita. Sapevo che uno dei desideri di Fiorenza era andare a Venezia. Una mattina, senza neanche preparare le parole (sarei diventato pazzo a cercarle) la fermai nel corridoio e le dissi: «Verresti con me a Venezia domenica? Dalla mattina alla sera? Offro tutto io». «Mi piacerebbe», disse lei, «va bene». Potete immaginare la gioia, la febbre, e la pena che mi diedero quelle parole. Avevo solo tre giorni per preparare la gita. E ogni minuto il mio umore cambiava. Un istante, ero felice e immaginavo di averla già tra le mie braccia, e di poter raccontare a tutti la mia conquista. Il minuto dopo mi sentivo sull’orlo di un abisso, temevo che qualcosa di inatteso avrebbe rovinato tutto, che lei non poteva accontentarsi di uno come me, che aveva accettato per compassione, o per raccontarlo alle amiche e deridermi. Ma il problema principale era che non avevo una lira. Bisognava trovare i soldi del treno, offrirle il pranzo, e prevedere un extra per eventuali piccole spese. Avevo calcolato che mi servivano almeno cinquemila lire, e io ne avevo da parte tremila. Lavorai. Lavai auto, feci lo sguattero, scaricai casse al mercato. Ma ero giovane, e poco scaltro, mi fregarono. Al momento di venire pagato, non riuscii a racimolare che milleottocento lire. Il biglietto per due, andata e ritorno, era di duemila e quattrocento lire. Ne restavano milleseicento per mangiare e ottocento per gli imprevisti.

Arrivammo a Venezia in una mattina fredda, nebbiosa, meravigliosa. Lei aveva un cappotto arancione e un baschetto nero, sembrava un’attrice del cinema. Io mi ero fatto prestare un giaccone blu da marinaio e mi ero dato un poco di brillantina, ma solo un poco, anche sulle sopracciglia. Insomma, non mi sentivo né brutto né bello. E poi, al suo fianco, tutti mi guardavano in un altro modo. Passeggiammo per ponti e per calli. In quelli più stretti ci sfioravamo, e questo mi faceva tremare. In uno dei tanti negozietti lei vide un animaletto di vetro. Un cigno roseo, trasparente. Osai, costava seicentocinquanta lire, glielo regalai. Camminavamo fianco a fianco. I suoi sorrisi e i suoi sguardi erano da amica. Forse mi riteneva simpatico ma innocuo, le piaceva l’idea di non dover difendersi né temere recite di seduzione. Mentre lei scattava foto con una piccola Leica (seppi solo dopo che era una macchina di gran classe) io svicolavo e consultavo tutti i menu all’aperto dei ristoranti, facendo il conto di quale mi potevo permettere. Così quando lei disse «Ho fame», sapevo già dove andare. Né troppo caro, né troppo misero. Era una piccola trattoria ai bordi di campo San Giacomo, con i tavoli all’aperto. Sapevo praticamente a memoria il prezzo di tutto. Lei ordinò per mille lire. Calcolando il coperto, sapevo che potevo spendere settecento. Presi solo polenta. «Piatto campagnolo», dissi ridendo. E per la prima volta lei mi guardò in modo strano, con vera dolcezza. Pagai il conto con precisione chirurgica. Mi restavano in tasca cinquanta lire. Andammo in riva alla laguna, su una panchina. Un tiepido sole ci scaldava, i passeri mendicavano briciole. Restammo lì a lungo, intorpiditi e ciarlieri. Lei mi raccontò della sua infanzia in campagna, in una villa grande e fredda, di un padre severo e di una madre assente. Si confidò: disse che il nostro liceo e la città guardavano troppo alle apparenze. Lei era venuta lì per conoscere il mondo, perché era sempre stata trattata come una principessa, ma principessa non era. La sua famiglia era decaduta. Avrebbe dovuto lavorare. Le piaceva l’idea di studiare agraria, piante, fiori e coltivazioni. Io le parlai della mia infanzia con qualche bugia e qualche verità. Certo, non le raccontai del presente, dei miei pomeriggi di domenica e della solitudine. «E come stai tu in città?» mi chiese, voltando la pagina dello spartito. «Oh», risposi, «ho tanti amici». «Davvero?» disse lei. «A me sembri così solitario…». «Non sono solitario», le dissi. E stavo per aggiungere: sono solo, è diverso. Ma in quel momento una barca antica, con la prora dorata e i vogatori in camicia rossa, ci passò lentamente davanti. Gridavano forte, si allenavano, e noi la seguimmo con lo sguardo, in una nube di vapore luminoso, finché non scomparve. Il grande acquerello delle facciate davanti a noi sfumava dentro il tramonto. «È ora di tornare», disse lei, con un brivido di freddo. Fu come se mi fossi svegliato di colpo, nel cuore della notte. I rumori, la luce, il suo volto entrarono in me come un fiume in piena. E capii che la amavo, che lei era lì davanti a me e avrei dovuto fare qualcosa, dire tutto quello che provavo, o avrei rimpianto quell’istante tutta la vita. Invece restavo muto, paralizzato, e riuscii solo ad annuire, mentre il cuore mi batteva forte. Ma mentre percorrevamo la ragnatela delle calli, e nuovamente i nostri corpi si sfioravano, ripresi coraggio. Stavo per dire qualcosa di appassionato, irrevocabile, ingiustificabile, irrimediabile quando lei vide una bancarella di fiori. Una grande tavolozza di rose rosse e gialle, riflesse nel grigio dell’acqua. «Oh, le rose!» esclamò. «Quanto mi piacciono…». Impallidii. Tormentai la misera moneta che avevo in tasca. Per un attimo odiai Fiorenza. Come poteva non sapere che ero povero, che non potevo soddisfare ogni suo capriccio? Lo faceva apposta, aveva capito cosa stavo per dirle? Furono attimi lunghissimi. Poi lei capì il mio imbarazzo. «Dicevo così per dire, non voglio che me le regali, sei già stato tanto gentile». Il ritorno in treno fu pieno di silenzi. Lei era dolcissima, ogni tanto poggiava la testa sulla mia spalla. Io restavo un po’ rigido, temevo di odorare troppo di brillantina. Forse avrei potuto baciarla. Ma il mio animo era un rogo dove bruciavano insieme amore, orgoglio e rabbia. Non riuscivo a dimenticare quell’istante. La rosa impossibile, la rosa negata. Forse un solo fiore sarebbe bastato. Potevo rubarlo. Potevo inventare qualcosa. Non lo avevo fatto. Lei quasi dormiva. Non le importava, non poteva capire il mio dolore, forse aveva già dimenticato. Ma io non dimenticavo. Mentre il vagone sferragliava e vibrava, avvertivo insieme il calore del suo corpo, e il bruciore di quella ferita, insanabile. E già il treno entrava nella stazione di arrivo –.

Il vecchio fece una pausa assai teatrale, passandosi una mano sugli occhi come a cancellare ogni immagine del racconto. – Ecco la mia storia – concluse con un sospiro. – Volete sapere come finì? Finì che la mia bella compagna si fidanzò con il ragazzo tedesco. E dopo la scuola non la rividi più. Ma non l’ho mai dimenticata –. Un silenzio imbarazzato e rispettoso calò nella sala. Qualcuno tossicchiava. – Forse ora, signori, – disse il vecchio guardandoli uno per uno – potete comprendere perché sono diventato il più grande vivaista e floricultore del mondo, un uomo ricco e importante. Forse potete capire perché tutte le nuove varietà di rose che ho inventato cominciano per F: Francine, Federica, Fanny… e Fiorenza. Naturalmente ho imparato a conquistare le donne, a comprarne anche qualcuna, e ne ho avute tante. Ma non fui mai così eroicamente appassionato e sconfitto, mai desiderai una donna con tanto tormento, niente mi è più caro e crudele di quel ricordo. Per questo, oggi cedo la mia azienda a voi, amici compratori. La cedo in modo improvviso e incomprensibile, ha detto qualcuno. Ma c’è un motivo nella mia fretta, e nel mio desiderio di concludere tutto oggi –. Il vecchio chiuse gli occhi e per un attimo sembrò sopraffatto dall’emozione, poi riprese: – Da quasi cinquant’anni, ogni giorno dell’anno, ho mandato una rosa a Fiorenza. Senza cercare di rivederla, senza un biglietto, solo una rosa anonima e splendida, diversa ogni volta. Ma non ne manderò più. Tre giorni fa ho saputo che lei è morta. Nulla mi interessa più a questo mondo. I fiori che ho creato, la mia azienda, la mia fortuna, sono nati e cresciuti per sanare la ferita di quel giorno. So che molti di voi mi credono un cinico affarista. Forse lo sono, o lo sono stato. Ma anche le mie spine hanno un fiore. Il fiore di un ricordo. Ora sapete la verità. Scusatemi, se vi ho annoiato col triste racconto di un vecchio –. Passò un attimo di silenzio. Poi le sedie di pelle scricchiolarono, si levò un brusio, e uno dei presenti si alzò in piedi. Era un uomo dalla bianca chioma leonina, un altro capo, come dimostrava il fatto che fosse seduto proprio dirimpetto al vecchio. Parlò, e non si vergognava di avere gli occhi pieni di lacrime. – È una storia bellissima, commendatore. Siamo onorati di acquistare la sua azienda e di portare avanti il suo lavoro, nato in modo così sfortunato e nobile. Firmeremo il contratto oggi stesso –. – Grazie, – disse il vecchio – e buona fortuna –. Uscì appoggiandosi al bastone, accompagnato dal segretario. Intorno a sé sentiva gli sguardi commossi e ammirati di tutti. Si chiuse nel suo ufficio. Il segretario gli servì una tazza di tè. Lui prese un sorso, poi rise. – L’hanno bevuta… –. – Credo di sì – disse il segretario. – Quando scopriranno i buchi nella contabilità e la situazione patrimoniale, allora sì che piangeranno – disse il vecchio, con una smorfia beffarda. – Sì, commendatore. Mi scusi la confidenza, io l’ho vista spesso fregare la gente, ma questo è stato il suo capolavoro… –. – Rose rosse… Venezia… la bella compagna di scuola – disse il vecchio, guardando fuori dalla finestra. – Come si può essere così creduloni? –. Il segretario, per tutta risposta, gli porse un fazzoletto. – Prego commendatore, – disse – lei ha le lacrime agli occhi –. – Per il ridere – disse il vecchio, con un filo di voce. – Certo – disse il segretario. Lentamente uscì dall’ufficio e chiuse la porta, lasciandolo solo.

 Stefano Benni, La grammatica di Dio, Feltrinelli, Milano 2007

Nel racconto é evidente un doppio livello narrativo, sono presenti infatti due voci narranti. All’inizio il narratore principale introduce il lettore nella finzione narrativa: ci troviamo nella sala riunioni di un’azienda di floricoltura dove si sta svolgendo un’ importante transazione d’affari. Subito viene ceduta la parola al narratore di secondo grado, il protagonista della vicenda, che, grazie alla confessione autobiografica a cui si lascia andare, suggestiona i potenziali compratori della sua azienda, mentre in realtà mira solo ad ingannarli. I lettori, proprio come gli acquirenti, ascoltano con compartecipazione e autentica commozione il racconto dell’uomo, che narra la sua impossibile storia d’amore, le difficoltà economiche, la struggente vicenda di lui ragazzo a cui viene sottratto l’amore. Il dettaglio della rosa, che il ragazzo non può acquistare diventa un’ossessione per il floricoltore, proprio come Fiorenza, la quale per anni, fino alla sua morte, riceve rose da un ammiratore anonimo e sconosciuto. Incantato dal racconto del vecchio, rievocato con apparente sincerità, il lettore accetta come plausibile e legittimo il desiderio del protagonista di disfarsi dell’azienda dopo la notizia della scomparsa della donna amata. Il suo racconto, la descrizione dettagliata di Fiorenza a opera del protagonista, la rievocazione di un amore importante che neanche il tempo è riuscito ad attenuare, sembrano verosimili. Il racconto utilizza i meccanismi narrativi della letteratura poliziesca, la suspense, i falsi indizi, la sorpresa finale. In realtà tutto ruota intorno a un raggiro attraverso il quale il protagonista manipola e spinge i compratori all’acquisto di un’azienda ormai in fallimento. Nella sequenza finale, quando si conclude il racconto del vecchio e riemerge il narratore di primo grado, il lettore scopre con sorpresa che la vicenda, narrata dal protagonista, è una trappola; l’autore ha sparso lungo l’intero racconto indizi linguistici e testuali, su cui però il lettore si sofferma con scarsa attenzione, preso com’è dal desiderio di continuarne la lettura, ad esempio la rappresentazione fisica del protagonista simile ad un rapace, descrizione effettuata in modo diretto dal narratore di primo livello oppure la pausa teatrale con cui conclude il ricordo della gita a Venezia.

Il ruolo che il denaro riveste nel racconto resta fondamentale, per il protagonista la sua importanza non è affatto diminuita nel tempo, come nel suo racconto, continua a condizionare le azioni degli individui, del ragazzo di allora che non riesce ad acquistare le rose e dell’anziano imprenditore che vuole disfarsi di un’impresa fallimentare. La stessa rosa, utilizzata nel titolo, gli attributi ad essa riferiti, impossibile, negata e poi anonima e splendida, diversa ogni volta, quando viene inviata per anni da uno sconosciuto, la arricchiscono di connotazioni simboliche, facendola divenire simbolo di una felicità a lungo perseguita e mai raggiunta. L’autore chiude il racconto con l’immagine desolata del vecchio che il segretario lascia solo. E allora riemerge il ricordo delle sue parole. «Non sono solitario», le dissi. E stavo per aggiungere: sono solo, è diverso”, aveva detto il protagonista nel corso del racconto. Questa la sua condanna, la solitudine.

La complessa tragicità del protagonista risiede proprio nel contrasto tra la sua vittoria sociale ed economica e la sua sconfitta morale, tra la buonafede altrui e il suo modello di vita alienante e distorto.

Deborah Mega

Annunci