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MEMENTO

silenzio
dalla strada accecata
da un pomeriggio d’estate
e l’orecchio pesca
dentro, fuori,
fuori, un vento appena,
dentro, qualcosa attende
seduto su una riva,
forse passerà un fuoco
e farà ridere gli occhi,
silenzio
mentre urlano
sirene sottomarine nel cuore,
io in cucina
sto cercando un coltello
taglierò la gola al poeta
che raccontandomi del cielo
del cielo
mi ha lasciato sulla terra
con il niente nelle mani.

Francesco Palmieri

Siamo al terz’ultimo appuntamento col tema del silenzio. Ancora un incontro col silenzio. Il silenzio e la poesia di Francesco Palmieri.


Nella sua prima parte il componimento presenta una particolare insistenza su un dentro-fuori di silenzio, di attesa e possibile riscatto in una risata e nel fuoco. Come una ventata di speranza. Si chiude in calce con un’immagine drammatica, ma nemmeno poi tanto, forse più propriamente ironica, dell’io che irride il poeta, e progetta di tagliarli la gola, visto che questi s’illude e fantastica chissà quali progetti più o meno grandiosi, più o meno amorosi, forse professionali, creativi, certo pro-attivi, ma che poi puntualmente delude, lasciando il niente nelle mani.
Molto attraente il cambio tempo indotto dalla ripetizione del sintagma del cielo al diciassettesimo e diciottesimo verso, un ottimo colpo di teatro, che gestisce i tempi della parola, e induce tutta una serie di sensi per il solo fatto della ripetizione, non ultimi, quelli della delusione, dell’autoironia, del rafforzamento.
Un po’ come un attore che recitando, usa le ripetizioni per alludere e farsi ben capire dal suo pubblico, instaurando un senso di intesa e di complicità, come a dire “vi rendete conto? Proprio il cielo, non so avete capito…”
Accattivante anche l’immagine delle sirene sottomarine nel cuore. Curiosamente le sirene che hanno il duplice significato di figura mitologica e suono di avvertimento/allarme, qui, sebbene urlino, poiché sono appunto sottomarine, rimandano ancora una volta al sommerso, al segreto, al silenzio.
In ultimo torno alla strofa di apertura. Questa è certamente una poesia composta d’estate, non lascia dubbio l’incipit, perché solo d’estate il sole regala il silenzio dell’afa e quello di abbacinamento.
Non voglio dilungarmi ulteriormente e, a differenza di altre numerose volte, questa volta non accompagno la poesia con le foto di qualche eccellente autore che mi sia capitato di incontrare. Questo mi dà l’occasione di dire che la parola sta a sé non meno dell’immagine e che sposare testi e immagini certo apre i testi a ulteriori significati e consente di visualizzare le immagini da angolazioni suggestive indotte dalla parola, ma per apprezzare il pregio-non pregio di una foto, anche e non solo dal punto di vista tecnico, occorre osservare la singola foto nella sua risoluzione più performante, nel bianco di una parete bianca (o nera che è lo stesso). E allo stesso modo la poesia sta a sé e rivela tutta la sua potenza, ovvero all’opposto, inconsistenza, proprio quando stia sola a riempire la pagina bianca, riempiendola nel contempo del significato, della forza, a volte tremenda, che essa possiede.
In altri termini, nulla togliendo a valle alla gradevolezza del connubio parola-immagine, per chi sa leggere, per chi sa vedere, la prima e la seconda aprono già lo scenario loro più proprio, già a monte, indipendentemente l’una dall’altra.

Loredana Semantica

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