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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Liliana Zinetti

Dal porto sepolto

I

Come febbre attraversi infetti
il sangue che pure attraverso te
fiorisce, tocchi la fronte le mani
sei goccia compatta, scalpello d’ossa
non ti appartengono né ritrosia né gentilezza
ferocemente nasci vieni
pretendi di tradurre la vita intraducibile.

II

Tristezza radice pietraia
in mare nero luce
destinata a finire nell’arsura
batte gola oscura straniante
marzo raccoglie le nuvole grida
primavera di nidi, refoli di vento.
Scorrono l’amore la perdita il dolore
e dillo dunque
che diventi gesto lieve e in-fine
parola neve.

qui l’ombra lieve sui lecci
il morire di foglie
nella luce d’una luna fioca
la consuetudine a nessun luogo
a impervi confini
agli avamposti di paesaggi inafferrabili
appena prima di un amore
appena prima di una vita.

 

Hai detto: la poesia, oh sì
la poesia
come fiume carsico
come lava di vulcano

fermerà il volo dei tristi uccelli notturni
il battere scuro d’ali alle finestre

ma a nulla è servita

nessuna forma può contenere
appieno
una notte senza stelle.

 

Sto ai margini dei colori
in questa mattina rotta
dai graffi della luce.
Sul foglio
travi sbarre cancelli
galleggiano nel bianco
mentre l’inverno infiora di ghiacci le rive

(sono lì, silenziosi, in un tempo
senza tempo, sogni di figure,
fogli ormai bianchi)

ascolto gli alberi
perduti nel suono delle nuvole
e solo mi è dato capire
l’inquietudine del vento.

La formula è stata scritta
in un idioma che non so tradurre,
mi resta ordire la trama di una morte
senza morte

la porta chiusa, il telefono muto,
questo silenzio.

 

Ho cercato di essere mano sulle cose
ma solo distanze ho afferrato, vuoti, aloni di buio.
Non mi riguarda più la meraviglia
che cerca di raggiungermi con suoni di festa
e voci bambine

se un inverno vivo di sparizioni
e spoliazioni mi cerca
se cucio le ombre della sera
in questa stagione esplosa
nei giorni visitati da nessuno.
La luce di settembre è sulle foglie.
Ascolto quel che manca
nella precisione di un silenzio
appena prima di un sogno
o appena dopo.

 

Rasente al suolo, sottotraccia
che nessuno senta, non fare male,
non farsi troppo male
tenersi in salvo.
La bufera ha spezzato le vertebre
del grande platano, sta spaccato
sull’asfalto, eppure era innocente
faceva un’ombra quieta, faceva verde
ospitava gli uccelli
E prego per l’albero, per chi inutilmente
ha scalato l’Ararat, prego per la bufera
che risparmia il cuore, per chi sa
che solo da soli ci si può salvare.

Liliana Zinetti inediti

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