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E’ tempo che ogni falsa imagine di me cada.

Aegri somnia. 

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v′è posata. Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. 

Sento con l′ultima falange del mignolo destro l′orlo di sotto e me ne servo come d′una guida per conservare la dirittura. I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l′articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato. Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte. La stanza è muta d′ogni luce. Scrivo nell′oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l′una e l′altra coscia come un′asse inchiodata. Imparo un′arte nuova. Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m′assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell′azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d′un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d′ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti. M′era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m′era possibile vincere l′antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell′arte che non vuole intermediarii o testimonii fra la materia e colui che la tratta. L′esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga, ma nella seconda e nelle seguenti. Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato. Sorrisi d′un sorriso che nessuno vide nell′ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d′una lampada bassa. Ella deve avere il mento rischiarato come dal riverbero della sabbia cocente quando eravamo distesi l′uno accanto all′altra su la spiaggia pisana, nel tempo lieto. La carta fa un fruscio regolare che nella mia imaginazione evoca quello della risacca a piè delle tamerici e dei ginepri riarsi dal libeccio. Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d′Arno. Vedo la sabbia corrugata dal vento, rigata dall′onda. Posso noverare i granelli, affondarvi la mano, riempirmene la palma, lasciarli scorrere fra le dita. La fiamma cresce, la canicola infuria. La sabbia brilla nella mia visione come mica e quarzo. Mi abbarbaglia, mi dà la vertigine e il terrore, come il deserto libico quando quella mattina cavalcavo solo verso le tombe di Sakkarah. Non ho difesa di palpebre né altro schermo. Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile. Il giallo s′arrossa, il piano si travaglia. Tutto diventa irto e tagliente. Poi, come una mano creatrice foggia le figure nella creta cedevole, un soffio misterioso alza dalla distesa abbagliante rilievi di forme umane e bestiali. Ora il fuoco solido è trattato come la pietra a scarpello. Ho davanti a me una parete rigida di roccia rovente scolpita d′uomini e di mostri. A quando a quando sbatte come una immensa vela, e le apparizioni si agitano. Poi tutto fugge, portato via dal turbine rosso, come un mucchio di tende nel deserto. L′orlo della retina strappata brucia accartocciandosi come il papiro dantesco; e il bruno cancella via via le parole che vi sono scritte. Leggo : « Perché due volte m′hai tu deluso?» Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse. Ho sete. Domando un sorso d′acqua. L′infermiera me lo nega, perché m′è vietato di bevere. «Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto. » Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l′annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio.  […]

Chi ha rappresentato i ciechi come veggenti rivolti verso il futuro? come rivelatori dell′avvenire? Quale Tiresia metteva la sua bocca d′indovino nel sangue dell′ariete nero sgozzato sopra la fossa, tale da più notti io bevo il mio sacrificio; e non vedo il futuro, né vivo nel presente. Ma solo il passato esiste, solo il passato è reale come la benda che mi fascia, è palpabile come il mio corpo in croce. Sento il fiato e il calore delle mie visioni. Nel mio occhio piagato si rifucina tutta la materia della mia vita, tutta la somma della mia conoscenza. Esso è abitato da un fuoco evocatore, continuamente in travaglio. Chi s′accosta al mio letto è men vivo del trapassato che mi fissa col volto di bragia, come sorgendo da un avello rovente dell′Inferno. Non scrivo su la sabbia, scrivo su l′acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d′una corrente scura. A traverso la punta dell′indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido. È un attimo, accompagnato da un luccicore come di fosforescenza. La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte. […]

***

E’ un D’Annunzio intimo e riflessivo dunque inconsueto perchè in netta contrapposizione rispetto a quello vitalistico e solare che conosciamo quello che si offre in queste pagine, scritte su più di diecimila cartigli. Tra il febbraio e l’aprile del 1916 il poeta abruzzese fu costretto ad una lunga immobilità perchè rimasto vittima di un incidente aereo che gli causò una grave lesione all’occhio destro. Durante l’oscurità forzata protratta per tre mesi, il poeta trascorre la convalescenza a Venezia, assistito dalla figlia Renata che lui chiama Sirenetta. L’oscurità cui è costretto favorisce un’ intensa attività introspettiva che si avvale delle impressioni trasmesse dagli altri sensi, resi più acuti dalla sofferenza e dall’impossibilità di fare altro. Il poeta annota ricordi giovanili, sensazioni, visioni incalzanti, sogni, esposti in frammenti brevi, nominali, in cui spesso domina la paratassi. “Esplorazioni d’ombra” le definì Cecchi, “comentario delle tenebre” lo stesso poeta.

La redazione definitiva del ’21 conserva la struttura formale della prima stesura, pubblicata da Treves nel 1916, le annotazioni sono concise, lapidarie e di conseguenza anche lo stile è nervoso, secco, frammentario. L’impressionismo descrittivo di D’Annunzio era già emerso in Canto novo o ne le Faville del maglio, anche se sono presenti sprazzi eroici tipici del superuomo. Nella produzione prebellica di D’Annunzio infatti appaiono motivi precorritori del Notturno, scritto, come dice il poeta stesso “non a confessione ma a rivelazione di se medesimo”. Il Notturno è un diario psicologico, un’opera tripartita; ciascuna sezione è detta Offerta ed è divisa in centoquindici paragrafi suddivisi in ulteriori frammenti. La prima consiste nella scoperta del proprio corpo, nella descrizione del dolore fisico e dell’insonnia che diviene tormento; la scrittura si sostituisce alla vista, il poeta è costretto all’immobilità e al letto ” come in una bara”. Nella Seconda e Terza Offerta si presenta il tema della morte, il poeta ricorda compagni caduti durante le operazioni belliche condotte per mare e sull’altopiano del Carso. Il suo atteggiamento è quello del veggente, che scruta nel buio ricorrendo all’aiuto della memoria. L’esperienza della guerra aveva accelerato un processo già avviato, una vera e propria conversione letteraria dovuta al fatto di avvertire maggiormente la precarietà della vita e l’appressarsi della morte. Lo scrittore più meditativo e meno incline alla magia e all’attrazione dei sensi, più capace dunque di un ripiegamento interiore, era destinato ad influire più profondamente sulla letteratura odierna rispetto a quello più fastoso ed egocentrico.

Deborah Mega

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