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silence

J.H Fussli “Il silenzio”, 1799-1800

mi consegni al vuoto
alla profondità che non ha fine o fondo
al buco di memoria
che si farà di sabbia

mi consegni al vento dopo il rogo
come granello, polvere, un niente

ogni tuo silenzio ora
è come il parlarmi dentro di un abisso.

Francesco Palmieri

Un nuovo silenzio riempie la poesia di Francesco Palmieri, riempie è verbo usato volutamente per contrasto col testo, dentro la poesia infatti domina il vuoto, un vuoto così pervadente che appunto sembra riempirla di sé. IL vuoto, come il vento, anch’esso presente nel testo, lo stesso silenzio e l’abisso, entrambi presenti, sono tutti topoi poetici che raccontano la solitudine esistenziale.

Questo è un testo di totale radicale sconforto, che non può avere rimedio nel colore, nelle immagini, nella bellezza e tendenzialmente potrebbe essere rappresentato col colore nero. L’unico aggancio dell’essere al mondo è l’esistenza di un altro essere al quale la poesia si rivolge, che, paradossalmente, pur essendo causa di tanto scempio è nello stesso tempo figura essenziale della poesia, la causa scatenante e colpevolizzata degli effetti narrati, un interlocutore centrale quindi, per quanto si tratti di un centro negativo, che, come un buco nero, ha una capacità spropositata di attrarre verso la negatività, un polo di disperazione che consegue a trascorsi di fuoco – rogo.

L’annientamento dell’io poetico avviene per sprofondamento e annullamento dell’essenza precipitata in un abisso nel quale percepisce solo il silenzio dell’altro, come una voce ovattata e distante, similmente a quella che sentirebbe qualcuno precipitato in un pozzo, amplificata dal buio e dalla solitudine. Il fatto è che dietro quel silenzio si nasconde lo spegnersi di un incendio che può essere tanto devastante quanto l’incendio stesso, perché la cenere non dà calore e il ghiaccio congela l’anima e le membra.

La sensazione che restituisce il testo è di uno smembramento-sfarinamento quasi fisico, dove il corpo e lo spirito sfilacciati e rosi dal vento si dilaniano nello spazio, si frammentano, fino a farsi polvere, sabbia, e niente. Cioè lo stesso processo che subisce il corpo dopo la fine della vita. Ancora una volta il binomio amore-vita contrapposto a disamore-morte si esplicita nella poetica di Francesco Palmieri, stavolta in forma desolata e desolante, eppure la stessa capacità-modalità di dire il dolore testimonia la capacità di riscatto e rivolgimento che il nero può ancora e che il bianco dispera.

Singolarmente tanta cupezza contiene a mio avviso il germe della rinascita, come il seme dentro la terra giace, gonfia e germoglia, ciò a differenza della luminosità di certe disperate composizioni che non raccontano il vuoto, ma l’ustione, non l’abisso ma l’abbaglio, e lo fanno senza ricorrere ai topoi, bensì raccontando una vita che non tiene e si abbandona per impossibilità di sostenerla, penso ai testi di Massimiliano Chimenti o Simone Cattaneo, ai testi di Victor Cavallo che con lucidità raggelante non parlavano di vuoto, ma solo di ciò che vedevano i loro occhi, occhi pieni di ciò che vedevano.

Per commentare visivamente questa poesia ho scelto un olio su tela di J. H. Fussli che rappresenta una figura seduta con le gambe incrociate, piegata su se stessa, il capo profondamente chino, i capelli lunghi sciolti che si allungano verso le gambe, le braccia incrociate mollemente sulle gambe a contenere i capelli stessi, una posizione dalla quale, anche volendo, non è esattamente semplice emettere la voce che giungerebbe strozzata o soffocata. Il titolo dell’opera è “Il silenzio”, un silenzio “fisicamente” rappresentato di indisponibilità e chiusura verso il mondo.

Loredana Semantica

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