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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Silvia Rosa

COME UN SEGNO NERO A MARGINE
 
Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del temp
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare – stanco –
il perimetro del vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di senso.

Il mio corpo cede peso all’anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa
muto, fugge la distanza
– annullandosi –
si fa eterno, senza verbo, sconfinato.

da “DI SOLE VOCI”, LietoColle 2015

sms #21

voglio fare la rivoluzione, ribellarmi allo stato costituito del grigiore, starti addosso in quanto manifestazione dei diritti alla felicità cosmica universale, voglio te, stare nel nostro mondo candito di tenerezze e passione, evviva i cartoni animati i pasticcini i baci i nostri corpi che giocano in girandole di abbracci, la poesia il cioccolato, viva pippi calzelunghe e zorro santo subito, facciamo un girotondo coi puffi, facciamo l’amore un giorno intero per sette giorni moltiplicati per un mese con esponente un anno al quadrato bisestile, rivoluzione di massimi sistemi figurine città di lego società post moderne e post it – ricordati che ti adoro scritto con l’inchiostro profumato al mirtillo blu dei tuoi occhi quando diventano piccoli mari increspati di desiderio

sms #37

la sera e le sue longitudini scomposte in richiami, che si dilatano lune rotte silenzi una culla che attraversa breve l’aria come un sorriso, da occidente oltre il punto cardinale più vicino alle ombre incerte dei ricordi, lancetta dopo lancetta il rintocco, al buio non affondare mai le dita nei cassetti tutti di fogli scritti bianchi e neri, sette meno uno, aperto, un lettino duro in cui stendersi, attendere l’alba minuscola, qualche accenno di chiarità domestiche, un sonno tenero di morte, latitudine zero infine la vertigine autentica, l’urlo incrostato tra il legno, le pareti, ciò che resta del cielo, lo specchio che non ti riflette, le mani raccolte nel grembo due stelle ‒ costellazione desiderio ‒ cadute

da “SoloMinuscolaScrittura”, La Vita Felice 2012

GUARDA

Guarda il panorama
dalla tua finestra con gli infissi
in legno profumato, tre punte in fila
di montagna equidistanti
ed un giardino in tinta ammaestrato
intorno a poche case delizia e disciplina
da manuale di buon gusto
che ti fanno tanta meraviglia, silenziose.

Guarda alle pareti rosso impero e
crema e tortora finemente decorate
le tele di una mostra che celebra
la guerra l’amore dio in croce la morte
scenografica di una vergine
in un cimitero di museo, l’ennesimo,
tutto lindo, quasi rarefatto, sterile.

Guarda il tuo corpo, ora,
sorvegliato a vista metà carne
da macello metà opera d’arte cesellata
da un’estetica santa religione, così
bene addobbato, un alberello
di Natale finto carico di doni
per gli invitati di una festa deserta,
un palo di scopa dritto contro il vuoto
con al centro una falla, un difetto imperdonabile
una specie di piccola culla vuota
della misura esatta, non un centimetro oltre,
di quel buco d’ombelico dove guardi
guardi guardi da quando ne hai memoria,
tutto quanto ti circonda e non ti riesce
di sfiorare, tutta questa vita la tua
esistenza come un chiodo da scacciare via.

UN PICCOLO BOTTONE ROSSO

Se questa rabbia fosse tutta
un piccolo bottone rosso:
potessi prenderlo tra le dita tirare forte
sentire il filo di cotone che scivola via
come erba secca, potessi sostenere
tutto nello sguardo il vuoto che sprofonda
fino al cuore dall’asola scoperta
e con le dita piano cercare un battito
uno solamente, sentire che la fine
si allenta come una camicia aperta
cade a terra e di colpo io non ho più freddo,
potessi cadere a terra anch’io ‒ erba cotone
filo stretto ‒ gli occhi due bottoni appesi
a ciò che resta, potessi prenderli tra le dita
e dirti indossali, e adesso guardami con quelli,
nuda come non mi hai mai vista.

da “GENEALOGIA IMPERFETTA”, La Vita Felice 2014
CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ
 
Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto
(ed io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
– serio – di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)
che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

da “I semi di poesia in azione: PACE”, Secop edizioni 2015

NEMMENO

le notti solitarie abbarbicate
ai sensi muti, nemmeno il lavorio
delle mie mani contro i tasti
di un computer, e giù fino allo spacco
tra le cosce  – rassegnate a stare orfane,
a perdere la sfacciataggine
delle stagioni giovani –  al ritmo di un attore
porno che muove il culo fino in fondo
nel biancore rosseggiante umido di un sesso
che non è il mio, nemmeno l’attimo di godimento
che sopraggiunge asincrono, mentre
le icone in carne e gemiti scopano instancabili
in una lingua altra  – l’inglese è la tomba
dell’orgasmo in differita, ma certo, vale qui
più che altrove la massima de gustibus
in queste notti di noia, di luci troppo fioche
di pensieri gonfi d’una certa nostalgia appiccicosa,
nemmeno niente mi basta a qualcosa che
non so nemmeno io
ma in realtà volevo scriverti che non mi è mai importato
il piacere in sé, o come si chiama quella cosa per cui la gente
tende a denudarsi in senso letterale e raramente
metaforico, a unirsi in un abbraccio di sudore e di saliva,
m’importa di non stare sola con me stessa, con questo corpo
che non so che cosa farci, sentire che mi perdo e perdermi
ancora in una voragine che finalmente non ha più il mio nome,
guardarti per non vedere intorno altro per mettere da parte
il mondo, e tanto spreco tanto schianto tanto consegnarmi
con l’anima bagnata di tutto punto come un dono,
esposta sotto la pioggia delle tue mani, che pensano
di starmi dentro in un luogo diciamo più carnale,
nemmeno questo conta infine, ma solo due parole
– ti amo – ripetute, nemmeno fosse un mantra che
dispensa sicura guarigione, le notti e i giorni spersi
a rendere lo specchio più gradevole per chi, mio dio,
mi chiedo a volte, ma la pornografia del vuoto e la dittatura
dell’amore lasciano il tempo che trovano, e sta dunque
al mio orologio biologico smettere l’ermeneutica dei sospiri
la litania dei sentimentalismi, la mistica del senso ad ogni costo
del resto non è nemmeno troppo tardi per farsi
di silenzio, senza posticci desideri sulle labbra
e nelle mutande miti falsi, per imparare l’arte autentica
– scopare seriamente

FRONTIERA

Agosto ha uno scampolo di giorni
in movimento, una coda sfilacciata
una preghiera imbastita contro
il vento, una striscia rossazzurra di labbra e
cielo, leggera, dove mattino e sera
si confondono d’abbracci,
e noi siamo i punti di sutura
che chiudono l’estate e con spago fino
si aggrappano al momento: è qui, in questo
adesso di bandiera che scuote il tempo,
che ti verrò a cercare quando l’inverno
sarà una cappa bianca sbiadita, è qui
che resterò in attesa delle tue mani
per sentirle ancora mie dentro quest’abito
di corpo che mi sfila via e tu mi cuci addosso
vivo, un ricamo di mare, l’irrequieta frontiera
che sento fino in fondo mia solamente
nel nodo stretto del tuo sguardo.

Inediti, 2016

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