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se ne stanno le parole
abbandonate
senza ramo
senza tronco
gusci d’ostrica
copie di niente
pareti bianche

se ne stanno
parole fossili
mostri ciechi d’abisso
ombre vaghe d’esilio
suoni senza fiato
farfalle morte in vetro

se in principio era il verbo
alla fine resta il silenzio.

Francesco Palmieri

Anche oggi, ancora una volta, ci dedichiamo ad un silenzio. Qui si tratta del silenzio di Francesco Palmieri che avvia il suo componimento esaltando gli elementi che costituiscono il linguaggio sia scritto che verbale, le parole. Ad esse è dedicata l’intera poesia di Francesco Palmieri e ci sta tutta questa dedica per svariate ragioni, la prima che mi viene in mente è che un poeta non può non essere affascinato dalle parole, dal loro senso e suono, esse sono come le pietre preziose per il gioielliere, il gelato per il goloso, i diamanti per una bella donna, l’oro per il cercatore, un fagiano per il cacciatore. C’è in ogni scrittore come una gioiosa-giocosa ricerca delle potenzialità espressive della propria lingua, articolata nelle singole parole, a loro volta rappresentative del suono nella loro forma scritta (il segno) e quindi perciò mediatamente significative, rappresentative della cosa o persona (il significato) nella loro espressione sonora. Esse sono infatti oggetto principale dello studio della semeiotica nel primo caso e della semantica nel secondo. Ad ogni modo, oltre la scienza e le scienze che le studiano le parole hanno nella mente del poeta un che di magico, per la loro capacità di essere infinitamente composte, scomposte, strutturate e destrutturate, demolite e ricostruite in un caleidoscopico gioco di accostamenti e rimescolamenti che rende infinite le loro possibilità espressive. A seconda di come esse sono associate, accostate e nell’insieme composte, creano nel lettore/ascoltatore un effetto singolare di partecipazione, noia, commozione, entusiasmo, indifferenza e… l’elenco potrebbe essere infinito.

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Angelo Merante, Krenata, mix media and oil, 1995

E’ per questa magia che un oratore trascina la folla, per la stessa magia uno scrittore appassiona alla lettura, un insegnante avvince con la sue spiegazioni, è per questo stesso incanto che il poeta scrivendo incanta il suo lettore, perché egli per primo subisce il fascino delle parole e lo restituisce in forma, mettendo cioè le parole nella migliore forma, scegliendole con estrema accuratezza, avendo riguardo al loro suono ed effetto, all’architettura del componimento, volendo esprimere il pensiero nel modo più sintetico e perfetto. Ha ben ragione dunque Palmieri a farne un’ode rovesciata, volendo appunto esaltare il silenzio, come condanna – dannazione, egli rappresenta le parole come vuote e svuotate, sconfitte, impiccate, senza corpo e senza meta. Denervate dal senso nel loro biancore disperato (pareti bianche), precipitate nell’ombra di una voragine che toglie il respiro e stronca ogni volo (farfalle morte in vetro), privando le parole – farfalle di tutte le loro potenzialità di colore e bellezza. Ovvio che bisogna percepire che tutto questo massacro di parole è come l’uccisione dei cuccioli di foca: un’atrocità; è come strappare le ali alle farfalle, insomma far del male alle principesse della bellezza espressiva-comunicativa umana.

Cosa dimostra Palmieri in questo testo? Dimostra che ama le parole, che le maneggia con facilità estrema, le costruisce con garbo accattivante, sostanzialmente per esprimere l’inconsolabilità del poeta nonostante questa capacità brillante di gestirle, rispetto alla pesantezza dell’esistenza. Le parole per quanto magnifiche per quanto il poeta le padroneggi e le chiami a dare voce ai suoi pensieri non bastano a convertire il nero in colore, il bianco in luce.

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Angelo Merante, D’idea di forma difforme, digital photopainting, 2016

Ecco perché negli ultimi due versi pronuncia la condanna finale verso la parola: vana anch’essa in fondo, incapace di salvezza, di incidere nel modo desiderato, di trasformare il piombo in oro, un fallimento di pietra filosofale. Meglio il silenzio dunque, un voto di silenzio, un silenzio pacificato, un silenzio di dannazione, significativo di rimprovero o di negazione al mondo? Questo non è dato di saperlo, non in questo testo almeno, non in questo momento. In fondo dove conduce il silenzio o, al contrario, dove conducono le parole è sempre una scelta del senso da dare alla propria (intera) esistenza.

 

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Angelo Merante, Jeanne d’Arc 2.0, digital INI photo-painting, 2014

Anche in questo caso, come nel precedente articolo del tema del silenzio dedicato ad un testo di Palmieri, ho chiamato Angelo Merante (Angelus Novus), a rappresentare l’essenza, l’importanza della parola nell’arte visiva. Con una serie di tre immagini nel segno delle lettere e delle loro possibilità di s-composizione, segni che nel tempo hanno subito la loro evoluzione per carattere, simbolo e traccia, restando caratteristica dell’arte di Angelus la sovrapposizione del segno alle linee e forme dell’immagine, alla visione onirica del corpo-volto icona dell’essere.

 

Loredana Semantica

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