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Dammi il tuo silenzio
con due silenzi noi ci parleremo
tu nella tua stanza io nella mia
tu mentre rifai il letto
e aggiusti quelle pieghe che non ti tornano
io mentre mi fermo a pensare
che dovrei mettere ordine alle carte
proseguire le terapie
e tirare giù gli accordi di quel pezzo così bello.
Tu con quel silenzio spesso
io col mio silenzio stupido e rarefatto
in questa casa impastata di silenzio
con alle pareti quadri silenziosi e libri muti
con ritratti e foto dei nostri figli
che non parlano più con noi da anni
cresciuti e silenziosamente andati via.
E anche se parlano le cose intorno
Noi il nostro silenzio lo coltiviamo dentro
nella serra umida con quei fiori finti
così colorati e violenti che una vita non basta
a considerarli fiori come di sogni persi
ideali rimpianti diventati anch’essi taciturni.

 Francesco Tontoli 

Questo è il terzo testo di Francesco Tontoli che parla di silenzio e viene proposto qui, su Limina Mundi per il tema del silenzio. Qui c’è proprio il silenzio, non di una persona sola, ma due, un silenzio particolare, quello di quando non c’è bisogno di parlare, ma comunque un flusso, un dialogo muto avviene ugualmente tra un essere e un altro, anche quand’essi si trovino in stanze diverse o quando ciascuno attenda alla piccola faccenda, al compito che ha deciso di assolvere in quel momento.

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Una specie di dialogo interiore che procede appaiato e affine, intrecciando i pensieri dell’uno e dell’altro che, se si potessero visualizzare, sarebbero sorprendentemente simili, ciò avviene per   l’intesa che li accomuna, un’intesa speciale costruita negli anni, dal tempo, dalle esperienze convissute e da mille piccole cose concrete. Cose che sono la casa, il letto, le carte da riordinare, ma anche la cucina, le tazze del caffè della mattina, i quadri alle pareti, le foto ricordo degli avvenimenti che riguardano i figli.

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Questo testo fotografa una scena e attraverso essa descrive la particolare sensazione di silenzio che accompagna l’allontanarsi dei figli dalla casa paterna, quando cioè essi prendono il volo, tutti presi dal proprio mondo, accade allora che quella casa, dove risuonavano voci e risa e discussioni vivaci, sembra improvvisamente vuota, o più precisamente gonfia di un silenzio impressionante. Sembra così strano non sentire più quelle voci incredibilmente care, e allora nel silenzio si volge a loro il pensiero e i genitori li immaginano per come  vuole Khalil Gibrain frecce lanciate verso il domani, mentre l’arco che ha scoccato la freccia resta a godersi una specie di “riposo” tanto agognato, quanto triste, come fosse l’appassire di una rosa, un fatto naturale eppure malinconico, senza splendore eppure affascinante. Resta infatti pur nella malinconia il calore di una brace che non si spegne mai, l’amore col quale i genitori pensano ai propri figli e li accolgono quando occasionalmente ritornano, col quale li seguono idealmente in ogni percorso della loro vita, anche quando questa ormai è indipendente dalla loro cura e protezione.

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Restano poi nell’animo dei genitori tutte le rinunce e i rimpianti di non aver fatto fiorire i grandiosi sogni della giovinezza, perché c’è un tempo per ogni cosa, secondo l’insegnamento biblico, e adesso pare sia tardi per dare ad essi realizzazione, li si coltiva allora come sogni lontani ai quali si toglie ancora una volta voce e spazio e lo splendore dei  colori sfolgoranti che avevano nell’immaginazione di una piena realizzazione, relegandoli al silenzio, compiendo, forse a torto, forse perché mancano le forze, l’ennesima rinuncia.

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Per questa poesia di Francesco Tontoli ho chiesto a Samuele Romano di poter accostare i suoi scatti d’autore. Samuele Romano ha un consistente archivio di scatti nei quali con occhio infallibile ferma il particolare cogliendone originali angolazioni, scorci inusuali, insistendo sulle linee, esaltando forme e volumi, propendendo con eleganza al minimal. Nelle sue ispirazioni visive egli subisce e restituisce il fascino e la simbologia dell’oggetto quotidiano. Si esprime con sensibilità sia nel colore che in b/w in foto dai toni nitidi e puliti o viceversa con sapiente uso dello sfocato in primo o secondo piano.

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E mi piace chiudere questo commento inusualmente con un’altra poesia, quella di Gibran che ho citato indirettamente nel corpo del commento, perché essa contiene, pur nella sua struggente dolcezza, un fondo di profonda verità della quale è bene ogni genitore prima o poi (meglio prima che poi) acquisti piena consapevolezza.

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perche’ loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perche’ la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non e’ dato di entrare,
neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perche’ la vita non ritorna indietro,
e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

(Khalil Gibran) 

 Loredana Semantica

Dedico questo post ai miei figli

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