50-

da oggi scelgo il silenzio
le ombre della sera
le mattinate grigie
dell’autunno quando piove

da oggi varco la frontiera
mi scavo un buco nero
la nicchia in un cespuglio
un avamposto sulla luna

avrò l’orecchio al niente
e neanche una parola
nessuna voce umana

nessuna voce umana
che ancora farà male.

Francesco Palmieri

Questa terza poesia di Francesco Palmieri sul silenzio è un testo ben costruito, ha un esordio con personalità, dichiara apparentemente una scelta coraggiosa, la scelta del silenzio, che sembra quasi un voto monacale, insieme alla preferenza della natura nei suoi scenari più immobili e sospesi, in cielo plumbeo prima che si scateni il temporale, le ombre che si allungano la sera e precedono l’oscurità profonda della notte. Il quadro della prima strofa è composto quindi dalla scelta decisa del primo verso e dai tre versi successivi che introducono il motivo climatico e coloristico, tutto rivolto all’autunno al grigiore e alla pioggia. Ci sono ombre dunque in questa prima strofa, ma nessun sentore di patetico, quanto piuttosto di pacata certezza, convincimento interiore della giusta direzione.

Nella strofa successiva invece c’è un leggero cedimento di questa pace così sobria, cedimento ch’è nel riferimento all’esilio e all’auto-seppellimento, alla ricerca di luoghi di isolamento anche fantascientifici com’è ad esempio un avamposto sulla luna. Quanto più la prima strofa si connota di fermezza, tanto più rivela fragilità e debolezza la seconda, perché in essa il silenzio non è più, come avrebbe potuto, vocazione a cui si giunge dopo molto vagare, soprattutto interiore, così che il silenzio non sia più sinonimo di buco, tomba, esilio, e quindi parossisticamente morte, ma all’opposto luogo ove si coltiva forza, pace, ascolto.

14218065_1194274590636328_1698770283_n

Angelo Merante (Angelus Novus), “Sogno ricorrente digital”, INI photo painting, 2014

Si avverte quindi nella contrapposizione di prima e seconda strofa l’esitazione spirituale dell’uomo che vorrebbe chiudersi nel silenzio, ma tale chiusura è una forma punitiva di se stesso, di sacrificio del proprio io, perché l’eremo cercato, visualizzato come buco nero, è ancora baratro e sprofondamento nel quale precipitano gli atti  del quotidiano vivere. Tacere quindi è preludio di una sequela di sottrazioni di luce, un abisso dove naufragano desideri, aneliti alla felicità o alla (più raggiungibile) serenità. La chiusura e l’isolamento verso l’esterno dichiarati nel testo poetico si concretizzano non soltanto nel tacere, ma anche nel non volere più ascoltare la voce degli altri, il rumore del mondo, e in questa volontà non è da escludere anche una sorta di rimprovero latente dell’autore al fuori da sé che lo affonda.

Al di sopra di tutto il poeta diventerà sordo alla voce umana, quella voce che è capace di ferire molto più di una spada, di seppellire un uomo, di dannarlo per la vita. Ferire non è appannaggio delle armi cosiddette proprie: proiettili o pugnali o corpi contundenti, le parole hanno una capacità di ferire talora impressionante, possono produrre, in certe situazioni morali, di aspettative o connotate da una fragilità individuale, un dolore immediato così virulento da non poter essere narrato, e possono, nel tempo causare quegli effetti nefasti che portano a riconoscere alle parole persino la capacità di uccidere. Pensiamo all’infelicità di famiglie dove i litigi la fanno da padrone, oppure a quelle donne che seppelliscono il proprio uomo con le continue critiche, demolizioni morali e lamentele, pensiamo allo studente anelante lodi e riconoscimenti che viene rimproverato pubblicamente e aspramente dello scarso risultato, non è difficile, con un processo d’immedesimazione, immaginare come si spalanchi la terra sotto i piedi di questi esseri “violentati” dalle parole. 

13310367_1125330367530751_126418532023180712_n

Angelo Merante (Angelus Novus) “Pendant la Memoire Independant”, 2014

Ecco che il testo si configura come un inno doloroso alla dolorosità delle parole. Il verso finale rivela ancora di più la debolezza dell’uomo, proprio perché egli confessa che vorrebbe s-fuggire alla voce umana che lo addolora, rinchiudendosi nel luogo dell’isolamento. Una voce che può essere quella di un singolo essere, particolarmente amato o, all’opposto, particolarmente odiato, oppure di un essere che soffre di suo e a sua volta infligge sofferenza, oppure, ulteriore ma non meno rilevante ipotesi, questa voce umana è quella di tutti coloro che sono nel raggio di frequentazione del poeta, dal lattaio all’edicolante, dal datore di lavoro al collega che riescono ogni volta a raggiungerlo con parole  che lo feriscono. Il rimedio che è il proponimento dell’autore, cioè l’isolamento, è tuttavia poco praticabile, sia perché l’uomo è essere sociale che dalle relazione umane trae ragione di sopravvivenza e sostentamento, sia perché  non sono tanto le voci-legami degli affetti-doveri-relazioni che inchiodano alla sofferenza, quanto purtroppo le ombre che abitano l’anima e l’incapacità di affrancarsi da esse che impediscono la catarsi interiore di fortificazione e capacità di reggere e cor-reggere le voci perseguitanti.

3791_455949571135504_1541827998_n

Angelo Merante (Angelus Novus) “Krenata”, Mix media and oil, 1995

Poiché questo testo di Francesco Palmieri esalta la potenza della parola ho chiesto ad Angelo Merante la disponibilità di alcune sue opere da affiancare alla poesia e al mio commento. Angelo Merante è esponente dell’Arte inista, che riconosce  centralità alla parola e ai segni da rappresentare attraverso tutte le possibili forme d’arte. Più precisamente riprendendo le parole di Angelo Merante: “Il progetto poetico inista, unitario e insieme aperto verso ogni ambito espressivo (simultaneamente, di qua e di là dalla parola), mira a una comunicazione estetica che dai segni estrae e ricompone “parole” grafiche, cromatiche, musicali, architettoniche e altre, inedite o dai sensi inediti.” Qui l’account facebook di Angelo Merante. Per conoscere maggiormente l’Arte inista rinvio alla pagina pubblica in facebook qui.

 Loredana Semantica

Annunci