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Proseguiamo con le interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

 Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera.

Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è Giacomo Cerrai.

cerrai

  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di  Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

       Be’, c’è, certo. Magari va e viene. E’ stato una bella fonte di ispirazione, per un po’. C’è ad esempio una raccolta, che ho autoprodotto e stampato in sole due copie, intitolata “Sole ritardatario”. Un sole, forse si intuisce, che ha riscaldato un pezzo della mia vita quando avevo già una certa età. Spesso però costituisce un sostrato per una meditazione, più complessiva e non sempre serena, sulla vita. L’amore cioè non solo come sentimento “in purezza”, ma anche come sentimento di sentimenti, luogo esemplare di dinamiche affettive tra individui  più complesse. Potrei citare, volendo, il mio “Camera di condizionamento operante”, reperibile anche sul mio sito.

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

       La morte senz’altro, è un tema per così dire rizomatoso nella poesia di sempre. La bellezza anche, ma non direttamente, non è tanto mostrata quanto “dimostrata” per mezzo della poesia, che tuttavia di questi tempi la guarda con un certo sospetto, come qualcosa di classico. Inoltre la bellezza è un concetto astratto con cui è difficile misurarsi. E’ per questo che certe forme di poesia cercano l’antiestetico, il calco della tecnica, il linguaggio ordinario, l’estrapolazione o la dislocazione di testi “impoetici” in origine. Del resto non riesco a immaginare una poesia (o un quadro) che abbia per tema la bellezza, sarebbe una metapoesia (o un metaquadro). In quanto alla verità, quale, se non quella che il poeta intende (o crede di) esprimere? La poesia, ricordiamolo, è un linguaggio creativo, come quello dei bugiardi. O quanto meno relativo. Strapazzando un po’ una delle tesi di Guy Debord si potrebbe dire che “Nel mondo realmente poetico, il vero è un momento del falso”.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

       Per me la memoria ha un’importanza relativa. Non scrivo per ricordare, al massimo la memoria funziona come frammento cognitivo, come qualcosa che so e su cui costruisco altro, anche forse confidando sulla capacità auto poietica della lingua. In questo senso sono d’accordo con coloro, come i modernisti americani, che assegnano una funzione primaria alla creatività, all’immaginazione, alle relazioni inopinate tra le cose. La poesia come archivio di ricordi non mi interessa. In questo senso il diario è una forma letteraria certo migliore.

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel  e dal silenzio oppure no?

       Le mie poesie nascono quando capita, spesso da un frammento appuntato  sul taccuino o da un memo preso al registratore. Il silenzio non c’entra, c’entra una mente libera, come disse una volta Saba a Giudici. O c’è o non c’è, hai voglia di stare in silenzio. Poi naturalmente c’è tutto il lavoro di scrittura ecc…. Il silenzio, viceversa inteso  come vuoto, spazio bianco, sospensione o tacet  all’interno del corpo del testo, come una partitura, è invece importantissimo e il lettore non frettoloso dovrebbe tenerne conto. Come della punteggiatura del resto.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto,  di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi  sia relazione tra mistero e poesia?

       La domanda, come la precedente, contiene una affermazione che andrebbe verificata e che mi pare risponda ad una visione un po’ romantica del poetare. L’alone (o l’aura, per dirla con Benjamin) della poesia mi pare parecchio appannato. Io credo, per dirla con un grande poeta, che il lettore cerchi nella poesia  quello che non sapeva di sapere, il mondo che già c’è,  scritto  con parole diverse dalle sue e forse migliori. In altre parole la verità (relativa, come si è detto) con altri mezzi. Insomma, più che un mistero la poesia dovrebbe essere, alla fine, una rivelazione.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

       Mi sembra  che Pessoa alluda al lavoro di rielaborazione che fa o dovrebbe fare la poesia, una specie di elaborazione del lutto, della perdita, in senso metaforico naturalmente.  Ma lo fa con una velata accusa di “falso”, e un po’ di gusto per il paradosso. E’ un problema che non mi pongo, e che tra l’altro andrebbe conciliato con quella presunta verità di cui sopra (c’è o non c’è?).  E l’ambiguità è quella di tutta l’arte, in ogni espressione. Direi  semmai, con Stevens, che la finzione è (deve essere) una “suprema finzione”, ovvero  una realtà (compreso il dolore, se vogliamo) manipolata dall’azione artistica, trasfigurata dall’immaginazione creativa. Provate a porre l’affermazione di Pessoa davanti al “Martirio di S. Matteo” di Caravaggio o a “Guernica” di Picasso, dei dolori “di altri” che l’arte sublima, pur non avendoli direttamente percepiti. Nella mia poesia, se c’è,  c’è l’ambiguità del mondo, il dolore dell’esistenza, ma non saprei dire in che misura.

  1. Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto,” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

       Certo che ne parlo, forse anche quando non sembra. Solo che cerco di evitare di fare come fanno alcuni, cioè di infilare la morte e i morti dappertutto. Altri lo fanno col corpo, corpo, corpo, e spesso senza alcuna coscienza di che cosa questo significhi. La morte per me è essenzialmente (nelle perdite che ho avuto, non tanto in poesia) una cesura dolorosa, insormontabile e definitiva nella comunicazione, nel dire le cose che avremmo potuto dire o fare e che invece… Scrivo in una mia poesia:

 

i morti stanno zitti,

a parte qualche senso di colpa

e un immutato affetto che ci stringe

per la parte sinistra.

 Avremmo dovuto, avremmo potuto.

Come se non ci fosse niente di più stupido

di un passato sotto condizione.

(…)

 Insomma un rimpianto da gestire almeno quanto una colpa, e in questo senso, sì, un perdersi di vista, scomparire oltre la curva della strada. Non si sopravvive alla morte, né la si esorcizza. La si metabolizza, da poeti  o da poveri cristi (che è lo stesso).

NOTA BIOGRAFICA

Giacomo Cerrai  vive a Pisa, dove ha studiato Letteratura italiana moderna e contemporanea. E’ poeta e traduttore dal francese e dall’inglese. Ha pubblicato le sillogi Imperfetta Ellisse (Accademia Casentinese di Arti e Lettere, Arezzo), La ragione di un metodo (Lulu, autoprodotto), Camera di condizionamento operante (L’Arca felice, Salerno), Sinossi dei licheni (Clepsydra Edition, ebook), Diario estivo e altre sequenze (L’Arcolaio, Forlì), oltre che su vari siti on line. Una antologia di testi di Ghérasim Luca, curata e tradotta, è uscita in ebook per [dia*foria nel 2015, nella collana apothēkē del progettofloema diretto da Daniele Poletti.E’ tradotto in francese. Gestisce da oltre dieci anni il sito di poesia e critica “Imperfetta Ellisse” (http://ellisse.altervista.org). Attualmente lavora alla composizione del suo nuovo libro di poesie e alla traduzione e cura di una antologia completa di un poeta francese.

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