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Il silenzio è il tempio d’oro
l’occhio che osserva
l’orecchio che ascolta
le parole muri di pietra
trafori di significati
trasmessi dalla quiete del tempo.
Sono scrigni le parole
rotolano saltellando
prive di confini
aprono infinità di sensi
al silenzio che le crea.

Deborah Mega

Una bella prova questa terza poesia sul silenzio elaborata da Deborah Mega, che dà concretezza al silenzio stesso, facendone tempio d’oro, non si diceva saggiamente che la parola è d’argento ma il silenzio è d’oro?

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foto di Carlo Piscopo

Tacere permette di concentrare le capacità degli altri sensi, è tacendo che si osserva con attenzione, è tacendo che si ha modo di ascoltare l’altro che parla, saper ascoltare è dote tanto preziosa quanto rara. La dote principale di Vasudeva, il saggio traghettatore del fiume presso cui si ferma il  Siddhartha di Herman Hesse, affascinato dalla voce del fiume stesso, che nel suo eterno scorrere mormora grandi verità.

Deborah Mega dice poi che le parole sono muri di pietra, trafori di significati. Questa definizione della parola vuol mettere in risalto l’insufficienza della parola stessa, che se non si presenta come muro, quando c’è assoluta incomprensione, è quanto meno un traforo, che permette la comprensione per le zone in cui si crea lo spazio sufficiente al passaggio della comunicazione, quest’ultima tanto più possibile quanto più si lasciano fluire le parole nella quiete, si dia ad esse il tempo di sedimentare, penetrare, realizzare quel lavoro di intaglio, alternanza di pieno-vuoto, voce-silenzio, pause-parole, che permette il dialogo. Traforo però è anche il risultato a cui si perviene lavorando la filigrana, opera di pregio, leggiadra che richiede maestria, con altrettanta maestria in filigrana si può trasformare in gioiello un insieme di parole.

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foto di Carlo Piscopo

Un diverso senso delle parole definite muri di pietra, può emergere quando si legga questa espressione in relazione all’altra che dice il silenzio tempio d’oro, allora le parole, essendo in qualche modo  il contraltare del silenzio, potrebbero essere viste come il rivestimento, il contenitore che racchiude il silenzio, quasi mura che erigono un tempio tutto d’oro al dio silenzio. Ecco infatti che in seconda strofa le parole si fanno custodi di tesori,  cofanetti di preziosità, perle che rotolano, esseri animati che si spandono, non accettando limiti né spaziali né temporali, capaci di schiudere infinità di sensi.

Le parole non sono senza progenitori, anzi nell’ultimo verso, dicendo le parole figlie del silenzio nuovamente si menziona il silenzio,  già presente al primo verso, chiudendo il cerchio del componimento. Evidentemente poi una parola figlia del silenzio non può che essere lungamente meditata, quale può essere la parola poetica, massimamente preziosa,  fine lavoro di traforo-filigrana, perché emergente dalla profondità dei silenzi dell’anima, oppure quella di un saggio che pesa bene le parole prima di pronunciarle, valutando se valga la pena di pronunziarle e se veramente esse sono preferibili al silenzio.

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foto di Carlo Piscopo

 In questo testo ho avvertito un sentore tra il metafisico e il metapoetico che mi ha indotto al commento che precede e ad interpellare per la suggestione visiva Carlo Piscopo, le cui opere in fotografia hanno analogo sentore. Prediligendo i toni bianco, nero e seppia, gli scenari, le architetture, gli scorci e i particolari sui quali Carlo Piscopo ferma lo sguardo sono fatti di volumi, geometrie, luci ed lunghe ombre, come a scavare nelle profondità, dove le figure umane si fanno piccole e distanti, stagliandosi nitide nello spazio che le circonda.

Loredana Semantica

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foto di Carlo Piscopo

 

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