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Riprende la nostra rubrica dedicata alle interviste di autori, poeti e scrittori potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che saranno pubblicate qui su LIMINA MUNDI il lunedì.

Il titolo dell’intervista che proponiamo oggi indica che lo scambio di domande e risposte è rapido e conciso. Nelle risposte non è permesso dilungarsi oltre tre righe. Colpo su colpo, come i bottai che ne assestavano ai fasci di legna della botte e ai cerchi che li stringevano, attività dalla quale deriva il noto detto: “Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Qui da intendersi non tanto nel senso di mantenere l’equilibrio in una situazione scomoda, ma, piuttosto in quello del convergere, tra botta e risposta, al risultato comune di raccontare con le parole dei poeti il mondo della poesia.

Questa è un’intervista “tipo” che sarà sottoposta anche ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è PIER FRANCO ULIANA.

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  1. Che cos’è per te la poesia e che cosa é in grado di esprimere?

La poesia è un dire altrimenti detto: uno sforzo esistenziale di rendere udibile, cioè intersoggettivo, il rumore di fondo del mondo e di dargli un ‘verso’.

  1. Quando e in che modo ti sei avvicinato alla poesia?

Ho vissuto la mia infanzia nel Bosco del Cansiglio, la più dantesca delle selve italiane perfino nei toponimi, lì è nato il contatto con uomini e alberi, il tentativo di un colloquio ‘emotivo’ la cui lingua prima è stata un dialetto aspro e duro.

  1. Chi sono stati i tuoi maestri o meglio i tuoi punti di riferimento?

Dei maestri italiani, due sopra tutti: il Dante del canto proemiale dell’Inferno e quello del canto XXVIII del Purgatorio e lo Zanzotto de Il Galateo in Bosco; degli stranieri, il René Char di Feuillets d’Hypnos e il Seamus Heaney di Death of a Naturalist. Ma ci sono anche molti ‘minori’…

  1. Ricordi il tuo primo verso?

Quarta elementare, “Aprile”, i primi due versi: Il vento ha strappato i petali al ciliegio./ Ovunque ho visto la morte. L’amata maestra immusonita si rifiutò di leggerli alla classe, dopo la passeggiata agreste.

  1. A chi si rivolge la tua poesia?

Quella in dialetto, si rivolge a quanti sono interessati anche alla radice volgare della lingua romanza; quella in lingua, a chi incontra sul sentiero della vita e della legna (di cui sappiamo che s’interrompe improvvisamente e senza una ‘ragione’).

  1. E’ stata dichiarata la morte della poesia e la sua marginalità nell’età della tecnica. In libreria i libri dei poeti contemporanei sono poco presenti e spesso relegati in un angolo, solo i classici godono ancora di un certo prestigio. Di contro c’è un fiorire di readings, di concorsi letterari e di premi. Tu cosa pensi di tutto questo?

Penso che la musa proceda brancolando e barcollando, da che la gamba della critica si è via via svigorita (si veda la crisi della collana mondadoriana dello Specchio e l’impallidire della Bianca einaudiana). Non le resta perciò che ripiegare sul carsismo delle origini: disperdersi al margine del logos, o infilarsi nei pertugi (o negli scaffali) non ancora occupati dalla techne, o improvvisarsi ed esporsi alla vanità creativa del presente. Una musa sbandata dunque, che si ostina comunque a non cadere.

 7. C’è chi tenta un coinvolgimento nei fatti sociali del suo tempo, chi invece ritrova la verità della poesia e della vita nella sua Arcadia più o meno felice. Tu dove trovi ispirazione? E come nascono le tue poesie?

L’Italia è il paese dei petrarchisti, un sottile ripiegamento nel ‘proprio io’ (nell’accezione latina di egomet) che l’ha resa un paese di poeti senza lettori di poesia. Non ne sono affatto immune, anche se la ‘selva’, nel contempo fisica e allegorica, resta al fondo della mia in/e-spirazione, l’io poetico dopo tutto non è che una fotosintesi autobiografica, per quanto in/autentica.

  1. Secondo te i giovani di oggi amano ancora la poesia?

Sì, l’amano, purché sia nuda, l’amano, ma di un amore superfluo, nel senso che non badano alle strategie profonde della lingua. L’amano sinceramente, purché la sua pelle sia prossima allo spazio pubblicitario.

  1. Che importanza è attribuita oggi alla poesia dal nostro sistema d’istruzione?

Troppa, a quella che riguarda la storia della letteratura, da offuscare la visione del mondo; nessuna, invece, a quella contemporanea, perché sono mutati radicalmente i codici linguistici e gli strumenti interpretativi, da impedire un sentimento altro del mondo.

  1. Ci sono degli orientamenti prevalenti nella poesia italiana ed europea?

La poesia italiana non ha orientamenti definiti e definibili; dopo la fine dello sperimentalismo, si è dispersa in una marginalità, a volte orfica, spesso privata, per quanto significativamente consapevole, con punte di alto livello; di quella europea, conosco solo approfonditamente quella francese, posso osservare che sa mantenere e sviluppare originalmente una matrice di ricerca linguistica e di visione insieme esistenziale e sociale (si veda Bonnefoy).

  1. La poesia è in grado di influenzare il linguaggio?

Pur essendo, per sua vocazione, un originale laboratorio linguistico, direi che oggi è più importante la prosa (e la traduzione), o meglio una certa prosa. Un poeta dovrebbe essere innanzitutto un buon prosatore per essere linguisticamente ‘influente’ (si veda il magistero di Montale e Zanzotto, di Caproni e Raboni).

 12. Può avere un ruolo politico?

Dante docet (ma sappiamo com’è, ahinoi!, finito: prima ostracizzato e poi pubblicamente lapidato dalla Chiesa e dal Bembo). La poesia senza la dimensione civile incespica nel lamento invertebrato.

  1. È cambiato il “mestiere” del poeta nel tempo?

sul versante dei linguaggi soprattutto, stiamo infatti compiutamente vivendo una terza rottura epistemologica, dopo quella chirografica e tipografica e no, il pensiero emotivo non è stato ancora colonizzato del tutto dal logos.

  1. Alfonso Berardinelli ha sostenuto che oggi chi scrive versi non dovrebbe considerare valido nessun testo se non regge il confronto con un articolo di giornale o con una canzone. Intendeva probabilmente dire che i poeti contemporanei non sono capaci di comunicare con il lettore. Tu cosa ne pensi?

Ha ragione, da ‘vendere’, nel senso che siamo ormai nel mercato liquido della parola, che paradossalmente mette fuori mercato la parola poetica. Anche per la poesia sembra valere la legge di Thomas Gresham, la moneta cattiva scaccia quella buona. La poesia però si spinge ben oltre la comunicazione, è relazione e in quanto tale ambivalente. Ma Berardinelli critico dubita sempre più dell’ars poetica (puzzasse almeno dell’aglio di bassa cucina!). E questo è un segno dei tempi o, meglio, di questo tempo. Ma i poeti nutrono fede, anche se non sono più fedeli.

  1. Attualmente in che stato di salute versa la cultura italiana ed in particolare la poesia?

Come sempre, cagionevole; la poesia inoltre soffre di ciclotimia.

  1. Il nome di un autore poco noto che meriterebbe di essere rivalutato.

Pier Luigi Bacchini (da poco deceduto). Scritture vegetali e Contemplazioni meccaniche e pneumatiche sono di una novità sorprendente, armonioso equilibrio linguistico di logos e poiesis. Tra i dialettali, Luciano Cecchinel, ma è giudizio di parte, poiché mio conterraneo. Due poeti di una marginalità vitalissima!

  1. C’è ancora bisogno della poesia oggi e perché?

Più che bisogno, necessità. Perché? Perché la poesia, heideggerianamente, è come la rosa, accade senza un perché.

NOTA BIOGRAFICA

Pier Franco Uliana è nato a Fregona (TV) nel 1951 e vive a Mogliano Veneto. Laureato in Filosofia, è stato insegnante. Ha pubblicato varie raccolte di poesia nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio: Sylva -ae (Treviso 1985); Cantada zhinbra (Noventa di Piave 1995); Troi de Tafarièli (Milano 2001); Amor de osèi (Vittorio V.to 2007); Fontana Paradise (Vittorio V.to 2011); La casa, la léngua e l’armelinèr (Vittorio V.to 2013); Il Bosco e i Varchi (Vittorio V.to 2015); in lingua italiana: Lo specchio di Rainer (Massa 2000); Siderea arx mundi (Vittorio V.to 2009); Pizzoc Panopticon (Vittorio V.to 2012); Ornitografie (Osimo 2016). Suoi testi critici su artisti veneti sono apparsi in vari cataloghi; ha collaborato con la rivista “46° Parallelo”.

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