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Nell’ambito della rubrica “Canto presente” oggi presentiamo la poesia di

Stefano Della Tommasina

 

Passage to India

Il tempio nella radura a lato era sesso monumentale:
vegetazione e coppie di animali mantenevano il segreto.
Non concedeva repliche la tenutaria del bordello.
Dalla zanzariera l’oro dei monsoni impallidiva
all’apertura delle rocce addormentate.
Entrava sopravvento una lanterna, l’intimazione a urlare
il doppio del colore, l’eco della gioia, il suo congiungimento.
Sulla cima si abbandonavano al sudore luci senza corpo.
Le grotte restituivano figure di sola andata lungo la scarpata,
l’ingresso stupefatto nella follia di un carnevale indiano.

Dettato: her

Magico, reale. Dall’acqua fino
ai piedi: i grattacieli hanno radici.
Bastano ai tramonti questi abbracci,
ombre placcate, ottoni di una fede cieca.
Resistere sui tetti è scrivere un dettato:
le lettere falsificano l’alba, copie della
solitudine. Se ancora esiste, la stanchezza
siede alla finestra . I pochi solidi barlumi
fingono capelli, vesti, lembi dell’anonimato.

Carnevale

Questo, senza l’impegno e la vitalità dell’intelletto
è il margine, reticolo di corridoi al buio.
Qui il treno scorre, la terza classe in finta pelle
nei residui della plastica. Le trame curvano la schiena
al rame incustodito. Come saluti un uomo che saluta
il tuo bambino sulle spalle? Una signora scende lentamente.
Il pomeriggio immobile ricorda l’adolescenza del mattino dopo,
le punture degli zingari felici, il dorso di un artista in croce.
Considera la resistenza . La gravità dell’aria.
Quando si desterà il bestiame le carrozze diventeranno erba:
il carnevale non sarà tradotto in altra lingua.

Xanadu

La luna, il dito che indica lo specchio.
Bella la crepa dove si insinuano per agitare i sogni.
Abissi primogeniti, gli sguardi della solitudine,
l’unguento naturale di ogni vero fuoco. Non torneranno
più le immagini dai volti glabri, il latte che bagnava
il dolcemele della sposa, l’arcata intatta del palazzo
dei piaceri. Questa è la luna, incredula sulle carezze
dell’amante, vendicativa e figlia della donna che resiste
alla sua prima notte. E questo, col dito sullo zigomo
di rosa e la sua goccia cremisi innocente tra le labbra,
a chi somiglia?

 

Il padre appare in sonno alla figlia

I

C’è un limite all’Australia
e un limite all’Oceano.
Al limite, gli accadimenti,
come faglie,
si abitano senza sapere.
L’assenza e la presenza,
si abitano in successione,
mai così diversi o indifferenti:
un tuono cui non segue il fulmine
ma il chiaro più assoluto,
la promessa di un autunno
sui terreni incolti, a nord,
un sonno nebuloso agli occhi,
di fosfeni.

II

La mente di una donna
(il guscio di una noce amara
il frutto abbandonato sul pendio
dal padre con gli stivaloni alle ginocchia,
il frangivento al petto senza fiato
prima che le mani incrocino la pomice
composta per l’appello a Dio).

III

La mente di una donna non ha limiti.
Dai rovi del deserto al buio verticale
degli abissi sente il suo poema acuto
farsi nenia, carillon, richiamo.
Da ogni soglia schiusa irrompono
figure terse. Lei partecipa con gli occhi
all’apparire austero di ogni viso:
il padre arriva col sorriso del mattino,
prima dell’arrivo del mattino vero.

Stefano Della Tommasina, inediti

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