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Un altro appuntamento dedicato alle interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera.

Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è ADRIANA GLORIA MARIGO.

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  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

Il celebre verso citato di W. H. Auden è il problema su cui l’uomo s’interroga da sempre, uno dei temi cruciali intorno al quale si sono poste e si porranno domande alla ricerca delle risposte ultime, poiché l’amore è sentimento che si radica impressivamente nella relazione. La poesia è, nell’immaginario comune, legata alla dimensione dell’amore, ma per coloro che la frequentano perché investiti dal suo sguardo, chiamati a consegnarla al mondo, è il sentimento attraverso il quale è possibile esprimere le dinamiche della psiche, raccontare i vissuti profondi e in ombra, affidare, consegnare al mondo valore sottraendolo alla pochezza, alla mediocrità. Ma se l’amore si struttura nella relazione strutturandola, se si pone quale scambievolezza, se la poesia è uno speciale modo di porsi, relazionarsi col mondo, è chiaro che l’amore è un alfabeto, un alfabeto numinoso per decifrare il mondo in cui l’altro è specchio e solitudine che c’invera di unicità e reciprocità. Tutti i miei libri di poesie sono venuti alla luce secondo questa dimensione e l’ultimo, Senza il mio NOME, apparentemente dedicato alla parola, è un libro d’amore poiché proprio il “nome”, il nominare, ossia investire di identità l’intorno e le cose e le persone, questo atto di elezione è un atto di riconoscimento nella relazione che è sempre emanazione dell’affettività.

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

Verità e Bellezza sono, nella poesia, temi irrinunciabili proprio perché legati alla dimensione della relazione, al fondamentale bisogno di conoscenza. Poesia è uno dei modi di conoscere e attraversare il mondo: è con esso  in stretto rapporto di raffinata immaginazione; è il pensiero immaginale per eccellenza, analogico, che immette direttamente nella essenzialità delle cose, facendosi la cosa stessa nell’atto di averne visione. Si dice che i poeti sono visionari: è per questa caratteristica psichica legata necessariamente alle immagini e ai simboli, che in fondo sono la sostanza pulsante di tutto ciò che esiste, che il poeta –  in particolare – sente di doverne scrivere, di sottolineare il loro imprescindibile valore. Oggi, queste due “misure” molto care al pensiero greco, alla poesia di John Keats  – pensiamo alla grandiosa “Ode sopra un’urna greca”, ai versi « Bellezza è verità, verità è bellezza, – questo solo / Sulla Terra sapete, ed è quanto basta. », alla filosofia di F. Schiller che esprime lo stretto interdipendente rapporto tra verità e reale, soffrono di una dimenticanza insopportabile, poiché rari sono i poeti che fanno di quei due temi la loro vis poetica.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

La poesia è memoria. E’ memoria attraversata, investita, da un canone di interpretazione personale collegato alla sensibilità profonda, a tutte le sfumature dei sentimenti che più ci connotano. Così ogni poeta compiendo il viaggio nel “porto sepolto” ritorna alla luce con tessere preziose di vissuto che mai potrà essere completo, poiché il frammentario ci distingue e sospinge in avanti a perfezionare la ricerca negli archivi della psiche che sorprende di affioramenti e restituzioni, alle volte urgenti e terribilmente necessari.

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

Intendo il silenzio come la capacità di ascoltare le movenze interiori abbandonando l’intorno, pur essendo pienamente presenti alla realtà: una sorta di capacità astrattiva che permette di stare su due piani, anche per breve tempo, quello necessario al passaggio della visione o ispirazione. Ci sono momenti come questi nella mia scrittura, e sono veri e propri momenti numinosi, quelli che Platone nello Jone indica come visitazione del daimon. Ma ci sono anche altri modi: rispondono al mio bisogno di solitudine, di essere dedicata a me, alla scrittura in totale riflessione per cui escludo tutto il resto, poiché è il momento dello studio. Ritengo che poesia sia coniugazione di ispirazione e studio.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto, di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

La poesia ha una parte di non detto, che discende dal frequentare l’archivio della memoria; è la sua formula di libertà, la ragione della sua costituzione: una imperfezione che genera, attraverso la parola, la tensione e l’ambiguità di essa, la dimensione del mistero, di qualcosa che non si dà per intero, poiché consegna al lettore la possibilità, l’orgoglio di uno “sforzo” intellettuale, per accedere alla rivelazione di esso. In questo, la poesia compie magnifica opera maieutica.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” Con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

Ritengo i versi di Pessoa una dichiarazione critica alla condizione in cui, non di rado, i poeti si pongono. In taluni vi è l’esigenza di portare fuori il dramma, l’angoscia, il disinganno, la caduta, in modo intensamente evidente, quasi intento egoico di richiamare l’attenzione, forse la pietas del lettore. In altri, questo è molto misurato: vi è la necessità di non esprimere tutto, di lasciare intuire, di stendere un velario che possa essere sollevato proprio dal pensiero immaginale del lettore. Quest’ultima è l’opera che compio nella mia scrittura, cercando l’elaborazione del mio “porto sepolto” prima di consegnarlo alla lettura, diffidando dall’autoreferenza e cercando la distanza dall’urgenza in modo che chi legge si senta in uno spazio libero e prossimo.

  1. Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto.” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

Fino ad ora non ho mai scritto della morte fisica. Non mi sento fin qui toccata da questo aspetto pur avendo vissuto la perdita dei miei genitori o dato attenzione alle carneficine recenti. Ho analizzato tutto ciò e sono arrivata a una risposta: non mi spaventa la morte del corpo, ritengo sia un cambiamento di stato fisico. Problematizzo invece la morte dello spirito, la morte ontologica, la morte delle stanze dell’anima e per loro osservo e scrivo la vita, la necessità di perpetuare, onorando, il suo alto valore.

Adriana Gloria Marigo

(Luino, 9 Luglio 2016)

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA

Adriana Gloria Marigo nata e vissuta per molti anni a Padova, abita ora a Luino. Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato nella scuola primaria. Attualmente è curatrice di collana di poesia per Caosfera Edizioni di Vicenza; collabora a riviste culturali con interventi critici secondo una visione letterario-psicoanalitica; consulente per il Comitato Cultura “Città di Luino” è nella giuria dei lettori del Premio Chiara. Nel 2015 ha curato insieme con il poeta filologo italianista romeno Geo Vasile l’antologia Elegie del poeta romeno Valeriu Andreanu  e per Fusibilia Editore – Roma – la prefazione della raccolta di poesie Profusioni della poetessa Anna Bertini. Cura per Samgha la rubrica “Porto sepolto”.

Ha pubblicato le sillogi Un biancore lontano – LietoColle, 2009; L’essenziale curvatura del cielo – La Vita Felice, 2012; Senza il mio NOME – Campanotto Editore, 2015; Impermanenza – Pulcino Elefante, 2015.

Dal 2012 è tra i poeti invitati all’annuale rassegna FlussidiVersi sulla poesia mitteleuropea che la Regione Veneto promuove nella città di Caorle.

Predilige la diffusione della poesia in una dimensione multidisciplinare e in sinergia con altre espressioni artistiche, quali pittura e fotografia.

Della sua poesia si sono occupati: G. Linguaglossa, G. Barberi Squarotti, A. Pivanti, E.Grandesso (Avvenire, 19 aprile 2013), L. Spurio, D. Mega, S. Contessini, D. Santoro, A.Vetere, G. Conte, C. Spinella, R. Pacilio, L. Carotenuto, E. Olivotto, F. Ferraresso, P. Lezziero, A. M. Ronchin, R. Caramma (Il Giornale di Sicilia, 3 marzo 2014), A. Galgano, G. Panella, F. Cruciani, G. Vasile, A. Devicienti, D. Pisana (www.radiortm.it/in-punta-di libro, maggio 2016), P. Rossi (Avvenire, aprile 2016).

adrianagloriamarigo@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/adrianagloria

 

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