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Il prezioso libretto degli “Abbecedarj paralleli” di Giovanni Campi é un’originalissima pubblicazione in eBook nata dalla collaborazione tra Versante Ripido e La Recherche.it ed  edita in cartaceo da Edizionifolli di Silvia Secco.

L’intera silloge, costituita da venti sonetti, é racchiusa e delimitata, come in una cornice, da due citazioni di Giorgio Manganelli, in esergo Tutto arbitrario, tutto documentato e in calce Tutto esatto, tutto mentito che testimoniano la grande comunione di intenti e di direzione con il geniale maestro. La plaquette é impreziosita da lettere miniate, stampe secentesche tratte dal Grotesque alphabet in mythological landscapes di Giacomo Paolini, che campeggiano su paesaggi mitologici e introducono altrettanti sonetti in versi endecasillabi, ispirati a soggetti mitologici tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, Licàone, Narciso, Mida, Ifigenia, Hercole e Cerbero, Ganimede, Fetonte, Bacco e Penteo, Enea, Dèdalo e Icaro, Cadmo, Atteone, Venere e Cupido, Teseo e Arianna,  le Sirene, Romolo e Remo, Pìramo e Tisbe, Orfeo. Il lettore, sorpreso e piacevolmente colpito, cerca rimandi e collegamenti tra l’imago e il sonetto che illustra meglio di quanto riesca a fare la lettera, si rifugia nelle proprie reminiscenze classiciste e recupera soggetti, temi e argomenti ovidiani.

Una scrittura dinamica, che si basa sulla velocità dei nessi intuitivi, cesellata, arguta, e a questo proposito ad una prima lettura fa tornare alla mente il concettismo inteso come accumulo di artificiosità e ingegnosità nell’opera d’arte. Alla base di una scrittura di questo tipo c’è il gioco intellettualistico della creazione, la compiaciuta voluttà per aver raggiunto risultati difficili e astrusi. La meraviglia del resto é la più alta e completa forma del piacere estetico. Lo stile originalissimo di Campi in effetti ricorda le dissertazioni del maggior teorico del periodo barocco, Emanuele Tesauro, che definisce come argutezza, la “cavillazione fatta per dilettare, non per convincere” ed ancora “ogni espressione ingegnosa che costi fatica a chi la intende”. La materia degli Abbecedarj é attinta a piene mani dalla tradizione letteraria greca e latina; in poesia dopotutto è lecita l’imitazione, a patto di rinnovare forma e contenuto, e questo fa il Campi, dà nuova forma alle cose vecchie o veste di vecchia maniera le cose nuove. Da grande sperimentatore della lingua qual è, é evidente il concentrarsi sulla forma, sull’incredibile proliferazione dei dettagli, sul pretesto musicale o descrittivo, sul richiamo di uno dei cinque sensi. Il linguaggio analogico evoca un mondo ambiguo e illusorio. Arcaismi, analogie, antitesi, iperboli, regionalismi, latinismi e grecismi si ammucchiano, si arricchiscono di sfaccettature affinchè tutti i sensi fermino per un attimo la realtà sfuggente e illusoria. Rintracciare il percorso di alcune parole, di alcuni costrutti é come effettuare un viaggio nel tempo, come scavare gallerie e cunicoli nelle stratificazioni delle sue letture. La parola nuova é inseguita con ostinazione e con fermezza, é antica, straniera, inespressa, impossibile a dirsi nella lingua normale.

Il singolare edonismo espressivo punta molto sugli effetti sensoriali, il bagliore dei colori, le immagini mosse e vive, i mezzi psicostilistici usati colpiscono fortemente i sensi e l’immaginazione. I testi potrebbero apparire quasi artefatti, di difficile comprensione, data la predilezione per una lingua arcaica, ma riescono a raggiungere il lettore circuendolo con le allusioni musicali, con la dolcezza dei costrutti, con il soffio impalpabile delle immagini liquide e trasparenti veicolate dal mito nè si può dubitare della sincerità psicologica che li ha ispirati. Dal punto di vista metrico-formale i sonetti presentano la struttura tipica in 14 endecasillabi regolari, le cui quartine seguono lo schema della rima incrociata ABBA e le cui terzine in rima baciata variano tra due schemi, quello ABB oppure ACC.

Alla creatività senza limiti si accompagna la coscienza dell’incertezza e della precarietà di tutte le cose, perchè ingannevoli e menzognere, della relatività dei rapporti tra esse, dell’instabilità del reale. Ecco allora che lo stile di Campi sembra rispondere ad un particolare modo di sentire e interpretare la realtà, gioco complesso di illusioni e di allusioni, come possibilità di traduzione in una prospettiva in cui personaggi e cose perdono la loro natura statica per cambiare profilo e significato. Il metamorfismo diviene così un modo di avvertire e di esprimere la realtà. Si tratterebbe in buona sostanza di una gara di sagacia tra autore e lettore, di una sfida interpretativa, “piacevolissimo condimento della civil conversatione” per citare un passo tratto dal Cannocchiale aristotelico del Tesauro. L’aspetto positivo consiste nell’autenticità della scrittura, nel discorrere ornato, nel fatto che non si tendano al massimo i limiti del gusto; il poeta controlla l’arbitrio inventivo dell’ingegno compensandolo in sensibilità e coerenza stilistica. Letteratura dunque che diventa arbitrio e documento, verità e menzogna, mezzo e fine, strumento di conoscenza del reale, potere espressivo della parola che comprende tutto. La stessa musicalità del verso ne annulla lo sforzo intellettualistico per offrirne un piacevolissimo momento di rapimento voluttuoso e sospeso.

Deborah Mega

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