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Un altro appuntamento dedicato alle interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera.

Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è EMILIA BARBATO.

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  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

Non credo si possa prescindere dall’amore, nella maggioranza dei casi si convive sempre con un amore presente o lontano nel tempo, se poi estendiamo il significato della parola a quel sentimento di cura che ci avvicina al prossimo e a ogni forma di vita diventa quasi impensabile esistere senza. Nelle mie poesie l’amore ha molti volti. Trovo estremamente difficile dare una voce poetica a ciò che è già poesia e che si perfeziona nel silenzio, che richiede riservatezza, mi risulta invece più semplice addensare le emozioni nelle cose che hanno fatto il momento, la pipa, le liquirizie alla viola, come se l’universo privato e inenarrabile dei corpi si materializzasse nella memoria degli oggetti.

L’amore nei miei versi ha molte forme, il sonno innocente e le curve morbide di una bambina, una voce infantile che suona estranea ai rumori dei passaggi della metropolitana, saltellando e facendo l’aria vispa come un vestitino, il carattere nostalgico e l’aspetto dei luoghi a cui si è appartenuti, l’umanità intera contenuta nei lineamenti e nel pudore di uno sconosciuto. Molte mie poesie dichiarano l’amore verso la natura, la gratitudine dello sguardo per la pienezza del cuore.

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

Se per verità intendiamo l’autentico che l’uomo custodisce, il dasein di Heidegger, allora poesia e verità sono irrinunciabili, in tal senso i versi sono veri, svelanti la materia poetica che non è più oggetto qualsiasi ma la cosa esatta, il mondo interiore che si compie nella poesia e questa verità è strettamente legata alla bellezza, bellezza bifronte. Il bello oggettivo convive sempre con il bello soggettivo. Ritengo che ancora bellezza e verità siano presenti nella poesia contemporanea, semplicemente, bisogna “allenarsi” al processo, spesso traumatico, di de-strutturazione che la caratterizza, scoprendo così modi diversi dal passato ma non per questo criticabili.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

Frugo spesso nei cassetti del passato, lo faccio anche solo per trovare un ricordo dimenticato, indipendentemente poi dalla mia capacità di riuscire a scriverne. Penso che la memoria, a breve e a lungo termine, sia parte fondamentale del patrimonio e della conoscenza dell’individuo, che determini il suo modo di scrivere. L’ambiente dove si muove, le esperienze nel corso della vita, gli studi, le letture, tutto contribuisce e confluisce nella parola. Mi vengono in mente le bellissime pagine della Recherche di Proust, sulla memoria involontaria richiamata dalle piccole maddalene, il suo trasalire al gusto del pasticcino bagnato nel tè e la ricerca del ricordo lontano, la certezza di conoscerne il sapore, l’andare indietro nel tempo per trovarlo, tornare a Combray, dalla zia Leonia nelle domeniche mattina dell’infanzia, quando ancora mancava il dolore e il malcontento dell’età adulta. Spesso ritorno al passato per lenire alcune mie assenze, spesso ne scrivo per colmarle. Capita anche il contrario, che sia la memoria breve ad essere fortemente impressionata, ad esempio un sabato mattina, sola e quindi molto attenta al contesto, passando dalla stazione centrale di Milano, ho visto cadere un uomo che dormiva sul pavimento dell’uscita della metropolitana e contemporaneamente si è levato in volo un piccione, ricordo di aver sentito nettamente i due rumori, il tonfo del corpo umano, poi rialzatosi, il battito d’ali del piccione e ho avvertito l’urgenza di scrivere tutta quella disparità. Credo che la misura in cui si attinge ai ricordi sia decisa dalla direzione dello sguardo.

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

Il silenzio è la pace della poesia, una poesia si perfeziona nel e con un silenzio. Il taciuto, l’ascolto attento delle voci degli elementi sono la più bella poesia che la natura possa offrirci, il presupposto necessario affinché l’uomo sfiori la divinità che è in lui. Ho scritto in condizioni differenti, spesso alzandomi all’alba ma questo amante selvaggio arriva alle ore e nei luoghi più disparati, da ultimo nella chiassosa metropolitana rossa di Milano.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto, di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

Ogni poesia è mistero, il modo in cui arriva e il risultato a cui si giunge scrivendo sono ignoti allo stesso poeta sin dall’inizio. La poesia dà un potere visionario, anche muovendosi nel quotidiano il poeta conserva uno sguardo che tutto trasmuta.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.”Con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

 “a volte, nei giorni di luce perfetta ed esatta,/ nei quali le cose hanno tutta la realtà che possono avere,/ domando a me stesso piano/ perché mai attribuisco io/ bellezza alle cose/”; è proprio in questo malessere così manifesto che emerge prepotente il dolore e la forza della voce poetica di Pessoa, chiedersi che ruolo si giochi se non solo quello di vivere e di recepire invisibili le menzogne degli uomini di fronte alle cose che semplicemente esistono. Quanto disturbo crea la nostra rumorosa presenza? Che senso ha il nostro esserci? Credo che siano domande che ciascuno dovrebbe porsi, domande che fanno crescere. Nei miei versi c’è dolore ? E in quale misura? In quella esatta di chi deve “ammettere di contenere/la popolazione stanca di una baia/e il fastidio della sua aria salmastra,/capire di essere la riva dove si ripetono/le acque tristi e la terra, la solitudine/del bastione di Spa House che resta nell’incuria/ e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.”

  1. Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto.” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

In quale momento si perde la propria invincibilità? Quando ci si rende conto di essere assolutamente provvisori? A me è successo in un solo momento, leggendo un valore. A portare la morte è stata la ratio di un numero. E’ un giorno qualunque, svolgo le mie routinarie attività al computer, ho i soliti vestiti da ufficio, la mia divisa di ordinanza, sto aprendo una busta e fuori tutto scorre uguale, il sole è alto in un cielo terso, in azienda si continua a produrre, tutto il mondo seguita piano, il mio no, il mio si ferma, il cuore ha un sobbalzo, mi manca l’aria, ho freddo, ho un terribile freddo, sono piccola, molto piccola, non ho alcun potere. Da quel momento la mia vita è cambiata, l’intera mia vita si è aggrappata a una penna, per registrare, sezionare, dare un ordine preciso ai fatti, per trovare una via di uscita. Un’intera raccolta, un residuo inverno in tutte le stagioni. Scrivo per dare un corso diverso agli eventi.

NOTE BIOGRAFICHE

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971. Laureata in Economia ha pubblicato le raccolte di poesia Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011), Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2015) e diverse antologie con Fusibilialibri, Ursini, Aletti e Fondazione Mario Luzi Editore.

 

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