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Per il tema del silenzio presento oggi un testo breve di Francesco Tontoli posto in calce a questa breve nota di lettura. Il commento visuale è affidato a una mia foto di pesci rossi.

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foto di Loredana Semantica

 

La poesia di Tontoli si apre con una similitudine tra il silenzio e un metallo, non un metallo qualunque freddo inerte, pesante e solido, ma un metallo differente, pericoloso, radioattivo: l’uranio che ha un cuore venefico, pulsante, come sangue infetto estratto dalle viscere della terra, potente e destruente, un concentrato di energia pronta a deflagrare o a decadere.

Questo silenzio, al pari dell’uranio, emette radiazioni, che non si vedono, come non si vede il silenzio, ma si rivelano agli strumenti, come si percepisce con le antenne dell’intuito un silenzio sdegnoso, fatto di voluta non risposta, animato di disprezzo o disgusto. Allo stesso modo le radiazioni, invisibili ad occhio nudo, ledono le cellule, compromettono l’integrità del corpo, lo corrodono, lo  divorano. Occorre stare alla larga da questo silenzio, maneggiarlo con cura, proteggersi con tute isolanti.

Un silenzio di peso e sostanza quindi, prende il posto della parola che, date certe premesse, sarebbe necessaria, forse, ma insufficiente, in certi casi se anche non necessaria, sarebbe quanto meno opportuna, ma volgare. Come il linguaggio dell’oggi infarcito di scurrilità. E quindi un silenzio che si rivela dannifico per colui a cui è diretto e che aspetta una reazione, rispetto a chi lo esercita al contrario si rivela salvifico, lo salva infatti dalla decadenza di una risposta che innalza i toni o abbassa i livelli, negativi in egual misura. Urlare  o insultare squalifica e degrada l’attore che aggredisce verbalmente l’interlocutore, il quale a sua volta, reagirà replicando, scatenando una reazione a catena non meno nucleare di quella che può il metallo, propagando tensioni e dissapori, avversione e persino odio, quanto meglio allora il silenzio che salva la buona grazia e diventa, se non rispetto degli altri, certamente di se stessi, perché, diciamolo, rispetto a determinate manifestazioni verbali, ragionamenti insulsi, offese gratuite, vana è ogni ragionevolezza e considerazione, la risposta più adeguata si rivela tacere, non di un silenzio muto, ma significativo, pesantissimo appunto e destruente.

L’unica scelta possibile diventa quindi oltrepassare l’interlocutore, eliminarlo dal nostro raggio d’azione, spostare energie ed attenzione verso altre mete, più stimolanti, cortesi, ragionevoli o intelligenti, verso altra altezza umana, che pensi e interloquisca, costruendo attorno aloni di interesse e riflessione, di bellezza, se possibile, di simpatia almeno.

Ecco che in una poesia sul silenzio è racchiuso tutto un ventaglio d’incontri e di relazioni, approcci più o meno felici, scontri reali e virtuali. Confronti dove l’intelligenza umana metabolizza lo scontro, scosta l’ostacolo e procede, poiché l’idiozia non vale nemmeno il tempo di una sosta.

Apprezzabile anche l’intento del poeta di fotografare un episodio rappresentativo di un vissuto personale, ma accomunante, perché molti certo riconosceranno lo scenario di personali approcci conclusi in modo analogo.

Non credo di sbagliare poi nel riconoscere alla forma della poesia, le stimmate dell’instant poem, cioè la poesia nata di getto, sulla scorta di episodi, vicende, osservazioni praticamente contestuali, un’ispirazione immediata e immediatamente catturata sul supporto cartaceo o virtuale a disposizione, un testo quindi non particolarmente rimaneggiato o limato nella forma, che perciò conserva la freschezza e un qualcosa di grezzo che hanno spesso questi piccoli accattivanti diamanti talentuosi.

 Questo testo infine conferma l’idea diffusa che la vita è poesia e la poesia è vita, in ogni suo aspetto, angolazione, sfaccettatura, nulla tralasciando, non gli aspetti più intimi, non quelli più orridi, e nemmeno le imprecazioni.

La poesia si chiude infatti con un’imprecazione di uso frequente nel linguaggio comune, abusata anzi, come lascia intendere l’unità di misura delle tonnellate, ma essa nel testo poetico produce un singolare spiazzamento per la contrapposizione all’andamento piano, composto e compatto dei versi precedenti, rispetto ai quali rappresenta la chiusa ad effetto, che risveglia il lettore e lo catapulta con massima chiarezza alle radici del silenzio che precede, cioè nel mondo dell’insofferenza all’idiozia dalla quale spesso vorremmo schermarci ricorrendo proprio ad analoga allocuzione, ma che altrettanto signorilmente dell’autore, preferiamo molte volte correlare al tacere significativo e pesante proprio come questo silenzio d’uranio.

Loredana Semantica

 

il silenzio talvolta ha un suo peso specifico

una sostanza simile a quella di certi metalli

radioattivi tossici e solitari come l’uranio.

 

Tracce di silenzio, pesantissimi grammi di silenzio

sostituiscono la stupida leggerezza di una neolingua

costituita essenzialmente da tonnellate di vaffanculo

Francesco Tontoli

(4/2/2016)

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