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“Ai nuovi nati” é la terza raccolta in versi di Christian Tito, un prezioso libretto a tiratura limitata pubblicato dal Circolo Culturale Seregn de la Memoria, edizione degli Amici del Libro d’Artista, nella collana “Fiori di torchio” a cura di Corrado Bagnoli e Piero Marelli, reso ancor più gradevole da incisioni di Alejandro Fernàndez Centeno, rinomato artista peruviano. Si tratta di un inno d’amore, composto da cinque testi brevi ma coinvolgenti ed efficaci dal punto di vista espressivo, dedicati ad un evento meraviglioso e indescrivibile che non tutti hanno la fortuna di vivere, quello della nascita di un figlio, circostanza che consente a chiunque la provi di acquisire, se mai ce ne fosse la necessità, la consapevolezza della sacralità e dell’importanza della vita.

Dopo la nascita di un figlio sono molti gli interrogativi che ci si pone, ci si chiede se si sarà in grado di assolvere ad un compito così delicato e importante com’è quello di genitore, si vorrebbe avere il controllo su tutti gli eventi che potrebbero anche minimamente intaccare la serenità dei figli, ci si augura di riuscire a crescerli nel migliore dei modi e di essere messi nelle condizioni di svolgere il più a lungo possibile il nostro ruolo di guida, consapevoli che il mondo perderebbe coerenza di significato se un figlio crescesse privo dell’amore dei genitori. Càpita anche di compiere degli errori per eccessivo amore, di non riuscire a contenere la tendenza di considerare i figli di nostra proprietà perchè, almeno all’inizio, dipendono in tutto e per tutto da noi. E’ facile anche che i figli diventino proiezione dei nostri desideri più remoti e delle nostre aspettative, mentre dovremmo comprendere fin dal primo momento che ciascuno ha il suo percorso irripetibile, unico e completamente originale.

Nella sua commossa riflessione Tito esordisce in medias res, introduce il lettore in un discorso avviato, rivolgendosi al figlio in una sorta di testamento spirituale, gli trasmette i suoi insegnamenti, le sue radici solide, esortandolo a non abbattersi nelle difficoltà, a mantenere viva la speranza perchè così si costruisce l’uomo, invitandolo a camminare a piccoli passi e a non abbassare la guardia nei momenti luminosi perchè la vita va protetta, custodita e difesa. Nel corso della loro crescita i figli cambieranno opinioni, apprenderanno dalla forza dell’esempio, dall’insegnamento della parola, perchè afferma “noi crediamo nella parola / e forse più in quella data / prima ancora che scritta.” La stessa poesia definita “massima distanza dalla resa” é il nostro atto di r/esistenza e di coraggio, il nostro modo di incidere il divenire vorticoso che vorrebbe travolgere le nostre esistenze e impedirci di lasciare traccia delle nostre esperienze soggettive. Non esistono istruzioni d’uso che Tito chiede agli avi, la formula che mondi possa aprirti per citare Montale, ciascuno apprenderà anche dai propri errori. C’è un fuoco da portare e da restituire alla terra, scrive Tito, un fuoco che passa di mano in mano, che riscalda l’anima, che rinsalda il nostro legame con la tradizione, che ci fa sentire parte dell’universo e allo stesso tempo cura le disarmonie del vivere. Il miracolo della nascita richiama anche il suo opposto, la possibilità della malattia e soprattutto della morte, evento doloroso che va accettato perchè come la nascita, fa parte della vita. Il poeta associa l’operato dei medici chiamati in alcune circostanze ad estrarre la vita e in altre ad estrarre dal corpo cellule malate. Nel suo ispirato discorso il poeta trasmette considerazioni morali ed etiche a proposito della necessità di un lavoro che permetta di vivere dignitosamente, che conferisca facoltà di parola, il muto lavoro che insegni a parlare, e di acquistare una casa protetta da un cancello oltre il quale c’è il mondo da osservare e da scoprire. 

Data la potente individualità del sentimento, nell’espressione di un affetto così immediato, spontaneo e vero, ricco di sensazioni personali, si corre il rischio di restare ancorati alla casualità di un’esistenza. In questo caso però avviene di immedesimarsi nell’autore e di fruire proiettivamente del suo discorso poetico. I “nuovi nati” sono i suoi figli ma anche quelli di tutti gli altri. L’aver veicolato sensazioni, paure, angosce della specifica esperienza personale e individuale consente il passaggio all’universale umano. Le conclusioni a cui giunge il poeta infatti riecheggiano le stesse, proprie dell’infinito numero di padri e madri, quel desiderio forte di esserci nella vita dei nostri figli, quella speranza ardente che i nostri figli siano felici perchè se stanno bene loro di riflesso siamo felici anche noi.

 Deborah Mega

 

NOTA BIOGRAFICA

Christian Tito, nato a Taranto nel 1975, vive a Milano dove lavora come farmacista. Poeta e Film-maker, ha pubblicato le raccolte di poesia: Dell’essere umani, Manni, Lecce, 2005 e Tutti questi ossicini nel piatto, Zona, Arezzo, 2010. In prosa Lettere dal mondo offeso, Arcolaio, Forlimpopoli, 2014, un volume che raccoglie il carteggio con Luigi Di Ruscio. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia e arte contemporanea Perìgeion.

 

 

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