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Continua la suggestiva fiaba di Francesco Palmieri accompagnata dai bei dipinti di Francesco Severini e inaugurata qui.  

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“Gli occhi della pittura” (1999) di Francesco Severini

– oil on canvas – cm. 100×100

Cavalcò instancabilmente per giorni e giorni verso le Terre del Sole, impaziente com’era di incontrare quelle donne dai capelli di fuoco e dagli occhi verdi come muschio a primavera, ma soprattutto era ansioso di trovarsi di fronte a colei che fra tutte portava celato nel cuore il suo “Ciò che rende felici”, celato per tutti ma non per lui. Finalmente, dopo notti trascorse a dormire in boschi bui e inquietanti e giorni in sella al suo cavallo fiero e veloce, giunse alle Terre del Sole. Qui, per la prima volta nella sua vita, vide l’azzurro mare e il cielo terso; si lavò dalla polvere dei sentieri e lavò il suo cavallo il cui manto offuscato tornò bianco e lucente. Il vento di quelle regioni non era impetuoso e freddo come nel suo Regno di Ghiaccio, ma spirava discreto e tiepido. Dopo essersi asciugato all’aria, si sdraiò sotto l’ombra dei pini marini e dormì per due giorni e due notti ormai convinto che “Ciò che rende felici” non poteva trovarsi che lì dove il sole era caldo e il vento una carezza tiepida.
Al risveglio riprese il cammino e dopo soltanto poche miglia, sul finire di una stretta gola fra due monti di roccia rossastra, si trovò al cospetto della città di cui gli aveva raccontato il primo ministro: Luxor, signora del Regno del Sole. Lanciò il suo cavallo al galoppo e lui fu tanto veloce che Principe Solitario ebbe l’impressione di cavalcare un ippogrifo dalle vaste ali e non il suo destriero potente; ben presto si trovò alle porte della città provando istintivamente un’emozione mai conosciuta.
Quando fu nelle strade ridenti di Luxor, guardò con meraviglia i sontuosi palazzi, i negozi che esponevano pregiatissime merci, l’andirivieni incessante di gente che mai aveva visto così numerosa. C’erano carrozze meravigliose dai finimenti d’oro, donne dagli abiti di seta e d’argento, uomini che indossavano divise impeccabili e spade le cui else scintillavano al sole con riflessi accesi di rubino e smeraldo. Benché estasiato, Principe Solitario ricordò ancora uno degli insegnamenti del suo primo ministro: “Quando sarai a Luxor, bada di non lasciarti abbagliare dalle sue meraviglie, né dall’oro né dall’argento, né dal lino fine né dalla seta leggera, perché molta della bellezza che vedrai, trasuda del sangue e del sudore di uomini sepolti a vita nelle miniere e di artigiani che lavorano dal levare del sole fino al tramonto. Non farti incantare dall’esibizione della Ricchezza dei pochi perché essa è la ragione della Povertà dei molti”. Principe Solitario quindi tornò in sé e si disse che in quel Regno vi era venuto per cercare il suo “Ciò che rende felici” e non gemme preziose né abiti rari. Affidò il suo cavallo a uno stalliere e iniziò la ricerca tuffandosi nelle strade multicolori di Luxor.
Ecco che incontrò la prima Principessa dai capelli di fuoco e dagli occhi verdi come muschio di primavera: ella certo era bella nelle sue vesti lunghe di broccato turchese, pensò Principe Solitario, ma nel cuore non avvertì alcuna nuova emozione se non quella stessa piacevolezza degli occhi di quando gli artisti di corte gli presentavano le loro opere compiute. Incontrò quindi una seconda Principessa e poi una terza e altre ancora ma Principe Solitario di nessuna fu certo che custodisse per lui il suo “Ciò che rende felici”: una aveva lo sguardo troppo altezzoso e superbo, un’altra si era informata subito su quanto fosse potente il suo Regno, un’altra era troppo intenta a regalare sorrisi ad ogni Ufficiale del Re incrociato per strada. E ancora ne incontrò dieci e dieci e ancora dieci ma non una aveva fatto sussultare il cuore di Principe Solitario che, al trentesimo giorno, conobbe ancora l’assalto greve del Niente. Egli pensò che forse non sarebbe mai stato capace di riconoscere il suo “Ciò che rende felici”, dal momento che nessuno glielo aveva mai insegnato. Chiamò un messaggero e lo inviò a “Colui che sa la verità”:
“Lontano Primo Ministro -scrisse- oggi è il trentesimo giorno da che sono partito dal Regno di Ghiaccio tuttavia, con il cuore mesto e il Niente nell’anima, devo comunicarti che ormai dispero che su tutta la Terra ci possa essere il mio Ciò che rende felici. Ho osservato e parlato con tutte le Principesse di Luxor ma non una, per quanto splendente come il sole, ha toccato col fuoco il mio cuore che rimane ancora freddo come i ghiacci spietati del nostro Regno. Credo che tornerò presto indietro oppure consigliami tu, che sei esperto delle cose della vita e degli uomini. Ti onoro e ti saluto mestamente. Firmato: Principe Solitario.” Il messaggero partì e ritornò recando la risposta del primo ministro:
“Sensibile e perciò addolorato mio Principe, mi dà infelicità il saperti infelice, ma per quanto io sia esperto delle cose del Mondo e per quanto io desideri prestarti soccorso e consolazione, mi rattrista comunicarti che nessuno sulla Terra potrà rivelarti il segreto oscuro di Ciò che rende felici. Voglio dirti tuttavia che Ciò che rende felici ha un nome più noto a tutti gli esseri umani e quel nome è Amore. Esso è simile a quella forza che ti ha fatto appassionare alle bellezze dell’Arte e alle verità della Scienza, alla cura del tuo Popolo e all’equità della Giustizia, ma è anche quell’impeto che può trovare appagamento e quiete solo nell’abbraccio di una donna che ti dona il suo cuore, la sua anima, la sua persona. Amore è spesso il nome di ciò che ci manca quando crediamo di avere tutto… Ora voglio dirti un’ultima cosa di cui mai avrei voluto parlarti: nella città di Luxor esiste ancora una Principessa che sicuramente non hai visto. Il suo nome è Piccolo Cuore ed è di certo la più bella fra tutte le donne del Regno del Sole; ella vive in una torre del Castello, a occidente della città. A detta di tutti, non vede mai nessuno e nessuno vuole vedere, non ama gli esseri umani ed è incapace di appassionarsi a qualsiasi cosa, per queste ragioni l’hanno chiamata Piccolo Cuore. Io non saprei dirti il motivo di tale sua natura ma sento che per te sia questo l’ultimo passo che ti è possibile compiere. Con rispetto e affetto, Primo Ministro.”  Appena letto il messaggio, Principe Solitario si precipitò in strada alla ricerca della Torre a occidente e di Piccolo Cuore, pur se il sole stava già entrando nelle porte della notte e la luna cominciava a spandere sulla terra il suo vasto manto d’argento.
Principe Solitario si guardò a destra e a sinistra poi s’incamminò verso un passante che stava sopraggiungendo:
-Perdonate viandante, potreste indicarmi la via più breve per giungere alla Torre d’Occidente ove abita la principessa Piccolo Cuore?-

-Piccolo Cuore?- ripeté il viandante con meraviglia e preoccupazione -Di certo solo un forestiero può cercare la principessa Piccolo Cuore in quest’ora buia che precede la notte. Siete voi un forestiero?-

-Sì, sono Principe Solitario, signore del Regno di Ghiaccio e delle estreme terre del nord. Sono venuto fin qui per cercare il mio “Ciò che rende felici” e che tu forse chiami Amore.- Il viandante sorrise fra sé e sé.
-Perdona, o Principe, questo mio riso ma non mi sembra appropriato all’ingegno di un Re cercare amore dove amore non dimora e dove mai dimorerà. Andreste voi a cercare la luce dalle tenebre o le tenebre dalla luce? Ascoltatemi, Piccolo Cuore è una principessa incantatrice, per lei Cavalieri audaci, Poeti e Cantori, Potenti di ogni luogo, hanno perso coraggio e cuore, ricchezze e gioia di vivere, ma nessuno è riuscito mai a strapparle una sola parola d’amore. Tornate nel vostro Regno fino a che siete in tempo…- ammonì grave il viandante.
-Grazie per ciò che mi avete raccomandato, ma ditemi: perché Piccolo Cuore è così inaccessibile all’Amore? Perché il suo cuore è tanto freddo e duro?-

-E chi può dirlo? Chi può dire ciò che rende duro il cuore degli esseri umani? L’Amore è spesso un mistero così come mistero è il non Amore…forse noi tutti amiamo quando siamo amati e non amiamo quando nessuno ci ama, altro non saprei dire.-
-Allora non può essere che Piccolo Cuore non sia mai stata amata? Non può essere che Piccolo Cuore sia un essere a cui nessuno sulla Terra ha mai detto una sola parola d’Amore?- disse Principe Solitario pieno di nuova speranza.
-Questo non saprei dirlo tuttavia vi ho già informato, Signore, che per lei molti uomini audaci e valenti sono giunti a Luxor e nessuno ne ha scalfito il cuore… Allora, mio Principe, seguite il sentiero nel bosco ed esso vi condurrà alla Torre che cercate, però non dimenticate che io vi ho raccomandato di tornarvene nel vostro Regno. Buona fortuna.-

Principe Solitario ringraziò il viandante e come un leone vigoroso si tuffò nel folto del bosco vestito di notte e d’argento. Strada facendo, Principe Solitario pensava a Piccolo Cuore e al mistero della sua indifferenza alle lusinghe dolci di Amore. Perché conduceva quella vita da reclusa? Come mai non aveva ancora ceduto né all’audacia né alle melodie del liuto né allo sfolgorio delle pietre preziose? Principe Solitario si accorse di provare tante nuove emozioni e inquietudini, il respiro gli premeva nel torace, dolcezza e tenerezza si spandevano per tutte le membra e soprattutto sperava di essere lui a riuscire nell’impresa di schiudere il cuore ermetico della principessa. Sulle labbra gli sbocciavano spontanee e improvvise parole soavi, parole che brillavano nella sua anima come luminosi pezzi di stelle. Ricordò un altro ammaestramento del primo ministro: “Quando incontrerai il tuo Ciò che rende felici, non avrai altri pensieri nella mente perché la tua mente sarà un solo pensiero e sarà ora dolce ora amaro, di quando felice e di quando addolorato; e se ti proverai a immaginare la tua vita fino alla fine dei tuoi giorni, non vedrai che lei soltanto al tuo fianco e nessun’altra vorrai. E’ questo il volto dell’Amore ed è questa la sua più profonda verità: la donna con cui ti vedrai varcare le porte misteriose dell’aldilà, e di ciò sarai sereno e appagato, è la donna nel cui cuore c’è il tuo Ciò che rende felici.” Principe Solitario si sentì rabbrividire, nelle orecchie gli era parso persino di aver sentito la voce del primo ministro. Quindi aveva forse trovato il suo Amore? E come poteva essere, se Piccolo Cuore era ancora una lontana sconosciuta? Non doveva forse vederla in viso e parlarle, prima di poter affermare di aver finalmente trovato ciò per cui era partito? “Ecco -si disse- l’Amore è davvero un mistero come ha dichiarato il viandante, tuttavia io sento che vorrei che Piccolo Cuore potesse trovare in me la Felicità mai trovata e, se riuscirò in questo, anch’io sarò felice della sua felicità. Forse Amore non è che questo: rendersi felici l’un l’altro.”

In preda a questi pensieri giunse sotto le finestre illuminate della Torre d’Occidente. Sentiva mille spiriti corrergli nella carne ed anche la paura che Piccolo Cuore potesse scacciarlo così come aveva fatto con chi l’aveva preceduto. Tutto intorno era già notte ma in quel buio non vi era nulla di spaventoso anzi i grilli cantavano e le lucciole planavano sull’erba a centinaia. Principe Solitario imbracciò il suo liuto e cominciò a suonare le armonie dolci della sua terra; suonò per tutta la notte e fino al mattino, quando il sole illuminò tutta intera la Torre di Piccolo Cuore. Dall’alto giunse un rumore, una finestra si aprì e un volto bellissimo, avvolto in onde dorate di capelli splendenti, apparve agli occhi estasiati di Principe Solitario.
-Chi sei tu che hai disturbato il mio sonno per l’intera notte?- domandò una voce, che pur irata, suonava come un’arpa celeste.

-Sono Principe Solitario, signore del Regno di Ghiaccio. Perdonami per la musica notturna, volevo soltanto rendere più dolce il tuo sonno e più gai i tuoi sogni… Sei tu la principessa che chiamano Piccolo Cuore?-
-Sì, sono io Piccolo Cuore e gli importuni mi annoiano. Cosa cerchi in questo luogo?-
-Cerco l’Amore, Piccolo Cuore, io non l’ho mai conosciuto e ormai sei la mia ultima speranza d’incontrarlo.-
-Tu cerchi da me ciò che io stessa non posseggo, come potrei darti ciò che nemmeno io ho?-

-Amore è nel cuore di tutti gli esseri umani, mia Principessa; io credevo di non averlo fino a che non ho sentito parlare di te. Io ora ho Amore e vorrei fartene dono, questo sento.- disse il principe per nulla scoraggiato.
-La tua figura non mi dice nulla e neanche le tue parole… Ho conosciuto Cavalieri più belli di te e sentito verbi meravigliosi che tu non dici; io non provo alcun moto d’Amore per te.- Mentre diceva queste parole, Principe Solitario vide Piccolo Cuore che afferrava uno scarabeo rosso sul davanzale e lo lasciava cadere nel vuoto dove certo si sarebbe sfracellato. D’istinto il principe  lo accolse nel palmo della mano e poi lo posò delicatamente sull’erba.
-Perché lo hai afferrato?- domandò Piccolo Cuore.

-Perché ho temuto che potesse morire e ciò che è vivo non dovrebbe morire mai, specie poi per tua mano.-
-Tu hai temuto che morisse perciò non sei indifferente alla paura e alla pietà, persino per una creatura così piccola e brutta. Molti Cavalieri audaci e fieri sono venuti qui ma tutti hanno lasciato sfracellare lo scarabeo rosso senza muovere un solo dito, anzi qualcuno lo ha pure schiacciato sotto il tacco duro dello stivale ed è per questo che li ho subito scacciati. – disse Piccolo Cuore – Bene, tu puoi ancora restare ed io, per ringraziarti della pietà di cui sei stato capace, ti farò ascoltare una bellissima canzone.- Così iniziò a cantare con una voce melodiosa e ben educata all’arte del canto. Quando la principessa ebbe cantato l’ultima nota, domandò al principe quanto trovasse bella quella esecuzione ed egli rispose:

-Non so, mia principessa, direi che non la trovo affatto bella pure se bella è la tua voce. Musica e versi li sento senza calore e vero sentimento, io non ho provato nulla ascoltandola, nessuna gioia né nostalgia, coraggio e speranza, nessun trasalimento del cuore, essa è muta.- disse Principe Solitario.
-Bene, io stessa la penso come te.  Cantori e Poeti dicevano bellissima questa canzone e ciò tradiva la loro falsità, la loro adulazione, doppiezza, e persino la loro mancanza di vero talento, per questo li ho scacciati subito dopo. Tu no, perciò puoi ancora restare, però se è vero che già mi ami, portami la gemma più preziosa e luminosa del Mondo e forse sarò convinta del tuo amore.-
Principe Solitario ormai aveva compreso che Piccolo Cuore parlava per enigmi e sfide quindi, senza scomporsi, si chinò, raccolse un ramoscello spezzato e disegnò un grande cuore sulla sabbia, poi ammucchiò al suo interno delle foglie secche e accese un fuoco ardente e scintillante. Sollevò quindi il viso verso la principessa e con commozione disse:
-Ecco la gemma più preziosa che io conosca, è tua se la vorrai…-
-Sei pronto d’ingegno mio Signore… Re e Potenti della Terra mi portavano gemme preziosissime ma come ben sai, le pietre sono sì splendenti ma non emanano alcun calore, ed è per questo che li ho scacciati subito dopo. Tu però puoi ancora restare ma ora desidero il dono supremo che, chi dice d’amare, non può certo negare: se mi ami davvero, devi dare la tua vita per me, forse anche morire, e solo allora crederò al tuo amore.-
Principe Solitario sentì lacerarsi qualcosa nel petto, sgomento e triste disse:
-Io non voglio darti la mia vita morendo, io te la donerei vivendo. Se io morissi, come potrei offrirti le prove del mio amore? E a chi potresti donare il tuo? Amore è la forza che sottrae alla morte e alle tenebre e non ciò che getta nelle loro voragini senza fondo. Se io morissi, tu resteresti Uno: Uno è il numero della Solitudine e della Desolazione, ma il numero dell’amore è Due. Io sono venuto fin qui per sentire scorrere nelle vene il calore di “Ciò che rende felici” e non per trovare il gelo della morte. Tu, Piccolo Cuore, mi chiedi ciò che non posso darti, così tornerò nel mio Regno, solo come tu sarai sola, Uno io e Uno tu, il numero della Solitudine e della Desolazione del cuore.- La principessa ascoltò le parole di Principe Solitario e non aggiunse nulla, soltanto chiuse le finestre e scomparve oltre i vetri. Egli, senza alcun indugio, iniziò il suo viaggio di ritorno accompagnato da un triste pensiero che sopportò tutto il tempo con coraggio: su tutta la Terra mai più avrebbe trovato il suo “Ciò che rende felici” perché esso dimorava nel cuore chiuso e inaccessibile della principessa, l’unica che gliene avesse fatto sentire un profumo appena.
Giunto nel Regno di Ghiaccio, egli riprese la cura degli studi e del buon governo, ma quando giungeva la notte, il Niente gli impediva di dormire e se anche riusciva in qualche ora di sonno, mai gli era venuto in sogno almeno il soccorso di Piccolo Cuore e tutto era neve e vento di bufera.

(…continua…)

 

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