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Inauguriamo sul nostro blog un genere antichissimo che da sempre affascina grandi e piccoli, la fiaba. Non è facile risalire alle sue origini; tra le diverse teorie, una in particolare collega le peripezie degli eroi, alle prese con difficili prove da superare con l’aiuto dell’intelligenza o di mezzi magici, ai primitivi rituali di iniziazione. Si trattava di cerimonie magico-religiose che prevedevano il temporaneo allontanamento dei giovani dalla tribù allo scopo di sopravvivere in un ambiente ostile. Solo dopo aver acquisito la capacità di vivere da soli, facevano ritorno nel gruppo per essere accolti come adulti e sottoposti alle regole della comunità.

Lo studioso russo Vladimir Propp, dopo aver esaminato e confrontato molte fiabe tradizionali ha identificato 7 ruoli fissi  dei personaggi ed elencato 31 funzioni cioè azioni ricorrenti: la mancanza, l’allontanamento, il danneggiamento, l’ordine, il divieto infranto, l’incontro con un aiutante, il conseguimento del mezzo magico, l’impresa da compiere, le prove da superare, la lotta con un antagonista, la sua sconfitta e punizione, infine il premio dell’eroe. A volte tali funzioni sono tutte presenti nelle fiabe, altre volte solo in parte. 

Quello che conta é il piacere della storia, la presenza di personaggi straordinari, il susseguirsi di azioni e trasformazioni magiche infine l’insegnamento che le fiabe vogliono trasmettere, primo tra tutti il concetto che vale sempre la pena di affrontare le difficoltà e non perdere mai la speranza di cambiare il proprio destino. Quella che vi proponiamo oggi presenta la struttura tipica della fiaba che prevede l’allontanamento del protagonista, uno svolgimento ricco di suspense, il superamento di difficoltà e ostacoli che mettono a dura prova il personaggio principale.

L’autore con cui esordiamo é Francesco Palmieri, le cui parole sono illustrate da un grande artista delle forme e del colore, Francesco Severini, il quale non solo ci ha concesso le sue meravigliose creazioni ma a breve figurerà anche tra i nostri autori.

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“Gli occhi della pittura” (1998) di Francesco Severini

– oil on canvas – cm. 100×100

Ai limiti estremi del Mondo, al centro delle Terre del Nord, vi era una regione il cui nome era Regno di Ghiaccio. Tutt’intorno, e fino all’orizzonte più lontano, vi era solo neve dal biancore accecante e a soffiare senza tregua, un vento gelido che sferzava le sue vallate piatte e desolate. In cima a una collina vi era la più grande città del regno, circondata da alte mura per riparare le case dall’assalto delle bufere,  e svettante sui tetti, il maestoso Castello in cui abitavano i Signori del Luogo.
Dal castello però non giungeva mai alcun rumore da che il Re e la Regina erano morti in un incidente di caccia, lasciando il loro unico figlio -che per questo era stato chiamato Principe Solitario- alle cure attente del primo ministro il cui nome era “Colui che sa la verità”. Egli, con premura, benevolenza e infinita pazienza, era riuscito a rendere Principe Solitario tanto dotto ed erudito che molti Re della Terra, Sapienti e Saggi, venivano a fargli visita, sia per curiosità sia per porgli questioni e quesiti difficilissimi a cui Principe Solitario rispondeva con accortezza e semplicità. Egli non aveva ancora vent’anni ma già trattava alla perfezione tutte le Scienze e le Arti allora conosciute. A questo scopo si era dedicato “Colui che sa la verità”: a fare del principe un re saggio e giusto. Ma quando il primo ministro si rinchiudeva a meditare nella sua stanza, non riusciva a trattenere un pensiero improvviso e ricorrente: “Ho dato a Principe Solitario erudizione e saggezza, sa egli tenere testa ai tranelli logici dei filosofi, riesce a sottrarsi alle macchinazioni di governo di tanti re canuti e furbi, amministra con equità la giustizia e ha dato buone leggi al suo popolo, tuttavia…non ho saputo insegnargli il sorriso e Principe Solitario non conosce ancora la Gioia.”
Forse per questa ragione nel Castello non c’era mai alcun rumore festoso ma soltanto il tonfo sordo dei passi del principe che si perdevano per le sale ampie e fredde. Anche gli abitanti del villaggio avevano preso a trascorrere gran parte del giorno nel chiuso delle loro case, da che gli araldi non avevano più annunciato quelle feste a cui tutti erano invitati perché il Re e la Regina desideravano un popolo gioioso così come loro stessi erano gioiosi.

Un giorno, mentre fuori infuriava la bufera e il vento lanciava proiettili di ghiaccio contro le vetrate alte del castello, Principe Solitario sedeva sul suo trono guardando il gioco di luci e ombre sul pavimento di pietra. Nella sua mente, quando non era ingombrata dalle preoccupazioni di governo o da nuovi problemi di scienza, egli avvertiva un’assenza, un vuoto, a cui aveva dato il nome  Niente, una parola che per Principe Solitario aveva assunto il significato di sonno buio e senza sogni, oscurità e silenzio. Proprio in quell’istante il Niente era padrone del suo spirito e sentiva perciò una sofferenza d’anima che lo indusse a far chiamare “Colui che sa la verità” per interrogarlo su quel fenomeno tanto strano da far pensare ad una vera e propria malattia. Quando il primo ministro gli fu di fronte, Principe Solitario disse:
-Tu che per quasi vent’anni mi hai insegnato tutto ciò che conosco, forse hai trascurato di istruirmi sul fatto che per noi esseri umani c’è ancora molto di cui non sappiamo… Io ora so tutto ciò a cui posso dare una risposta ma ecco che scopro che esistono cose a cui non ho risposte da dare; forse, mio primo ministro, hai tenuto per te una qualche scienza segreta?-

-No, mio principe, tutto ciò che io conoscevo, ora lo conosci anche tu.- rispose il primo ministro con affettuosa sincerità – Ho sempre svolto con devozione, onore e cura, la promessa che feci senza sforzo alcuno al Re, tuo padre, e alla Regina, tua madre: avere a cuore il tuo destino.-
-Io ti credo “Colui che sa la verità” e mai ho dubitato della tua onestà e affezione, tuttavia…ho un rovello che da giorni mi turba e spesso mi sottrae al piacere del sonno. Ecco…temo di essere affetto da un qualche male oscuro nonostante il battito del mio cuore sia regolare e calmo, e la mie membra salde e forti.-
-Allora cos’è che ti fa temere di essere preda di qualche male oscuro?- domandò preoccupato il primo ministro.
-Quando i doveri del Regno non richiedono il mio impegno e non provo il desiderio di curare la mia erudizione, ecco che sono preso da un sentimento di cupezza che ho chiamato Niente. Quando Niente mi assale, ho solo voglia di sonno e incoscienza… Tu sai cosa possa essere questa condizione dello spirito? Sai come potrei guarire da questo male?-
-Già da tempo ero sicuro che questo momento sarebbe infine giunto…- disse “Colui che sa la verità” tenendosi il mento in una mano e guardando pensieroso il pavimento. -Voglio subito dirti però, che tu, mio principe, non sei affatto malato. Ciò che tu chiami Niente, ha altri nomi: c’è chi la chiama noia, chi tristezza, chi dolore e solitudine, chi disperazione e desolazione del cuore, chi infelicità. Ecco, mio principe, tu sei malato di infelicità e lo sei perché non hai ancora conosciuto “Ciò che rende felici”…-

-Ciò che rende felici? Cos’è, un’erba, un filtro, una formula magica? Dimmi cos’è questo prodigio di cui mi stai parlando?- domandò Principe Solitario rincorrendo le parole con stupore e fretta.
-No, mio principe, non è nulla di ciò a cui tu puoi pensare perché è una cosa di cui non ti ho mai parlato e che tu non puoi conoscere. E non te ne ho parlato, non per trascuratezza, pigrizia o dimenticanza ma solo perché “Ciò che rende felici” non è una scienza che si possa insegnare. Tu poi sei stato più sfortunato di noi tutti perché eri ancora troppo piccolo quando il Re e la Regina cessarono di vivere; loro avevano “Ciò che rende felici” e da loro sicuramente avresti appreso cos’è… Ecco, questo soltanto posso dirti: per gli uomini “Ciò che rende felici” sta negli occhi di una donna, nei suoi capelli e nella sua voce, nei suoi abbracci e nei baci, nelle sue membra e nel suo cuore; per le donne si trova nello sguardo sicuro di un uomo, nella forza delle sue braccia, nella giustizia e sicurezza dei suoi atti, e certo nel calore del suo cuore. Di più non saprei dirti.- concluse il primo ministro consapevole di quanto modesta fosse la sua spiegazione.
Principe Solitario rimase in silenzio, era sconcertato e pensieroso, poi disse:

-Credo di aver capito ciò che hai detto, ma io come posso trovare “Ciò che rende felici”? E perché mai non l’ho ancora trovato pur avendo visto già molte donne di ogni condizione e bellezza?-

-Ecco, mio principe, ho trascurato di dirti che fra tutte le donne della Terra, soltanto una possiede il tuo “Ciò che rende felici”, soltanto una ti farà sentire certo di non doverlo più cercare, perché sarai sicuro d’averlo finalmente trovato.-

-Bene, primo ministro, ma io cosa devo fare ora?-
-Visto che né Scienza e né Arte, né Comando e Ricchezza, né Gloria ed Onori, hanno colmato il tuo cuore di calore e letizia, e visto che qui ancora non l’hai trovato, è tempo che tu parta dal Regno di Ghiaccio. Andrai verso le Terre del Sole, nelle regioni del sud; lì ho sentito che abitano principesse dai capelli di fuoco e dagli occhi verdi come muschio di primavera; ricorda però che “Ciò che rende felici”, per quanto bella e attraente possa essere una donna, è più nel cuore che nelle forme del suo corpo. Guardati dalla Bellezza senza Cuore perché essa è fredda come la neve di queste terre e non riscalda. La Bellezza senza Cuore la riconoscerai dall’infelicità che essa saprà darti.-

-Sì primo ministro, credo di aver compreso i tuoi ammaestramenti ma tu, dimmi, hai mai trovato il tuo “Ciò che rende felici”?-

-Oh certo, mio principe, anch’io ho trovato il mio “Ciò che rende felici”. – e qui ebbe un sorriso illuminato come mai si era visto. – Devi sapere che per ogni essere umano giunge il tempo di cercarlo così come sta accadendo a te. Anche per me c’è stato quel tempo e devo aggiungere che nessuno può maturare e crescere umanamente senza il suo “Ciò che rende felici”; guardati da chi ti dice che si può vivere senza ed essere ugualmente lieti: egli avrà certo un cuore piccolo e coverà solo avidità ed egoismo; costui è un cieco anche se avrà occhi buoni ed è un sordo anche se mostrerà un udito fine. Per quanto riguarda me: da che la mia sposa ha cessato il tempo di vita concessole, in te ho trovato, o principe, il mio “Ciò che rende felici”. Occuparmi di te, della tua educazione, accorrere al tuo fianco nel bisogno, mi rende lieto e così sarà fino alla fine dei miei giorni.-
-Perdonami primo ministro, ma mi sembra di ravvisare delle contraddizioni in questi tuoi nuovi insegnamenti… Non hai forse detto che “Ciò che rende felici” è una donna per l’uomo e un uomo per la donna? Perché ora stai attribuendo a me il tuo?- domandò perplesso il giovane principe.
-Ciò che dici è giusto, però per un vecchio come me, “Ciò che rende felici” è ogni cosa che riempia di scopo il trascorrere del tempo, mentre per chi è giovane come te, è soprattutto una donna e una sposa; per questo è la giovinezza ad essere il tempo delle nozze, qui nel Regno di Ghiaccio così come in ogni luogo della Terra.-
All’indomani Principe Solitario, avendo già fatto preparare il suo cavallo dal manto immacolato e dai garretti potenti, salutò il primo ministro affidando alle sue sagge mani la cura del Regno. Gli disse inoltre di non stare in pensiero, in quanto sarebbe stata sua premura inviargli periodicamente messaggeri che lo avrebbero informato degli esiti della ricerca di “Ciò che rende felici”.

Francesco Palmieri

(…continua...)

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