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Oggi per il tema del silenzio presento Francesco Palmieri e una sua poesia che prende le mosse dall’osservazione dei luoghi privati e, passando per il silenzio, approda ad una catarsi di sparizione ed evanescenza.

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ad ogni stagione
la casa è un po’ più vuota
(partono i pensieri a stormo
per non tornare più,
quelli dalle ali grandi
che giravano tutto il mondo
poi qualche esemplare ultimo
prima dell’estinzione)
 
ad ogni risveglio
la trovo sul pavimento
ancora un’altra stella
(mi guarda polvere d’angolo,
un ciuffo tutto grigio
che finirà nel secchio,
un po’ di spazzatura
e di saetta e fuoco
né lampo e né memoria)
 
si svuota la casa
per un silenzio al giorno
(e vuoti dov’erano i quadri,
la poltrona, il divano,
le bottiglie, il cristallo,
ogni cosa svanisce)
 
resteranno i muri, le travi,
e sul tavolo un foglio
un’ultima poesia
 
di me
 
che svanisco anch’io.

Francesco Palmieri

Il tema del silenzio qui si intreccia con un altro che è approfondimento del silenzio, mentre quest’ultimo è il non rumore oppure il tacere, sparire è l’evento successivo, una negazione ancora più profonda, un mix di silenzio e di venire meno della vista, dunque non solo più non uditi, ma neppure più visti, perché sottratti anche all’organo sensoriale deputato a percepire l’immagine. Si perdono così le sagome, gli oggetti, ma anche la possibilità di toccarli, spostarli, percuoterli, romperli, farne terminale della propria azione e perciò in qualche modo possederli, per il solo fatto di poterne disporre. Le cose vengono sottratte quindi anche al tatto e consegnate ad una misteriosa inesistenza che lascia un vuoto da interpretare.

Sparire è un ultimo atto, un finale ad effetto, un negarsi profondo, negazione a tutto tondo. Lo è dell’attore sul palcoscenico della vita, ma in qualche modo lo è anche degli oggetti, se li consideriamo “animati”, dotati di una propria “volontà” di fuga o traslazione, ma qui forse la sparizione degli oggetti è solo il sintomo prodromico della sparizione finale, quella che, procedendo per gradi e diffondendosi per contagio, man mano prepara al climax generale e irrimediabile.

Spesso sparire corrisponde poeticamente ad un processo mentale di trasposizione soggettiva del desiderio di vedere sparire ciò che angoscia, la propria ansia di vivere, poiché la sparizione del proprio io e la negazione della propria identità è in qualche modo anch’essa un rimedio, non potendo scaricare il desiderio profondo sulle cause scatenanti, depotenziandole, non potendo perciò “oggettivare” il desiderio, allora il poeta dell’io lo applica al poeta stesso, a colui che percepisce lo stato di malessere, egli realizza perciò la catarsi dell’angoscia e ri-solve, appunto dissolvendosi, come avviene nel finale della poesia di Palmieri.

Sparire è infine la registrazione oggettiva dell’ingravescenza di un male che corrode la capacità di gioire e ingoia la realtà circostante, rendendo le cose, qualunque esse siano, anche se presenti come inesistenti. Questo sparire qui però non lascia il niente, cioè un vuoto che sia vuoto semplicemente, una vacuità totale senza confini, senza materia, c’è nel vuoto residuo comunque un limite che lo contiene, lo mitiga; l’ aggancio al concreto è nel restare della casa, dei muri, delle travi cioè di uno spazio circoscritto e familiare, prima pieno di qualcosa e ora man mano deprivato.

La casa è  il lato solido dell’esistenza quella che pur vuota accoglie e conforta, quella dalla quale comincia una ricostruzione e dentro la quale è pur sempre possibile un’esistenza, se non ricca di oggetti e cose, forse più semplice, autentica e consapevole, alla radice di ciò che è l’essenziale, intangibile e invisibile, la stessa essenza dell’uomo, data dal suo relazionarsi, dal costruire affetti, cioè legami; fili tenaci che lo legano alla terra, alla vita e, quando occorra, alla sopravvivenza.

Poesia infine che  proprio nel finale, e contestualmente all’atto di annullamento che è lo sparire, rivendica nel contempo e fortemente l’identità del soggetto che scrive e che per questa scrittura esiste e con questa scrittura resta sul foglio, presente oltre ogni sparizione momentanea o definitiva. 

Il finale è atto di omaggio alla poesia, forma nella quale il poeta riversa tutto il suo essere fino al midollo, processo che qui viene espresso fino al parossistico dissolversi del poeta, riferendosi quindi a un riversarsi non solo d’anima in parola, ma talmente profondo da investirlo anche nel corpo, anch’esso sparito dentro il foglio, diventato cioè corpo-poesia.

Loredana Semantica

 

 

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