Tag

, ,

Proseguiamo con le interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì.

 Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera.

Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è LEOPOLDO ATTOLICO.

12493709_10208044552661896_2300212018185313891_o.jpg

  1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di  Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita?

Questi ultimi vent’anni hanno sostituito i valori con il consumo e l’essere con l’apparire. Di conseguenza sono sparite dalla circolazione massicce dosi d’amore, nell’accezione di solidarietà, giustizia sociale e autenticità dei sentimenti in ambito interpersonale, con conseguente sublimazione dell’egoismo e dell’individualismo più abbietto. Tutta questa negatività l’ho sempre vissuta con spirito antagonista, legatissimo a quella realtà di bellezza umana/terrestre metabolizzata nell’immediato dopoguerra, quando il fervore di ricostruire/rinascere si riverberava nei rapporti umani sgombrando il campo da individualismi e promuovendo solidarietà e amore per i più deboli. Antagonista -dicevo- perché l’amore che ho poi espresso e continuo a pronunciare oggi – anche se non mi risarcisce e non mi salva- è un atto di opposizione alla miseria dei tempi, un tentativo continuo di riscattare l’inautenticità e la negatività con la verità dell’umano e delle parole che si merita.

  1. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

Bellezza e verità consustanziali ma in crisi d’identità per le ragioni di cui sopra.Il disincanto, giustificatissimo, e la conseguente crisi dell’utopia, ne hanno parecchio ridimensionate valenza e incidenza nella poesia che si scrive oggi. Oggi sembra che vi sia una sorta di malinteso senso di pudore a penalizzare certe tematiche e certi codici espressivi proprio là dove l’umano potrebbe avere buon gioco su reticenze fumisterie e schizofrenie varie più o meno ctonie. Esiste ancora una tensione verso la bellezza e la verità ma è raro trovarne riscontri significativi e antiretorici sia in ambito privato/affettivo che etico-sociale. Prevalgono l’ego e le sue pulsioni incapaci di farsi storia di tutti, in cui tutti possano riconoscersi.

  1. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

E’ chiaro che la poesia non può prescindere dalla memoria, in un gioco di rimandi continuo, una sorta di dipendenza -almeno per me- un continuo tic che chiede di tradursi immediatamente in scrittura ( brutta faccenda quando non si hanno i mezzi a disposizione nel caos di una metropolitana o di una fila alle Poste).

  1. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

Ho tentato a suo tempo in un mio libro di descrivere il silenzio della tromba delle scale, sortilegio condominiale che forse può ricondursi/identificarsi solo con il subliminale: mi sono confrontato con uno strumento deputato a suonare ma che nella fattispecie non suona mai. Ecco, il silenzio che ho sempre cercato e che mi ha aiutato ad esprimermi è un silenzio virtuale, creato da me a prescindere, ma in realtà pieno di suoni e di umori legati a quei suoni.

  1. Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto,  di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

Lo strumentario retorico ha tutti i mezzi per esperire mistero, quantomeno quel margine di imponderabilità aperto a più di una interpretrazione. Il significante, nei meno dotati linguisticamente, si traduce in un rebus o in un messaggio cifrato che a volte fa veramente dubitare della buonafede di chi scrive. Quando invece funziona costituisce quel di più che intriga intellettualmente/emotivamente e fa della decodificazione una opportunità suggestiva perché aperta al mistero come dono incommensurabile della scrittura.

  1. Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?

Già a metà anni ’60 scrivevo: Guardo al dolore e ai suoi prodromi/con l’assetto difensivo di un bambino/che non sa e non vuole/amare il suo dolore. Fu un prenderne le distanze per esorcizzare una infanzia infelice di solitudine affettiva e di isolamento. Fu comunque una esperienza che mi formò spiritualmente e quindi caratterialmente perché mi avvicinò -negli anni- al dolore degli altri, a quel dolore cosmico degli uomini e della natura. Più tardi mi sono posto in una posizione antagonista rispetto al dolore, alla negatività, ai malesseri e ai veleni personali e collettivi: si è trattato di stravolgerne/ribaltarne gli esiti luttuosi grazie ad un’intima tensione giocosa-ironica-autoironica nutrita soprattutto di senso del paradosso, modalità che ho tentato e tento sempre di oggettivare. L’assunto di Pessoa dice il vero e parla per tutti: personalmente non ho mai esitato a dire bugie se funzionali a ciò che intendevo rappresentare, ma senza barare sul mio modo di stare al mondo come persona e come cittadino.

  1. Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto,” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

La morte mi ha sempre incuriosito e affascinato. Sto scrivendo parecchie “letterine dall’Altrove”, curioso -appunto- di pormi come testimone di un’ultima definitiva esperienza che proscrivendo elegia e dintorni recupera tutta la gioia di vivere e durare in una dimensione “altra” di piena empatica vicinanza con chi resta.

Note biografiche

Leopoldo Attolico (Roma, 5 Marzo 1946), è autore, a partire dal 1987, di sei titoli di poesia e di quattro plaquettes in edizioni d’arte. Ha collaborato e collabora alle principali riviste letterarie. Numerose le sue letture nelle Università e nei Licei e le presenze in festivals e readings nazionali ed internazionali. Una scelta significativa del suo lavoro è apparsa in Chelsea, New York, USA, 2004, per la traduzione di Emanuel di Pasquale. E’ stato redattore di Poiesis e lo è attualmente di Capoverso. Il suo ultimo libro, La realtà sofferta del comico, Aìsara, 2009, è prefata da Giorgio Patrizi, con post.ne di Gio Ferri.

leopoldo@attolico.it – www.attolico.it

Annunci