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Proseguiamo con le interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì. Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera. Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è RITA PACILIO.

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1. Al celebre verso refrain della poesia “La verità, vi prego, sull’amore” di Wystan Hugh Auden l’amata poetessa statunitense Emily Dickinson risponde “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo dell’amore”, citazioni in forma di dialogo per dire che raramente un poeta ha trascurato di interpretare questo sentimento nelle sue composizioni. Nelle tue poesie l’amore è presente? E se dovessi dire che peso esso ha avuto nella tua scrittura? E nella tua vita? 

Ogni poesia è una poesia d’amore. Non può esserci ‘azione poetica’ senza la spinta dell’amore, perché l’amore è tutto, come dice la Poetessa, ed è tutto ciò che ci fa muovere nel mondo per ‘sentirlo’ e percepirci esseri utili all’esistenza. Nelle mie poesie l’amore è sempre presente, soprattutto credo sia molto vivo nel mio lavoro ‘Gli imperfetti sono gente bizzarra’ (LVF, 2012) in cui parlo di amore fraterno, amore per la bellezza della vita e di imperfezione, quella imperfezione che molto frequentemente, racchiude atti di bellezza e di coscienza, verità e sapienza. Nella mia vita c’è molta emozione, alcuni colpi di scena mi hanno messa a dura prova, ma sono stati momenti protetti da un profondo amore per la mia famiglia, per la mia arte e per gli amici.

2. Tra le poesie di Emily Dickinson è famosa quella del dialogo tra due morti, l’uno per la bellezza, l’altro per la verità. Anche verità e bellezza sono temi importanti della poesia. Pensi che siano irrinunciabili? Che ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?

I temi della bellezza e della verità sono fondamentali per la poesia,  lo sono sempre stati e forse, sono stati irrinunciabili, perché indispensabili per l’ispirazione. Oggi la bellezza del mondo è messa in crisi dai mutamenti sociali e dalle crisi economico-sociali che hanno catapultato il significato del bello e del vero. Il vero lo si può trovare anche in dinamiche conflittuali e contraddittorie, così come la bellezza: il bello è ciò che spinge l’uomo a ricercarlo e forse, ritornare alle cose semplici potrebbe essere un risvolto positivo all’esasperazione dell’estetica. Il poeta costruisce mondi paralleli alle tragedie e, nonostante la storia si compie, la visione simmetrica, visionaria della realtà che riesce a raccontare l’alternarsi del bello e del brutto, del giorno e della notte, del nascere e del morire. In che misura oggi? In maniera convulsa, sicuramente.

3. L’attività della scrittura si lega all’esperienza e alla memoria. Si potrebbe scrivere poesia senza memoria? In quale misura attingi ai ricordi nella tua poesia?

Non esiste poesia senza memoria, sarebbe un grande paradosso pensare di poter scrivere o leggere un testo poetico fuori dal tempo storico/sociale in cui è nato e fuori dai tempi in cui continua ad essere moderno, attuale. Questa è la poesia: colmare ogni verso di ogni reale passato che ancora ci appartiene. Perché la poesia di Dante è ancora viva e vera oggi? Perché è intrisa del suo momento reale e di ogni realtà di cui la rivestiamo nel corso degli anni. La mia poesia dovrebbe osservare ogni dinamica del mio tempo, e, forse, lo fa, ma sicuramente vado ad attingere nella memoria letteraria e storica per un confronto schietto e originale con il ricordo, impegnandomi a non fare retorica, né, chiaramente, ripetizioni. Il mio vissuto esperienziale passato è una grande ricchezza che preservo, custodisco, a cui faccio riferimento e con cui faccio i conti tutti i giorni, anche nella scrittura.

4. Alcuni dicono che il silenzio, necessario momento di riflessione e di ispirazione, sia indispensabile perché nasca una poesia. Ma il silenzio è anche la poesia, ciò che si è taciuto, che s’interpone tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro. Condividi quest’ importanza attribuita al silenzio in relazione alla poesia? Le tue poesie nascono nel e dal silenzio oppure no?

                                                                                                                                    Sicuramente la riflessione è anche silenzio e concentrazione, preghiera e spoliazione, contraddizione e analisi; ma credo che il silenzio non sia indispensabile per l’ispirazione che può nascere anche nel quotidiano caotico e rumoroso, in cui ci sono pochissimi momenti di silenzio. Le mie poesie e tutta la mia scrittura nascono da studio e concentrazione, pratiche che adempio durante vari momenti della giornata, non necessariamente alla scrivania, nella calma assoluta. Quando prendo i miei appunti mi piace essere tra la gente, osservare e scrivere ovunque, in treno, per strada, al lavoro, appena sveglia. Di solito il silenzio che vivo è quello della notte in cui dormo oppure, in alcuni momenti di insonnia, leggo. Se per silenzio intendiamo il ‘respiro’, la ‘pausa’ tra un verso e l’altro, tra una strofa e l’altra, allora concordo sul fatto che il silenzio sia una essenza fondamentale della poesia.

5.Tra i requisiti necessari della poesia c’è il mistero. Un alone che la circonda, un fascino speciale creato con le parole, che il lettore percepisce come una sorta di sfida al suo intelletto, comunicazione di un segreto, di un interrogativo vitale. Condividi questa idea o pensi che non vi sia relazione tra mistero e poesia?

Ogni opera d’arte, e quindi anche la poesia,  conserva un mistero e il suo segreto! Sono pienamente d’accordo, infatti per questo motivo è difficile dare una definizione piena e vera della poesia.

6.Sono famosi i versi di Pessoa “Il poeta è un fingitore. /Finge così completamente /che arriva a fingere sia dolore/ il dolore che davvero sente.” Con questi versi si intercettano il tema del dolore in poesia e l’ambiguità. Sono elementi presenti nella tua poesia? E in che misura?  

Per ‘fingitore’ mi piace intendere colui che non necessariamente vive in prima persona i drammi umani, ma che li ‘sente’ empaticamente e li fa suoi riportandoli nella sua espressione artistica. Il poeta potrebbe essere, e molto spesso lo è, un ‘interprete’ del mondo, per questo motivo ogni bravo autore può scrivere di tutto! Scrivo spesso del dolore e delle sue dinamiche, sono una studiosa delle scienze sociali e i miei interlocutori, nel lavoro, sono persone, anche minori, a rischio di disagio ed esclusione sociale – economico, esseri umani che vivono comportamenti devianti e che sono in continuo confronto con uno stato emozionale angoscioso e problematico. Spesso parlo in prima persona perché uno degli strumenti del mio lavoro è l’ascolto empatico, quindi per me diventa facile trasferire simbolicamente su me stessa il quotidiano e le eventuali situazioni dolorose per interpretarle e per renderle universali. Riporto sulla carta vicende e pensieri che diventano miei utilizzando gli strumenti che la letteratura mi mette a disposizione, dando voce, così, a chi non sa esprimere la sua realtà.

7.Sempre Pessoa dice “La morte è la curva della strada,/morire è solo non essere visto.” C’è chi pensa che in poesia non si debba parlare di morte e chi invece si confronta con essa. Parli mai di morte nelle tue poesie? Scrivi per sopravvivere alla morte o per esorcizzarla?

In poesia si parla della vita, di ogni suo aspetto che celebriamo, oppure denunciamo! La morte è un risvolto della vita e come si può oscurarla se è insita nella nostra esistenza? In ogni momento siamo vivi e morti, e quando ci affacciamo al destino, all’ignoto, lo siamo in modo sfacciato oppure esorcizzante, ironico oppure melodrammatico. Quando scrivo mi capita di ricordare momenti legati a persone che non ci sono più, a fare riflessioni sulla caducità delle cose, sulla precarietà del mondo, e nonostante abbia soffermato la mia attenzione sulle ferite e sulle problematiche sociali, mi piace avere lo sguardo verso una continuazione dell’umanità. Dopo aver fatto l’esperienza di pre-morte, di cui ho parlato nel mio lavoro in prosimetro ‘Non camminare scalzo’ (Edilet, 2011) mi spaventa molto la ipotetica fine dello spirito, per questo motivo mi adopero a curare la mia fede e la speranza per l’eterna vita dell’anima.

NOTA BIOGRAFICA

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, è autrice di alcuni saggi tra cui La fede come metafora comunicativa: è possibile la fede sociale? (Fara, 2013). Per l’Università degli Studi del Sannio ha collaborato al saggio Famiglia e società. Organizza e promuove eventi culturali. Ha pubblicato prefazioni, approfondimenti, articoli, recensioni e note di lettura su riviste, blog di settore. Presidente e giurata di premi letterari e di associazioni culturali ha coordinato laboratori e progetti di poesia nelle scuole. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini.

 

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