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Per il tema del silenzio è la volta di Alessandra Fanti e di un suo lungo silenzio.
Con questa composizione in versi, Alessandra rende evidente cos’è molte volte il silenzio quelle volte che finalmente si raggiunge. Non propriamente un momento d’inerzia o calma, non l’assenza pacificata di suoni, ma una sorta di palcoscenico intimo dove allestire un dialogare stringente con l’io profondo in un’alternanza d’interlocuzione con un tu confessionale. Un convergere su se stessi avvolgendo nel proprio silenzio di riflessione l’altro verso cui si dirigono i pensieri, l’altro ch’è oggetto d’attenzione, di confronto e di comunicazione.
E lo vediamo quindi per come crediamo che egli si veda, lo descriviamo nella nostra percezione, ne conosciamo (o crediamo di conoscere) il modo in cui egli sente, ne immaginiamo la capacità d’amore (o la sua ricerca), gli abbracci che sa e tutto questo attraverso le parole del poeta che rende coi versi se stesso nell’altro e l’altro come se stesso. Un dialogare quindi che salta dal tu all’io e li confonde con la stessa rapidità con cui il testo si articola in periodi separati dall’interpunzione.
L’alternanza insistente dei pronomi di prima e seconda persona singolare, unitamente all’impressione immaginifica dell’altro, trasfonde nel testo la stessa complessità di un monologo, complesso al pari del groviglio di pensieri concatenati senza sosta che appena si dipana nell’atto agreste del coltivare “l’erba per te coniglia” e nella locuzione “nonsodove” trascritta in un’unica parola senza spazi di separazione. S’intreccia poi in rapida successione l’asserto contradditorio che sia tutta presente l’assenza di modestia o forse proprio per essa l’eccesso ch’è averne fino al punto di non credere nel diritto d’essere una VOCE nonostante.
C’è poi fisicità in questo testo nelle carezze che possono esserlo tangibilmente o anche solo come metafora di qualche balsamo che giunga all’animo come sollievo. C’è un contrapporsi di un tu ricco di figli e di estro, di sì e di fare, e un io inetto, ostinato e chiuso dentro un reticolato ch’è gabbia, complessità e ostacolo in uno splendido (quanto meno nel dire) rammarico “di uccelli mai migrati al sud”.
Le parole che rompono il silenzio, come sempre diventano, non appena pronunciate, come fuggite, animate di vita propria, catartiche e rivelatrici.
La chiusa del testo in germogli e fiori “innocenti comunque/ almeno loro” appare infine un tripudio di speranza, di produzione che si contrappone, di riscatto di tutto il prima, il durante e il dopo della prostrazione, ritrosia e repulsa. Fiorire è un segno di resistenza, non solo per i fiori in sè, simboli di bellezza, grazia e colori, ma anche per l’associazione dei germogli che sono in nuce la speranza delle fronde “ondose” al vento della vita.

Loredana Semantica

SILENZIO

Magari tu ti pensi di un colore tranquillo
io ti so squillo di un azzurro acceso
che il cielo a confronto non sa di nulla.
Dolcezza mia, io oso oggi l’aggettivo
anche se il possesso non è nelle mie corde.
Mia ti so nel senso proibito dell’amore contromano
e proseguo – diritta – verso il sole dei tuoi versi
che scaldano i mesi dell’inverno degli abbracci.
Io – nel mio nonsodove –
coltivo l’erba per la te coniglia.
Le carezze mi accontento di sognarle.
E la modestia?
La modestia l’hai dimenticata?
Mai ho saputo cos’era.
Più che altro mi sentivo nulla
e senza diritto ad avere una voce
ma modesta mai.
Mentre tu che sai fare mille cose
mi guardi quieta ma accesa nel profondo
dai miei non saperi.
Dormirei ai piedi del tuo letto
– meticcia ad ogni razza a causa di umanità plurima e dilagante –
per il solo piacere di spiarti il respiro.
A luci spente si solleva il canto.
Nulla conta che sia deposto lo spartito
e le sue estenuate variazioni
sul piano inclinato dei luoghi comuni.
A luci spente ti tocco con la mia voce
e tu riconosci la mia voce.
Tocco pelle e silenzi e tu sei lì
dove non puoi ma ti scuote
il vento dei Sì.
Quanti capitoli puoi sopportare
della mia violenta inutilità?
Non è una conclusione
quello che cerco
è un fiato o un passo
per l’alba in cui di solito dormo.
O qualcosa che si dica lieve
nell’esistere al tuo fianco.
Qualcuno – per te tutto –
ti ha dato i tuoi figli
e come potrei competere io
con le mie mani vuote
in cui risuona solo un pianto
di uccelli mai migrati a sud?
Ho ceduto. Pensavo a te
e il silenzio che volevo
costruirmi dentro è crollato.
Le parole vincono
se gli abbracci non le trattengono.
Tutti i buoni propositi sono fuggiti.
Ora – in strada – è tutto un cicalare
e qui – nelle pieghe dei pensieri –
germogli e fiori compiuti di slancio
prendono piede.
Comunque innocenti.
Almeno loro.

Alessandra Fanti

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