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Albatros sul Mediterraneo di Salvatore Fratantonio

Albatros sul Mediterraneo di Salvatore Fratantonio

L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima cosi bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali di gigante.

Charles Baudelaire, traduzione di Giovanni Raboni (C. B., I fiori del male e altre poesie, Einaudi, Torino 1987)

L’albatro é una poesia di Charles Baudelaire, tratta dalla raccolta Les Fleurs du mal del 1857, una delle opere poetiche più innovative e celebri di tutti i tempi. Si trova nella prima delle sei sezioni in cui è divisa l’opera, quella intitolata Spleen ed Idéal ed è la seconda poesia della raccolta. Baudelaire fu traduttore oltre che grande ammiratore di Edgar Allan Poe. Non é un caso dunque che nel Gordon Pym di Poe sia presente un’accurata descrizione dell’albatros, delle sue abitudini, del suo volo. Probabilmente Baudelaire scrisse la poesia intorno al 1859 a Honfleur, in Normandia e la inviò anche a Flaubert, che la definì un vero diamante. Il fascino dell’albatro colpì anche Samuel Taylor Coleridge che, nella Ballata del vecchio marinaio, lo introdusse come presagio favorevole; in diversi bestiari medievali infatti quest’uccello é ritenuto intoccabile, la sua uccisione inaspettata da parte del marinaio comporta il maleficio che si estende a tutto l’equipaggio e la necessità dell’espiazione.

L’albatro é un uccello marino dotato dell’apertura alare più ampia tra tutti gli uccelli, circa tre metri. Abita la striscia di oceano compresa tra l’Antartide e le estremità meridionali di Africa, America e Australia. Giunge fino al pelo dell’acqua dove i venti sono più deboli e, poco prima di colpire l’onda, si volge controvento e risale in alto. In questo modo è in grado di volare senza fermarsi per giorni. Il tema prevalente della poesia è l’amarezza per l’incomprensione di cui é fatto oggetto il poeta, paragonato all’animale. Spesso l’equipaggio per divertimento cattura alcuni albatri. Quando questi esemplari vengono lasciati liberi sulle plance, fuori dal loro ambiente naturale, diventano goffi e quasi ridicoli. Il poeta fin dalla seconda quartina costruisce una trama di contrasti: dal volo libero si passa alla cattura e alla deposizione sul ponte della nave, dall’eleganza del volo nell’azzurro si parla di goffaggine nei movimenti, le stesse grandi ali bianche sembrano remi abbandonati, inerti e fuori controllo. Questo meraviglioso uccello, definito re dell’azzurro, signore dei venti e delle nubi infatti rappresenta il poeta; le grandi ali sono per l’albatro quello che per il poeta è la sua visione della vita. Nell’animale catturato, maldestro e sconcertato, é possibile riconoscere il poeta che si sente a disagio nella società in cui é costretto a vivere; l’equipaggio che si prende gioco di lui e lo schernisce per il suo modo di vedere il mondo, rappresenta il popolo ignorante. Gli uomini dell’equipaggio non hanno volto nonostante agiscano, restano vuoti, privi di significato; diventano artefici della prigionia, forse per desiderio di controllare le forze della natura e, successivamente, di una tragica dissacrazione. Chi imita l’albatro zoppicando e lede la dignità dell’animale dimostra in realtà la propria impotenza, l’assenza di ali e dunque di libertà. Nella strofa finale infine emerge la comparazione tra l’albatro e il poeta, entrambi sono creature romantiche e allo stesso tempo tragiche, accomunate dallo stesso destino di inappartenenza e di isolamento. Anche il poeta così diviene principe delle nubi: il cielo é l’altrove che lo protegge, la terra invece é il luogo dell’esilio e dell’incomprensione.

Deborah Mega

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