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Francesco Tontoli.

(Excusatio non petita)

Ho scelto deliberatamente di scrivere un articolo invece di rispondere a singole domande attraverso un’intervista riguardante il “cos’è una poesia” con tutte le variabili annesse. Non sono stato mai intervistato in vita mia rimanendo indenne da questa seccatura fino agli attuali 60 anni. Posso cedere alla tentazione solo davanti a una Barbaradurso. Almeno negli incubi. La verità è che naturalmente le interviste mi imbarazzano.

Alcune parti di questo articolo sono senza dubbio frammentarie e insufficienti. Alcune altre hanno la particolarità di assomigliare a un curriculum involontario, una biografia non utilizzabile da chi non produce una propria bibliografia. L’idea è quella di immaginare un percorso per così dire “iniziatico” di avvicinamento a un pensiero che delinei un possibile scrivente poesia.  Un perché si possa arrivare a concepire sé stessi come autori, versificatori volontari capaci di esporsi in prima persona alla lettura di un “altro” da sé. Ammesso e non concesso che un lettore disponibile ci sia. Qualcosa di simile alla terapia insomma. Qualcosa che non porti necessariamente alla guarigione, ma che porti semplicemente alla produzione di sensi e al bisogno fondamentale di comprendersi pescando dal territorio dell’inconscio materiale necessario per la precaria quanto illusoria edificazione di un io scrivente, pericolante, barcollante, indeciso, io poetico.

Se  ho saltato qualche argomento ritenuto vitale chiedo scusa, ma non avevo proprio nulla altro da dire in merito. La vitalità della poesia persiste non appena lo scrivente poesia cessa di produrla all’ultimo verso. Essendo di per sé questo tipo di scrittura autoriproducentesi, capace di accollarsi un senso interpretativo per ogni lettore. Ha scuse per tutti chi voglia trovare delle scuse per leggerla. E se lo scrivente poesia è anche lettore (può anche capitare, qualche volta) essa opera necessariamente un raffronto su chi scrive e chi legge. Si impara a scrivere poesia solo leggendola. Non esistono scuole di poesia. I maestri di poesia non insegnano nulla. Scrivono.

Ho cercato di evitare il più possibile la parola “poeta” per via di una mia idiosincrasia al concetto, che magari affronterò in futuro in un articolo a parte.

Un’altra particolarità del testo che spero  mi verrà perdonata  è quella di non aver farcito queste poche paginette di nomi e citazioni. Anche per la bibliografia rimando a data da destinarsi, e a qualcuno che è molto più bravo di me a orientarsi tra gli autori e i filosofi riportando correttamente nomi, date e  note a pie’ pagina.

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“Buonasera!” (è sera, in caso contrario, sarebbe stato “buongiorno”).

Questa è una poesia.

Ricordo perfettamente la sera in cui il nuovo Papa si presentò ai suoi fedeli salutandoli in questo modo sorprendente. C’era tanto mestiere e tanta voglia di cercare immediatamente un contatto con gli altri.  E io da non credente, fui colpito dalla sua abilità gesuitica di partire da un dato oggettivo (“è sera”) , e dall’ augurio apotropaico che “quella sera” doveva essere o avrebbe potuto essere buona necessariamente per tutti.

Ecco, in quell’augurio  c’era  la capacità sincretica del Cattolicesimo romano e dei Gesuiti in particolare, di assorbire e fare proprie anche la più sperduta e remota delle fedi animiste e perfino la peggiore delle pesti: l’ateismo laicista del non credente.  Francesco (quella sera scoprimmo che voleva farsi chiamare così per la Storia) non mirava a sollecitare il lato religioso di una parte di umanità escludendone un’altra. Quell’augurio così astuto e ben centrato, furbo, piazzato lì per stupire e meravigliare, in grado di sorprendere e suscitare emozioni semplici e di strappare sorrisi e consensi, quello, era un piccolo, stupido, innocuo incipit per una poesia futura. Proferita, declamata, accorata, andava nella direzione di ogni orecchio attento in grado di decifrare suoni e trasformarli in stati d’animo emotivi.

Se la sera è buona, è perché noi siamo capaci, tutti, di comprendere il significato di buono, e quindi di dare una interpretazione qualitativa alla realtà che ci circonda. Se la sera non è buona, ci auguriamo che lo sia, quindi introduciamo nel nostro immaginario  una variabile di anticipazione, previsione benevola del futuro. Vogliamo essere padroni del tempo proiettandolo in un contesto. E questo contesto lo chiamiamo “speranza”.

Naturalmente le modalità espressive della poesia e la possibilità che questa sia riconoscibile e condivisibile (o semplicemente che non lo sia) variano a seconda dell’identità, del carisma, della teatralità della capacità persuasiva, (che un tempo non lontano dal nostro veniva chiamata “retorica”) del soggetto che la produce. Ho scelto non a caso l’ipotesi che un semplice, cordiale, familiare gesto di saluto augurale pronunciato da un Pontefice appena eletto possa contenere appunto la valenza e la potenza espressiva di un enunciato poetico capace di attrarre intorno a sé una folla di significati perché appunto produttore di senso.

Se il numero di enunciati aumenta fino al punto di raggrupparsi in frase compiuta, esortazione, riflessione interiore che richiama ulteriori stati emotivi riconoscibili immediatamente; se in questi enunciati viene evocato il suono, la musicalità, la cadenza, la necessaria pausa di silenzio che contiene anch’essa un necessario vuoto significante; se interviene la variabile dell’ interpolazione, della ripetizione, del gioco semantico, della proiezione di temi, dell’esemplificazione attraverso parabole di vita, migrazione di significati, esaltazione dell’ambiguità e dell’incapacità della parola di produrre una spiegazione esaustiva del mondo; se si è in grado di descrivere ciò che non è utilizzabile al momento, ma si ha la sensazione che quello che si sta udendo o leggendo è altrettanto necessario e vitale, allora il gruppo di parole che mira a  trafiggerci può addirittura ambire a essere definito “poesia”.

Quando ero un bambino non ero un appassionato di poesia. Non la capivo, non mi interessavo al significato delle parole, non ero capace di assemblarle per ricomporle in un contenitore di senso. Badavo al suono. Mi interessavo alla musica delle parole, contavo le sillabe dei versi, canticchiavo le strofe, invertivo, mescolavo, improvvisavo, immaginavo che chi avesse scritto quella cosa chiamata poesia mi introducesse in un mondo magico fatto di possibilità e di azzardi, dove la parola mi colpiva nell’aspetto della  sua risonanza, e quel suono mi potesse svelare l’essere, o meglio l’essenza segreta, la verità della propria presenza. La pronuncia, l’inflessione, l’accento erano determinanti. La pausa di silenzio, liberatoria. Senza saperlo, pur impossessandomi col passare del tempo della sua scienza, cioè la capacità di affinare una tecnica mia di elaborazione, componevo versi. Lo stupore infantile che ne ricavavo mi ricompensava dell’attitudine alla solitudine  che mi veniva attribuita. Ero un bravo bambino capace di passare i pomeriggi estivi da solo a combattere contro eserciti di insetti da annientare.  Le parole in quei casi aiutano a sopravvivere agli artropodi. Il loro magico suono ci difende, ci rassicura , ci fa sperare che il mondo non sia poi così malvagio come ci appare. Possiamo cambiarlo con una frase se non bastano un gesto, un’azione, un desiderio, una relazione. Se la bambina dei nostri sogni ci ignora, alcune frasi onomatopeiche adatte e a contenuto magico possono recuperare il senso di smarrimento dovuto ad uno smacco o a una delusione.

La parola lenisce se non riesce a guarire del tutto.  Il fallimento di un’impresa o la paura di avventurarsi in un territorio sconosciuto può essere sostituito dalla narrazione di una storia non necessariamente fiabesca. La poesia è un rifugio. Viene prima della nostra capacità di elaborare storie, di raccontarci, di storicizzarci. Abita un luogo dove la musica è ancora legata intimamente alla parola. Anzi la musica è la parola, o forse addirittura appartiene a un livello di emissioni vocali preverbali che connotano e rendono sensibile il mondo oggettivo. Lo inventano. Lo reinventano di continuo. Facendolo ruotare in divenire e in trascorrere. Avanti e indietro, il tempo non è lineare. Scorre e discorre.

La percezione che potevo davvero accedere a testi poetici in piena consapevolezza mi arrivò nell’adolescenza quando i Lorca e i Rimbaud, i Neruda, la beat generation e compagnia bella si potevano divorare con gli occhi avidamente in tutte le posizioni yoga consentite dalla legge. Meno autori italiani ecco, che credo sia inutile citare perché sono i soliti (ma ora che sono ancora vivo mi trovo a riscoprirne alcuni meravigliosi e dimenticati, avendo superato la necessaria fase esterofila da tempo…) . Quindi mi dovevo affidare a traduttori che non tradiscono.  Nello stesso tempo azzardavo a scrivere a scuola come un ladro di versi innamorato. Imitavo, ricopiavo a mano interi lunghi testi musicandoli, cantandoli, provando a tagliuzzarli per assorbirne intimamente il senso.

Se qualcuno  ha tentato l’azzardo di versificare non può affermare senza mentire di non essere stato mai colpito dalla sindrome di identificarsi totalmente nella biografia del suo alter ego poetico. I nomi scorrono come una litania. Ma vale la pena farli? Sarebbe una giaculatoria inverosimile di stili, nazionalità, perversioni, sublimi missioni spirituali, orientamenti politici, avanguardie, sperimentalismi, snobismi intellettuali, correnti crepuscolari e albe dell’avvenire.

Se un maestro c’è stato almeno riguardo al rigore e all’amore che la poesia mi ha suscitato, è stato un poeta spagnolo che ha vissuto per qualche anno nel mio appartamento di studente negli anni 70 a Pisa. Josè Antonio Caceres Pena è stato un pittore, pioniere in Spagna della poesia concreta e visiva, e lettore di spagnolo alla Facoltà di Lingue dell’Università di Pisa. Una carissima persona cui mi legava un affetto fraterno. In quella casa vivevamo in tre con quella che è poi diventata mia moglie. Un periodo bellissimo e sognante. Lui, fratello maggiore perduto fra le sue tele esoteriche e vaticinanti, ogni tanto mi leggeva i suoi versi. La sua poesia mi ha aperto alla poesia.

Posso sottoscrivere in modo tranquillo e rassegnato che questi Lari e Penati disordinatamente impilati in libri sul comodino e rigorosamente in ordine non alfabetico sparsi a caso sugli scaffali della mia biblioteca hanno davvero contribuito a  rendere migliore la mia vita. Ma sfortunatamente nessuno di loro è riuscito a convincermi dell’urgenza imprescindibile di una mia pubblicazione. Avrei dovuto ingaggiare una lotta prima di tutto con me stesso  per farmi largo a manate in un mondo letterario che ho sempre vissuto come un territorio alieno e sconosciuto, sul quale i miei pregiudizi si sono stratificati accumulandosi negli anni.  Pura vigliaccheria dunque. Ma vivere la poesia per conto proprio non è una catastrofe dovuta a incapacità di relazionarsi con altri versificatori. Può anche essere un buon esercizio per frenare il proprio ego, o meglio per dirla tutta, anche rimandare la paura ultima di essere giudicati da un chicchessia non stimato, non stimabile, e anche un tantino stronzo. Non ultima naturalmente arriva la scusa di evitare di dare un contributo alla deforestazione attraverso l’uso di carta non finalizzata all’igiene intima.

Poi , come quasi tutti i fantasmi poetici virtuali che ho conosciuto, la scoperta del web, la condivisione dell’ostia poetica sminuzzata in briciole sommersa dal nonsenso impoetico. Potesse continuare solo con i libri, la poesia di oggi farebbe una strada simile a quella della parabola dei ciechi nel famoso quadro di Peter Brueghel : invalidante, chiusa in sé stessa, autocommiserativa e come si usa dire oggi, autoreferenziale, capace cioè di rispondere solo a sé stessa. Praticata da una setta sanguinaria di personaggi esangui e votati all’estinzione della specie. Per questo tristi e feroci.

L’editoria poetica invece, e per la maggioranza dei casi è piena di lestofanti pronti all’inganno e al guadagno della truffa illusoria di piccolo cabottaggio. Le majors editoriali scelgono dal mazzo per lo più guidati da cani segugi senza naso, o con l’olfatto condizionato da pregiudizi estetici discutibili, altissima propensione alla rissosità e appunto al settarismo. Pochi ed eroici gli editori di qualità. Ma anche quello è un territorio infido e minato. L’equivoco sta tutto nel termine “qualità” che non si capisce a quale standard debba corrispondere. Per quel che mi riguarda, data la mia insipienza, il disorientamento e la sovrabbondanza di produzione, la mia selezione la opero spesso sulla copertina, sulla qualità della carta al tatto, sul carattere tipografico e sulla consistenza in pagine dell’oggetto libro. Un vero libro di poesie ormai non esiste più. Esistono approssimazioni virtuali e tentativi di scopiazzare. Io credo che L’E-book possa accollarsi l’eredità di sostituire l’oggetto. Non è la stessa cosa. Ma ci stiamo abituando al fatto che le cose non siano più le stesse.

Sui Concorsi di poesia non saprei proprio cosa dire, seppure ci fosse da dire qualcosa.

Poi esiste la nuova oralità, la scoperta del rapporto diretto con il pubblico, i Reading e gli Slam, e perfino qualche singolo caso di “successo” costruito attraverso una certosina campagna di porta a porta, locale per locale, addirittura discoteca, pub, circolino, punto di ritrovo e altri tipi di media (piazze pubbliche dove ho udito personalmente qualcuno declamar versi, affissioni clandestine di poesie ai muri e i media ufficiali come radio a volte, ma quasi mai la tv).

Io credo che comunque esistano sparsi per l’universo multiforme della Rete ottimi Blog poetici dove l’esercizio della critica, lo studio della forma poetica, e il dibattito siano seri e perseguiti con dignità, entusiasmo e dedizione. La maggior parte di essi sono gestiti da volontari appassionati, e non fortunatamente lavoratori a cottimo dell’editoria. La poesia non produce voucher. Non esistono poeti laureati almeno nel nostro Paese.

Sul versante Social invece? Il nulla, cioè il troppo che stucca, l’affollamento di mosche poetiche intorno a un fumante stronzo che ha la forma di una mano con il pollice alzato che i più chiamano “like”. Il tutto guarnito insomma per arricchire il chiacchiericcio della radiazione virtuale di fondo, con altro chiacchiericcio settoriale che produce a sua volta diramazioni, nervature, tonalità, muschi, licheni in una tundra desertica di significati per lo più insignificanti che si sviluppa a perdita d’occhio.

Capisco che disegnando uno stato così deprimente della poesia ora rischio di farne giustizia con un mio personale colpo alla nuca.

Vivrà senza dubbio senza di me e senza il mio amaro sarcasmo.

Ma nessuno mi toglie dalla mente che quel Papa, rinunciando alla Cattedra di San Pietro come fece improvvidamente Celestino, ritirandosi in un eremo a versificare e a meditare, avrebbe potuto continuare il suo “Buonasera “ e con vena creativa e spirito libero, poteva diventare un buon poeta, con un pubblico senza dubbio più ridotto ma magari altrettanto competente ed entusiasta del suo miliardo di fedeli.

Da postumo, senza dubbio.

Ai postumi, l’ardua sentenza.

Francesco Tontoli.

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