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scena5

disegno di Maria Cristina Costa

 

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.

[Valerio Magrelli, da Ora serrata retinae, 1980]

 

Sarebbe bello potersi trasformare in una forma desiderata, chi sceglierebbe però un oggetto inanimato, comune e di scarso valore come una matita? Per di più essa si consuma anche se non completamente. Di lei però resta il segno, ossatura del pensiero. Chi invece non riesce a lasciar traccia del suo spirito è destinato a un distacco ancor più doloroso. La scrittura è ossatura del pensiero come lo scheletro lo è del corpo. Bruciare, restare, diventare scrive il poeta; il suo desiderio é l’immedesimazione nello strumento, descritta a partire dall’interno dell’oggetto. E’ significativo l’uso del verbo all’infinito in inizio o chiusura di verso, per conferire rilievo. L’io parlante scompare perchè immagina di diventare un oggetto e perchè quest’aspirazione rappresenta una volontà universale comune a tutti gli uomini. Anche in altre occasioni Magrelli ha dedicato versi legati all’arte della scrittura, alla penna che diviene prolungamento delle dita e al pensiero, da temperare come se fosse una matita.

“La penna non dovrebbe mai lasciare
la mano di chi scrive.
Ormai ne è un osso, un dito.”

“Sto rifacendo la punta al pensiero.”

Anche Paulo Coelho ha subìto il fascino della matita, alla quale ha dedicato una storia contenuta nel libro “Sono come il fiume che scorre”.

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me?”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.”
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”
“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.
Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio’: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.
Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

[Paulo Coelho, da Sono come il fiume che scorre, 2006]

Ritorna il concetto espresso da Magrelli. La matita, strumento del poeta, lascia sempre una traccia, che però può essere cancellata dunque permette l’errore, il ripensamento e la correzione. Se invece l’anima non trova modo di lasciare traccia, il tramonto da sè e dagli altri sarà definitivo e irrevocabile. Ed è anche per questo, per questa segreta ambizione ma non solo che scriviamo.

Deborah Mega

 

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